10 FILM DA TORINO 2000: “REQUIEM FOR A DREAM” di Darren Aronofsky
Chiaramente abominevole e incontestabilmente insopportabile, questa opera seconda di Darren Aronofsky. Eppure un film coraggioso, da sbattere in faccia a chi non sa accogliere il proprio rifiuto di un'opera come una delle tante categorie di giudizio da contestualizzare piuttosto che contestare. “Requiem for a Dream” è un film fatto per essere rifiutato, assolutamente incapace di trovare un compromesso plausibile tra la continua prevaricazione (etica ed estetica) che opera nei confronti dello spettatore e la pertinace performazione della realtà e della sua messa in scena che sovraespone sfrontatamente.
Aronofsky (che ha studiato cinema d'animazione, e si sente) s'inventa un cartoon virtuale che aggredisce visivamente ogni fotogramma e vomita sullo sguardo dello spettatore una ragione dell'assurdo che non può trovare adesioni. L'immoralità del film (la sua inammissibile parodia manichea della società contemporanea) passa tutta per l'estetica traumatizzante di cui si nutre, che oscilla tra una soggettività espansa e un'oggettività inglobata nella performance mediatica, di cui lo sguardo di Aronofsky più che testimone si fa tramite.
Giusto rifiutarlo indignati, questo film, ma anche troppo facile. Più difficile lasciarsi violentare da un'opera(zione) che ha coraggio da vendere nel rendersi inaccettabile e intollerabile. Ed è per questo che bisogna accettarlo e tollerarlo, facendosi carico del peso di una visione dalla quale ci si sente vieppiù violentati e dalla quale a ogni fotogramma si ha l'istinto (morale ed estetico, ma anche semplicemente fisico) di fuggire con rabbia. Ed è per questo che è meglio restare.
Aronofsky (che ha studiato cinema d'animazione, e si sente) s'inventa un cartoon virtuale che aggredisce visivamente ogni fotogramma e vomita sullo sguardo dello spettatore una ragione dell'assurdo che non può trovare adesioni. L'immoralità del film (la sua inammissibile parodia manichea della società contemporanea) passa tutta per l'estetica traumatizzante di cui si nutre, che oscilla tra una soggettività espansa e un'oggettività inglobata nella performance mediatica, di cui lo sguardo di Aronofsky più che testimone si fa tramite.
Giusto rifiutarlo indignati, questo film, ma anche troppo facile. Più difficile lasciarsi violentare da un'opera(zione) che ha coraggio da vendere nel rendersi inaccettabile e intollerabile. Ed è per questo che bisogna accettarlo e tollerarlo, facendosi carico del peso di una visione dalla quale ci si sente vieppiù violentati e dalla quale a ogni fotogramma si ha l'istinto (morale ed estetico, ma anche semplicemente fisico) di fuggire con rabbia. Ed è per questo che è meglio restare.
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