VENEZIA 59 - "Ten Minutes Older: The cello" di Bernardo Bertolucci, Mike Figgis, Jiri Menzel, Istvàn Szabò, Michael Radford, Claire Denis, Volker Schlöndorff, Jean-Luc Godard (Fuori Concorso)
Dieci minuti per riflettere sul concetto di tempo. Dieci minuti di grande cinema dedicati alla memoria e alla percezione del nostro essere nel mondo. Secondo film collettivo della sezione Fuori Concorso, "Ten Minutes Older" è la seconda parte di un dittico già presentato a Cannes. Tra i registi, il maestro Jean-Luc Godard

Forse solo un film collettivo poteva avviare una riflessione sul tempo in maniera così incisiva. Probabilmente perché solo un'opera spezzettata, un mixage che ha ripudiato ogni sorta di montaggio inteso come associazione e concatenamento, poteva trasmettere il senso di quella che Gilles Deleuze chiamava l'immagine-tempo; un'immagine che restituisce la percezione della durata, che crea vuoti e spaziature, dove la disorganicità tra autore, personaggi e mondo e la dissociazione tra sonoro e visivo creano altri luoghi, nuovi territori fisici e mentali, su cui impiantare un'indagine filosofica che s'interroga in primis sul concetto di sapere. Ten Minutes Older è un film-collage, uno sguardo disgregato e disgregante che nella sua eterogeneità stilistico e formale ci porta oltre l'esperienza empirica della visione: gli oggetti e i volti infatti non sono solo quelli che sono, rapresentazioni di se stessi, ma suggeriscono connessioni, producono intrecci o corto circuiti che ci spingono ineluttabilmente a una riflessione filosofica più profonda. Ed ecco che il primo piano del volto di Rudolf Hrusínsky, colto negli anni da Jiri Menzel in Un momento, diventa un'icona di nostalgia e di solitudine, l'espressione pura di un affetto e di sentimenti universalmente condivisibili (come la paura di morire), l'emblema di un'umanità che nella memoria rintraccia i segni della sua precarietà esistenziale e nel ricordo dell'alterità e dell'estraneità (in questo caso, quella dei numerosi personaggi intepretati nel corso della sua carreira d'attori) cerca la propria identità. Il tema dell'estraneità ricorre un pò in tutti gli otto frammenti presentati.
Nell'episodio diretto da Bernardo Bertolucci, Histoire d'eau ha per esempio la forma del protagonista, un indiano giunto in Italia nel dopoguerra, la cui vicenda inizia e si conclude seguendo i contorni di una circolarità perfettamente rintracciabili dal momento in cui la m.d.p. inquadra il dettaglio dell'occhio del toro: un film sul tempo che ritorna, che rievoca l'andamento dei corsi d'acqua, ma anche sulla filosofia indiana, a cui la parabola s'ispira, per cui la vita è un ciclo dove tutto ritorna.
Si parla di estraneità anche in Verso Nancy di Claire Denis (già in concorso al Festival con Vendredi soir) dove viene ripresa la conversazione in treno tra il filosofo Jean-Luc Nancy e una delle sue studentesse, Ana Samardzija a proposito dell'immigrazione in Francia e del concetto di intrusione. Nella forma dialogica (che rievoca ineluttabilmente i racconti di Rohmer) il film della Denis continua però a parlarci di tempo, racccordando proprio attraverso il campo-controcampo, l'uno e l'altro, il lontano con il vicino, il presente e il passato.
Tempo e identità anche nell'episodio di Mike Figgis, About Time 2 con uno split screen su quattro piani sequenza diversi che mette a confronto passato, presente e futuro in maniera del tutto dissociata e dove le relazioni umane sembrano costruirsi casualmente come un gioco casuale di percezione visive e sensoriali. Un film per certi aspetti prossimo a un'opera d'arte contemporanea (del resto alcune inquadrature ricordano inevitabilmente le cartoline di Andy Wahrol) e piuttosto inquietante. Le stesse tonalità acide sono rintracciabili anche nell'episodio di Michael Radford, Dipendente dalle stelle dove le visioni futuristiche di uomini e città sembrano aggiungere un tassello in più all'immaginario gilliano di Brazil. Discutibili invece i film di Volker Schlöndorff, L'illuminazione, interamente girato con la soggettiva di una mosca che cita Sant Agostino e quello di Istvàn Szabò, Dieci minuti dopo decisamente meno significativo sia dal punto di vista formale che contenutistico e, quasi compiaciuto nel riprendere l'isterismo di una coppia borghese in procinto di cambiare la sua vita.
La commozione e l'ammirazione sta invece tutta per il film di Jean-Luc Godard, Dans le noir du temps (Nel nero del tempo): puro cinema, puro tempo. Un frammento che ne raccoglie altri, una visione che suggerisce sempre oltre. Montaggi di immagini video e cinematografiche da Le petit soldat a Vivre sa vie, collage di ricordi, parole, sogni, pensieri che scardinano ogni certezza, ogni affermazione di sapere come unità e armonia. Ed ecco che le distanze tra cinema e filosofia si assottigliano, si annullano: la mente e il pensiero generano altre realtà, altri mondi, nel divenire e del passaggio delle immagini, il tempo prolifera e si moltiplica (c'è il tempo dell'amore, della paura, del coraggio, del cinema...) ma lascia intravedere anche lo spettro di una sua assenza. E tra queste infinite contraddizioni, tra tempi che si sommano, si sovrappongono e si annullano, la sensazione di un cinema possibile: epifania del tempo e del pensiero, impareggiabile strumento di conoscenza.
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