"Mongol", di Sergei Bodrov
Deludente sia come kolossal d’autore, che come mero blockbuster da multisala, quest’epica dedicata alla gioventù del feroce e temutissimo Genghis Khan resta un film indeciso, schizofrenico, incompiuto e davvero poco efficace: lo sguardo di Sergei Bodrov svanisce, mostrando l’evanescenza della sua effettiva ed attuale, dolorosa inconsistenza. Presentato in concorso alla 2° Festa del Cinema di Roma
Sergei Bodrov era ‘il prigioniero del Caucaso’, come si chiamava un suo pluripremiato film del 1996: poi, qualcuno lo ha liberato – e il suo sguardo ha preso a vagare sempre più libero e dispersivo, sino a risultare al giorno d’oggi ormai completamente disperso e perduto: ben oltre ai tentativi fiabeschi e spesse volte imbarazzanti di Lucky e Il bacio dell’orso, o alla sortita noir all’americana di Decisione rapida con Jennifer Jason Leigh e Dean Stockwell, questo Mongol rappresenta pienamente la gioia assoluta della macchina-cinema di un autore completamente su-di-giri al cospetto con la possibilità di un kolossal – e quindi ampissimo sfogo a spazi sconfinati, maestose e roboanti scene di massa, preziosissime ricostruzioni storiche, narrazioni ambiziose, audio frastornante su innumerevoli piste di dolby surround: eh si, la possibilità di un kolossal si è subito trasformata nella realtà di un blockbuster, che purtroppo non rinuncia agli schizzi di sangue in digitale, alla messinscena ipertrofica e iperrealista degli scontri e delle numerose battaglie, alle sequenze ad effetto con panoramiche aeree a contemplare la grandezza sterminata del set e della produzione (il direttore della fotografia russo Sergei Trofimov si fa aiutare dall’hollywoodiano desaturato Rogier Stoffers – Quills, John Q, Masked & Anonimous, School of Rock, Disturbia), al montaggio quasi-clippato che sembra preso da quel delirio di carne-cinema in decomposizione così perversamente affascinante che era l’Alexander oliverstoniano. L’anonimato davvero ormai interscambiabilmente globalizzato dell’occhio che segue quest’epica dedicata alla gioventù del valoroso Temudgin che da grande è destinato a diventare il feroce e temutissimo Genghis Khan, vorrebbe essere salvato dai pochi istanti in cui Bodrov si ricorda di essere ‘un Autore’, e dunque ricorre a situazioni metaforiche, giochi di sguardi tra i personaggi, ralenti e flashback struggenti – eppure il regista non dimostra la capacità del Besson di Giovanna d’Arco di tenere l’operazione sempre in perfetto equilibrio tra il carrozzone fracassone e un accorato e sentito profilo storico, né tantomeno l’azzardo di un Zack Snyder che decide di giocare fino in fondo apertamente sulle membra maciullate e gli arti fatti saltare in battaglia: lanciato così del tutto a briglia sciolta, lo sguardo di Sergei Bodrov svanisce, mostrando l’evanescenza della sua effettiva ed attuale, dolorosa inconsistenza – resta un film indeciso, schizofrenico, incompiuto e davvero poco efficace, che lascia frastornati a domandarsi la ragione del senso ultimo dell’operazione: né il ribaltamento postmoderno delle sanguinose gesta del leggendario condottiero, né un’appassionata rievocazione delle vicende legate alla sua complessa personalità; deludente sia come kolossal d’autore, che come mero blockbuster da multisala
Titolo originale: id.
Regia: Sergei Bodrov
Interpreti: Tadanobu Asano, Honglei Sun, Khulan Chuluun, Odnyam Odsuren
Distribuzione: Bim
Durata: 120’
Origine: Kazakistan/Russia/Germania, 2007
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