"Il nemico del mio nemico -Cia, nazisti e guerra fredda", di Kevin Macdonald
Kevin Macdonald prova a ricostruire le gesta, le fughe e le follie di uno dei più sanguinari criminali di guerra, forse l’emlema stesso del male: Klaus Barbie, l’uomo dalle tre vite che fuggì più volte al proprio destino, il criminale nazista che lavorò per la CIA e per i dittatori sudamericani
Corre sempre lungo il crinale della di una realtà che si fa altra il cinema di Kevin Macdonald, autore scozzese nipote del grande Emeric Pressburger, ossessionato dalle viscere della Storia, da quei risvolti nascosti e quasi mai celebrati dai libri. Fu così con La morte sospesa –docufiction su due alpinisti britannici alle prese con una delle vette più impervie delle Ande peruviane- ma anche con L’ultimo Re di Scozia – fiction sul dittatore ugandese Idi Amin ma sempre veicolato da uno sguardo documentaristico- e anche con questa sua ultima fatica non sembra discostarsi poi molto dal resto del suo cinema. Anzi. Il nemico del mio nemico – Cia, nazisti e guerra fredda ha ancora una volta al centro del discorso filmico un personaggio scisso, frammentato, ma soprattutto dannatamente maledetto dalla storia e dall’umanità. Klaus Barbie, capo della Gestapo a Lione durante l’occupazione nazista. Diabolica trinità del male che Macdonald prova a inseguire nel tempo, visto che per lui quel tempo s’è fermato (la leucemia se l’è portato via in carcere nel 1991), raccogliendo prove, immagini, testimonianze delle sue molteplici attività. Prima in Germania, dove lavora nei servizi segreti, poi in Francia per l’occupazione: con la fine della guerra riesce a scampare al Processo di Norimberga grazie all’aiuto della CIA che lo promuove informatore per dare la caccia ai rossi durante la guerra fredda (quante curiose coincidenze con l’attualità dell’arresto di Radovan Karadzic, altro protetto della CIA…). Ma quando il cappio inizia a stringersi attorno al collo del boia ecco che il novello Mr. Arkadin sale su un aereo e trova posto in Sud America, dove ovviamente non si ritirerà in pensione ma diverrà uno dei pilastri delle dittature e dei continui colpi di stato che infesteranno la Bolivia per decenni. Macdonald sembra giocare al gatto col topo concedendosi, di tanto in tanto, di imbastire qualche lezione a tesi dal sapore vagamento accademico su come le potenze occidentali abbiano spesso usato personaggi di questo calibro per ottenere importanti risultati strategici. Leggi Osama Bin Laden e i talebani contro i russi e Saddam Hussein contro l’Iran negli anni Ottanta, insomma, e leggi Karadzic oggi. Ma aldilà di tutto è sapiente l’utilizzo che il regista riesce a fare di materiali diversi, quasi opposti, contrapponendoli in un montaggio delle attrazioni folle, tra testimonianze ai reduci che subirono la furia cieca del male e l’innocente difesa che la figlia di Barbie prova a imbastire sul conto del padre (l’arendtiana "banalità del male"…). Ancora una volta, insomma, Macdonald dà prova di grande abilità nel realizzare questi documentari spuri, che recano forti le tracce di una manipolazione che sembra spostarli verso la fiction, pur restando profondamente ancorati alla Storia.
Titolo originale: My Enemy’s Enemy
Regia: Kevin Macdonald
Interpreti: Klaus Barbie, Kevin Macdonald
Distribuzione: Mikado
Durata: 90’
Origine: Francia/Gran Bretagna, 2007
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