"A Beautiful Mind" di Ron Howard

Ron Howard offre una (ri)formulazione fortemente politica della nozione d'invisibilità (che sostanzialmente indica l'abilità nell'occultare i punti di sutura del montaggio, sfidando così la sospensione dell'incredulità) quell'idea di messinscena che Hawks ha condotto sino al punto d'incandescenza formale

Se c'è una nozione di cui si abusa criticamente, cosa curiosa considerato la depressione da cui è affetto il cinema di largo consumo contemporaneo, è quella di classicismo. Joao Botelho sostiene che il classicismo è un percorso di formazione, la tensione di uno sguardo severo ancorato al mondo. E cosa mai può avere in comune la nozione di classicismo botelhiana con il cinema di Ron Howard? Nulla o quasi, ne conveniamo. Ma se osserviamo la questione un po' più da vicino non possiamo fare a meno di notare come il classicismo contenga in sé quasi sempre i tratti più nobili di un'identità nazionale. Non è un caso che l'ultimo film di Botelho s'intitoli "Quem es tu?" (ossia: Chi sei tu?) e che la tagline (orribile anglismo che sta per frase di lancio) s'interroghi sull'esistenza o meno di un portoghese in Portogallo. Ron Howard, in questo senso, in quanto cineasta americano, è un cineasta classico. Anzi: attraverso la sua parabola artistica Howard non solo offre visibilità a una genealogia classica la cui linea genetica si può far risalire tranquillamente a D.W. Griffith, ma mette compiutamente in luce il precipitato cormaniano del suo cinema. A ben vedere infatti, se Corman rappresenta la deflagrazione del classicismo hollywoodiano declinato attraverso le forme assunte dal potere d'acquisto delle classi giovanili, Ron Howard è colui che salda quest'esperienza al corpo maggiore del cinema americano.
Un altro dei concetti di cui s'abusa, parlando di cinema americano, è la nozione d'invisibilità che sostanzialmente indica l'abilità nell'occultare i punti di sutura del montaggio, sfidando così la sospensione dell'incredulità. Con "A Beautiful Mind" Ron Howard offre una (ri)formulazione fortemente politica di quest'idea di messinscena che Hawks ha condotto sino al punto d'incandescenza formale. Attraverso la vicenda della schizofrenia di John Nash, Ron Howard mette in scena il suo film come se fosse proiettato su un vetro (e non era Cameron Vale, il protagonista di "Scanners", a paragonare la sua mente a un vetro sul quale si proiettavano voci?... citiamo a memoria). Il principio dell'invisibilità classica si trasforma cosi in una messinscena aporica dell'incapacità di determinare l'individuazione del reale. "A Beautiful Mind" pur inscrivendosi a pieno titolo nell'alveo del classicismo americano, lo mina dall'interno assumendo attraverso di esso uno sguardo metastabile sulle forme della percezione stessa del reale. Di conseguenza Howard, attraverso un fare cinema profondamente americano (e quindi restio alle banalizzazioni dell'era Matrix), non solo riafferma il primato di un magistero artistico di cui lui (a prescindere da Clint Eastwood e John Carpenter) è il rappresentante più qualificato, ma, da cineasta intimamente politico qual è, permette alla vicenda esemplare di un singolo di diventare metonimia del male di vivere di un'intera epoca (di nuovo specchi, di nuovo vetri... e non è un caso se John Nash scriva le sue formule su un vetro... interfacciando così il suo sguardo con le forme del mondo...). Il classicismo in questo modo diventa non mera calligrafia di un cinema che non esiste più ma pratica politica ed estetica che riprende a dialogare con il mondo. Ad altezza di sguardo. D'altronde se il fascino di Hawks è sempre stato dato dal suo modernismo inquieto, e se la seduzione modernista del cinema di de Oliveira, Straub, Botelho è il loro carattere intimamente arcaico, Ron Howard, attraverso un fare cinema profondamente americano, non solo rilancia una cinelingua che nessuno pratica più (tranne i soliti noti) ma rivendica le ragioni di uno sguardo classico di cui s'individuano derive e punti di fuga.
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