CINEMA. Festa internazionale di Roma 2007 - "Le deuxieme souffle", di Alain Corneau (Concorso)

Questo gangster movie di Alain Corneau è cinema postmoderno che non si vergogna di credere ancora alla sua classicità anziana e che solo a tratti nasconde un’ombra di scrittura macchinosa e involuta. La lunga durata della pellicola (155’) è figlia soprattutto di un amore sconfinato per una narrazione piana, un po’ convenzionale e a tratti scolastica, ma meravigliosamente convinta nel cinema, proprio perché dentro il cinema

E’ una storia di gangster quella che ci racconta Corneau. Una storia di sangue, onore, morte e sentimenti, come nei classici noir metropolitani che hanno fatto la storia di molto cinema americano e, ovviamente, francese.  Tratto dal secondo libro di Josè Giovanni, da cui Jean-Pierre Melville aveva già realizzato nel 1966 un capolavoro quasi dimenticato, Le Deuxieme soufflé racconta il declino di un gangster e dei suoi rivali, la fine di un mondo segnato da legami di sangue, regole d’onore e violenti anarchismi alla Dillinger. Rocambolescamente evaso di prigione, Gu (Daniel Auteil) raggiunge la donna di cui è innamorato, Manouche (Monica Bellucci), che nel frattempo è appena uscita indenne da un attentato nei suoi confronti ordito da Jo Ricci, boss mafioso eterno rivale di Gu. La vendetta di Gu sarebbe immediata se il fuggiasco non fosse perseguitato anche dalla polizia che cerca in tutti i modi di incastrarlo per una rapina e di farlo apparire come un traditore al cospetto della malavita. Spetterà a Gu il compito di vendicare il proprio nome e fare piazza pulita di tutti coloro che lo vogliono morto, anche al costo di salutare per sempre la sua amata. Quello di Corneau è un cinema postmoderno che non si vergogna di credere ancora alla sua classicità anziana e che solo a tratti nasconde un’ombra di scrittura macchinosa e involuta. La lunga durata della pellicola (155’) è figlia soprattutto di un amore sconfinato per una narrazione piana, un po’ convenzionale e a tratti scolastica, ma meravigliosamente convinta nel cinema, proprio perché dentro il cinema, desiderosa di non staccarsi mai dal furente recupero filologico e iperrealista compiuto da Corneau e dal direttore della fotografia Yves Angelo. Una pastosità visiva talmente accentuata da sostituire i corpi e spesso penetrarli come i proiettili assassini, che perforano le carni al rallenti in quasi tutte le scene d’azione – soluzione estetica che sembra più una ossessiva raffigurazione di un genere incastrato nel tempo che un modo di rendere omaggio alle iperboliche coreografie hongkongesi. Gli attori stessi appaiono sin dall’inizio superfici tragiche destinate al macello, come tanti altri corpi noir del passato. Personaggi dipartiti (departed), al cui infausto destino viene sottratta la Manouche della Bellucci, bella, innocua e accessoria quanto basta. Anche lei remake dell’eterna donna del capo.

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