"L'ultimo Re di Scozia", di Kevin Macdonald
Il vero protagonista del film non è il dittatore ugandese Idi Amin, ma il suo giovane medico personale, alle prese con la perdita della fanciullezza. Antinomie africane, contraddizioni umane, orrori del colonialismo guidano la visione di Macdonald, mentre Forest Whitaker è sempre più maestro, ormai "autore" a pieno titolo dei suoi personaggi

"Sono io l'ultimo Re di Scozia". Idi Amin, dittatore dell'Uganda negli anni Settanta, rivolgendosi agli scozzesi insofferenti verso la Corona Britannica, pensava probabilmente di essere spiritoso; le trecentomila persone che, direttamente o indirettamente, morirono a causa sua, avranno avuto altre opinioni. Il film di Macdonald, che scorre lungo sei di quegli anni, mostra un'evoluzione del carattere e dello stile governativo di questo ingombrante e complesso personaggio storico. Per rappresentare il suo sguardo su Amin, il regista sceglie un personaggio del tutto inventato: il medico personale del dittatore, interpretato dal giovane James McAvoy (Le cronache di Narnia). Che, a veder bene, è il vero protagonista del film, essendo L'ultimo Re di Scozia il racconto del suo viaggio infernale dentro la perdita della fanciullezza. Nicholas Garrigan, infatti, è un giovane scozzese, laureato in medicina, che sceglie del tutto casualmente di partire per l'Uganda, pur di scrollarsi di dosso la polvere di un decrepito contesto familiare. Si troverà a vagare tra gli allucinanti precipizi dell'abiezione umana, in un incubo che lo trasformerà per sempre.
Macdonald impiega con efficacia la propria esperienza di documentarista: specialmente nella prima parte del film, in cui è necessario che le antinomie africane - la meraviglia e l'orrore della natura - si pongano come basi per il successivo sviluppo del tema più generico delle contraddizioni umane. Che a loro volta fanno da veicolo ad un sottotesto politico, teso ad esprimere una condanna senza possibilità di appello degli orrori perpetrati dal colonialismo britannico e, in definitiva, da tutti i colonialismi (i francesi non potranno non pensare al "loro" Bokassa).
La visione di Macdonald è iperrealista e si fonda sulla fotografia dell'Anthony Dod Mantle di Lars Von Trier, che eleva a potenza il contrasto tra la luce naturale dei set illuminati dal sole equatoriale e il gelo acido ed elettrico delle luci artificiali d'interno. Nel sottolineare la polarizzazione dei concetti intorno agli opposti estremi - siano essi rappresentati dalle ambivalenze psichiche del dittatore, dal carattere in evoluzione del giovane medico, dalla menzogna coloniale che con una mano dà e con mille altre toglie, o dalla potenza della natura che è capace di generare e distruggere con la stessa violenza creativa - Macdonald adotta nei confronti del personaggio di Garrigan, inconsapevole neocolonialista capace solo di sfruttare e fuggire, una tecnica di chiari e di scuri che pone in risalto la combinazione di freschezza ed inesperienza giovanile; nel frattempo gioca con il corpo di Whitaker, insistendo sui primi piani sudati e coinvolti di questo attore sempre più maestro dell'arte recitativa, ormai autore a pieno titolo dei suoi personaggi.
Titolo originale: The Last King of Scotland
Regia: Kevin Macdonald
Interpreti: Forest Whitaker, James McAvoy, Kerry Washington, Gillian Anderson, Simon McBurney, David Oyelowo
Distribuzione: Twentieth Century Fox
Durata: 121'
Origine: Gran Bretagna/Germania, 2006
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