"Cloverfield", di Matt Reeves
L’impalcatura high budget e la macchina-kolossal di Cloverfield si dimostrano subito troppo grandi per potersi accontentare della videocamera maneggiata dal protagonista attraverso cui assistiamo alla distruzione notturna di Manhattan da parte di un mostro gigantesco: limite da aggirare più che espediente da utilizzare, la ‘falsa soggettiva’ non contribuisce infatti minimamente all’efficacia delle sequenze più riuscite.
Il formato non conta. Non è mai stato importante – Cloverfield sembra stato pensato apposta dal suo produttore JJ Abrams (autore tv: Lost, Alias... regista cinematografico: Mission: Impossible 3, il prossimo Star Trek) a dimostrazione che un film con un mostro gigantesco venuto da chissà dove che attacca e distrugge Manhattan in una notte resta comunque uno spettacolo affidato alla potenza sonica frastornante del Dolby, al fascino tutto ground zero (la testa della Statua della Libertà che rotolacome una palla da bowling dal cielo per strada, i sopravvissuti che si muovono intontiti come zombie fuoriuscendo dall’immenso nuvolone di polvere causato dal disastro) dei grattacieli che crollano addosso allo spettatore, e a collaudate tecniche di soprassalto come la minaccia delle creature (sono gli aracnoidi figlioletti del mostro) che strisciano invisibili nel buio dei tunnel della metropolitana in cui si cerca rifugio – anche se tutto ciò viene ripreso dalla piccola videocamera di uno dei quattro ragazzi protagonisti, che tentano di sopravvivere a questa notte infinita di distruzione dopo aver iniziato le riprese del filmato di un party privato nell’appartamento di uno di loro. Nell’istante stesso in cui si apre, questo film dimostra irrevocabilmente il suo totale disinteresse per la formula “Cameron Crowe meets Godzilla & The Blair Witch Project” che Abrams aveva usato per definire il progetto – e non soltanto perchè la definizione dell’immagine è troppo nitidamente 35mm per poter neppure per un attimo sembrare miniDV. Non sarà infatti un caso se le sequenze più riuscite del film – spesso avvincente, mai angosciante o spaventoso –, come la salita agli ultimi piani del grattacielo diroccato coricato su di un lato del palazzo affianco per salvare una ragazza intrappolata, non guadagnino mai nulla in efficacia dal falso espediente della ripresa in soggettiva, e anzi funzionino indipendentemente dal fatto che lo spettatore assista alla vicenda attraverso gli occhi di uno dei personaggi che è diventato l’operatore interno del film. Il regista Matt Reeves (Tre Amici, un matrimonio e un funerale - 1996) rinuncia in partenza a tutti gli espedienti di suspance che potevano derivare dalla situazione, come la potenza del fuoricampo o del restringimento dell’ottica del visibile che erano invece la carta vincente di REC di Jaume Balaguerò (anche se neppure in Cloverfield manca un seppur rapidissimo accenno alla possibilità di un contagio), almeno sino all’ingenuo e sbagliatissimo finale che mandava a rotoli l’intera impalcatura dell’horror dello spagnolo.
Tutt’altro: Reeves (che Abrams si porta appresso dai tempi della serie tv Felicity) e il suo sceneggiatore Drew Goddard (tra gli autori di Buffy, Angel, Alias, executive producer di Lost) sembrano sempre invece intenti ad aggirare i possibili limiti della videocamera: il ragazzo che la maneggia è particolarmente rimbambito, e rivolgendosi a lui gli altri tre spiegano ripetutamente la situazione; e dopo nemmeno venti minuti ci è dato di vedere il mostro in tutta la sua imponenza grazie alle riprese dall’elicottero di una emittente televisiva, ‘viste’ attraverso lo schermo di un televisore in un negozio di elettrodomestici ‘inquadrato’ dal protagonista. L’impalcatura high budget e la macchina-kolossal di Cloverfield si dimostrano subito quindi troppo grandi per potersi accontentare della videocamera, nemmeno nell’istante in cui finalmente la Bestia guarda in macchina – e che magari per un attimo può ricordare una sequenza quasi analoga ma di infinitamente maggiore portata teorica nello strepitoso mockumentary (assolutamente da recuperare!) Incident at Loch Ness (2004) di Zak Penn e Werner Herzog (lì il mostro era vero solo nel momento in cui era Herzog a riprenderlo...). Abrams/Reeves/Goddard mettono però a segno una trovata che sfiora il sublime ‘trasformando’ i flashback della gita romantica a Coney Island dei due fidanzati protagonisti nei frammenti del nastro originale su cui i ragazzi stanno registrando sopra per sbaglio, e che vengono fuori subitanei tra uno ‘stacco’ e l’altro nelle riprese, come squarci di luce nel buio della paura, istantanee impresse su di una pellicola ormai cancellata di una quiete prima della tempesta.
Titolo originale: id.
Regia: Matt Reeves
Interpreti: Lizzy Caplan, Jessica Lucas, TJ Miller, Michael Stahl-David, Mike Vogel, Odette Yustman
Distribuzione: UIP
Durata: 85’
Origine: USA, 2008
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