CANNES 55 – «All or Nothing» di Mike Leigh (Concorso)

Nei silenzi, nella disperazione, Leigh sembra appassionarsi e coinvolgersi nel rappresentare le proprie vite ordinarie. In realtà il suo continua ad essere un cinema che si compiace nello spettacolarizzare il dolore, ma senza mai farsene accorgere.

Ancora “segreti e bugie” per il cinema di Mike Leigh. Ancora indagini di crudo realismo delle working-class britanniche, dove Leigh si differenzia da Loach per quel lirismo poetico con cui vorrebbe rappresentare i suoi protagonisti "oltre la realtà". Spaccati di vita londinese: un tassista pigro (interpretato da Timothy Spall, attore-feticcio del cinema del cineasta inglese) con la moglie che lavora come cassiera al supermercato e due figli, uno nullafacente, l’altra che assiste gli anziani. Attorno a loro le vite dei vicini di casa, tra cui un altro tassista protagonista di vari incidenti d’auto con la moglie che si trova spesso in stato catatonico. Inoltre una ragazza stravagante che svolge una vita sregolata e un’altra che frequenta un balordo che la mette incinta. Leigh concentra i propri personaggi tutti nello spazio stretto di un condominio e un cortile sottostante. Un cinema dove le location sembrano ripetersi, dove la fotografia di Pope sembra illuminare Londra sempre allo stesso modo, con quel grigio opprimente che sovrasta corpi e ambienti. Inquadrature sui palazzi, piani fissi su volti in disfacimento, musica insistente di un violino quasi a caratterizzare un nuovo “cinema di poesia”. Si ha l’impressione che il cinema di Leigh guardi narcisisticamente dentro se stesso, che chiuda i personaggi all’interno di compositi quadretti sul quotidiano dove la macchina da presa appare solo come sguardo oggettivo. “All or Nothing” è invece un’ulteriore esempio di ignobile e falso realismo, dove si avverte il peso di un montaggio che spezza il flusso della vita dei personaggi e in cui si sente quel peso di un make-up prima di ogni scena, soprattutto con il corpo di Timothy Spall, con la faccia e i capelli sporchi. Nei silenzi, nella disperazione, Leigh sembra appassionarsi e coinvolgersi nel rappresentare le proprie vite ordinarie. In realtà il suo continua ad essere un cinema che si compiace nello spettacolarizzare il dolore, ma senza mai farsene accorgere. Forse proprio per questo molta critica lo ama.
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