BERLINALE 57 - "El Otro", di Ariel Rotter (Concorso)

La nuova onda del cinema argentino continua a produrre opere interessanti: è il caso di questo film, opera seconda del trentaquatrenne regista Ariel Rotter presentato in concorso alla Berlinale. Un´opera sulla ricerca/assenza di identita´, pratica tipica della modernita´ cinematografica, che riporta alla mente "Professione Reporter" di Antonioni

C´e´ davvero una singolare corrente nell´interessantissima cinematografia argentina contemporanea, e cioe´ che i giovani registi trentenni (al loro primo o secondo film) focalizzino la loro attenzione sull´universo dei "padri", biologici o non, portando alla ribalta storie di ordinaria follia che hanno come protagonisti azzimati cinquantenni.

Di questa stranissima comunione d´intenti e´ forse d´obbligo pensare a qualcosa in piu´ di una semplice coincidenza: meglio parlare di una urgenza narrativa molto presente nel giovane cinema argentino che, negli ultimi anni, sta sfornando davvero una generazione di cineasti capaci di stupire ad ogni festival.

Tanto per citare gli ultimi tre titoli che ci vengono alla mente -"Los Muertos" (2004) di Lisandro Alonso, "El Custodio" (2006) di Rodrigo Moreno e, naturalmente, questo "El Otro"- tutti questo film hanno come minimo comun denominatore la presenza di un protagonista che a  50 anni sembra al punto di svolta della propria vita, nel momento in cui tracciare una riga e vedere quale e´ il risultato.

Ed e´ poi curioso osservare come l´attore che interpreta il protagionista negli ultimi due film citati, "El Custodio" e "El Otro", sia lo stesso, in una parte che presenta piu´ di un tratto in comune: Julio Chavez, questo il nome del cinquantenne attore argentino, e´ davvero il ritratto della sua generazione, di quei ventenni che dal 1976 in poi sparirono tutti pian piano durante la dittatura militare. In effetti e´ desaparesido anche chi in realta´ non lo e´: ha una famiglia, un lavoro eppure manca di un centro di gravita´ permanente, un fulcro su cui stare stabili. La sua e´ una maschera segnata dalle sofferenze di un tempo ormai morto, dilatato in un angosciante epilogo straziante: la sua ricerca di uno spazio-tempo in cui vivere e´ vana, cosi´ come la sua disperata fuga dalle responsabilita´ che la vita gli ha consegnato (prendersi cura del padre, prepararsi alla nascita del primo figlio...).

La storia de "El Otro", dunque, e´ esemplare di questa crisi dell´identita´ argentina, nazione stuprata e calpestata da piu´ piedi, e questo continuo gioco di slittamento e deriva in cui il protagonista sembra costretto ricorda davvero molto da vicino tutte le vicissitudini vissute dal paese sudamericano.

Sara´ forse anche per questa attinenza al dato reale che "El Otro" da´ la sensazione di essere forse piu´ di quello che probabilmente e´: si perche´ ne´ l´aspetto narrativo, perche´ la storia dell´uomo dalle molte identita´ non brilla certo per originalita´, ne´ quello estetico, perche´ una regia tutta fatta da lunghe inquadrature puo´ alla lunga annoiare piu´ di uno spettatore, del film sembrano aggiungere niente di nuovo all´orizzonte.

Eppure, "El Otro" e´ uno di quei film in cui anche se conosci la fine non riesci a staccargli gli occhi di dosso, e non e´ cosa da poco...

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