VENEZIA 62 - "Cinderella Man", di Ron Howard (Fuori Concorso)
Più caparbio di Toro scatenato e dello Stocker di Wise: ecco Jim Braddock, eroe sportivo e sociale. In Howard impera un classicismo a 24 carati che incanta per grazia, compattezza e implacabile progressione. I jeb, i diretti e gli uppercut della "Cenerentola del ring" tramortiscono qualunque spettatore, fuori e dentro il Madison Square Garden schermico

Di ragioni per lottare Jim Braddock (Russell Crowe) ne ha tante: orgoglio personale, voglia di riscatto, passione per l'unica professione che conosce veramente, la boxe... ma la suprema e più pura, quella che spazza via come un vento caldo e di uraganica potenza ogni cosa si chiama famiglia: la moglie Mae (Renée Zellweger) e i figli Jay, Howard, Rosemarie. Sono loro l'unico, vero motore di quel pacato ma implacabile "bulldog di Bergen", pugile del New Jersey di origine irlandesi che alla fine degli anni 20, età d'oro degli Usa ed apogeo del jazz (che, infatti, in chiave bee-bop apre la colonna musicale del film), fu imbattuto per una lunga serie d'incontri e conosciuto per il destro fulminante, ma che dopo un grave infortunio proprio a quella mano nel '29 vide iniziare un declino che il tristemente celebre crollo di Wall Street accellerò senza pietà. Ma il destino che Braddock avrebbe scolpito con tutte le sue forze nelle Montagne Rocciose della storia del pugilato lo attendeva il 13 giugno del '35, quando davanti ad uno straripante Madison Square Garden e a milioni di americani incollati alle griglie dei legnosi apparecchi nei "radio days" finì per battere ai punti Max "the killer" Baer dato che già aveva ucciso due avversari provocando con un pugno alla testa il distacco del cervello dal tessutto connettivo e mandato giù 11 volte in 11 round quella montagna umana dell'italico Primo Carnera per vincere il titolo mondiale dei massimi dell'anno precedente. Quella manciata di anni che descrivono un'arcata così imprevedibile e "impossibile" che solo la Sagrada Familia può eguagliare (e, forse, nel cinema degli ultimi anni l'Abbagnale dello straordinario Prova a prendermi spielberghano) avevano già affascinato qualche anno fa il director statunitense e l'attore australiano, che stava interpretando il ruolo da Oscar del premio Nobel per la matematica John Forbes Nash Jr in A Beautiful Mind. Ora si sono incarnati in una magnifica pellicola, tra le migliori della filmografia di Ron Howard. E il motivo del fascino esercitato da questa storia vera risiede in quello che ha scritto nel '36 Damon Runyon: "in tutta la storia della boxe, non troverete mai un'altra vicenda che, dal punto di vista umano, sia comparabile a quella di James J. Braddock".
Così la doppietta Howard-Crowe dopo A Beautiful Mind si ripresenta e fa scintille ancora una volta, perché nel cinema di Howard lo spettacolo, l'entertainment mainstream conta sempre meno dell'umanità delle vicende narrate e dei personaggi che ce le confidano. E' il tono confidenziale e il tocco d'altri tempi sono due delle grandi armi di Howard. Basti pensare alla bellissima carrellata, così semplice eppur così densa, sul tavolo ricoperto di suppellettili borghesi della camera da letto dei Braddock prima dell'infortunio del '29 che trasfigura nello spoglio tavolaccio della stamberga di 4 anni dopo, quando il New Deal doveva ancora carburare e Braddock digiuno racconta alla figlia di essersi già saziato sognando di mangiare una gigantesca bistecca con Mickey Rooney e George Raft, inventandosi così una straziante scusa per lasciarle l'ultima fettina di carne. Così come è difficile dimenticare gli occhi dolenti di Crowe, scartato assieme ad una folla di altrettanto bisognosi dalla manovalanza al porto o quelli risoluti che avvolgono il corpo denutrito del figlio maggiore Jay, reo di aver rubato un salame al pizzicagnolo. Giamatti nei panni dell'allenatore, "sbarbatosi" dei problemi di Sideways, si produce in una prova da grande caratterista, tenendo sottotono il personaggio e offrendo una raffinata spalla a Crowe. Anche il reparto tecnico non si risparmia a cominciare dalla straordinaria definizione del suono ad opera di Chic Ciccolini III che riesce quasi a rendere palpabili la pelle dei guantoni che va ad infrangersi su epidermidi, ossa e terrorizzante la potenziale mortalità che potrebbe possedere ogni colpo scagliato da Baer contro Braddock nell'emozionante incontro finale. Così pure il montaggio di Mike Hill e Dan Hanley, storici collaboratori del regista, con la sua sapiente alternanza tra picchi frenetici e dilatazioni quasi sperse nel tempo (gl'imbambolamenti visivo-cerebrali di Braddock) contribuisce enormemente alla piena riuscita degl'incontri di boxe, mentre il plongée finale, filologicamente storicizzante, che "trascolora" dal colore al b/n è l'ultima, perfetta stoccata di un cineasta che si abbevera costantemente nel brodo primordiale del cinema classico e ci fa trattenere il fiato come ai 35.000 del Madison Square Garden di quel 13 giugno del '35, per poi farci esplodere nella gioia del grande cinema.
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