VENEZIA 65 - "Dove vivo io non c'è conoscenza visiva né materiale di questo conflitto". Incontro con Kathryn Bigelow
Kathryn Bigelow presenta alla stampa The Hurt Locker, un film che racconta per immagini un'unità speciale di soldati in Iraq che ha il compito di disinnescare bombe, cercando di avvicinarsi all'inspiegabile potenziale attrattivo della guerra e alla scelta volontaria di chi decide di combattere in Iraq
Kathryn Bigelow presenta alla stampa The Hurt Locker, un film che racconta per immagini un'unità speciale di soldati in Iraq che ha il compito di disinnescare bombe, cercando di avvicinarsi all'inspiegabile potenziale attrattivo della guerra e alla scelta volontaria di chi decide di combattere in Iraq. La regista americana ha commentato il film (in Concorso) insieme a Greg Shapiro (produttore), Mark Boal (produttore e sceneggiatore il cui soggiorno a Bagdad, al seguito di un'unità speciale anti-bomba, ha ispirato la sceneggiatura) e agli interpreti del film.
Il film inizia con una citazione: la guerra è una droga. Perchè?
Mark Boal ha osservato come giornalista a Bagdad la psicologia del soldato volontario, quello che sceglie di partecipare a questo conflitto. Questa attrazione è stata fondamentale per la sceneggiatura.
Il ritratto che lei fa dei soldati non rischia di edulcorare il mestiere delle armi?
Non credo che il personaggio che muore all'inizio le darebbe ragione, visto che il suo Dna viene sparpagliato fino alla regione vicina. Stiamo parlando di una tragedia, ma dare un volto umano al conflitto permette secondo me al pubblico di sentire che cos'è questa guerra. Io credo che alla base delle immagini del film ci siano accuratezza e realismo.
Si è ispirata ad altri film o a documentari televisivi?
Nel mio paese ci sono ben pochi esempi televisivi: se ne parla molto poco e questo è il motivo per cui ho fatto il film. La sceneggiatura è basata sull'osservazione diretta di Mark in Iraq e sulle interviste con i soldati, era importante essere il più realisti possibile. La base del film è un'osservazione polemica. Abbiamo pensato che, se avessimo mostrato una fetta di guerra in maniera accurata, avremmo raggiunto il nostro obiettivo.
Sente la pressione e la responsibilità di raccontare un mondo del quale, almeno a livello di immagini, abbiamo un'idea abbastanza precisa?
Dove vivo io non c'è conoscenza visiva né materiale di questo conflitto. Di recente il New York Times ha parlato di 4.000 soldati uccisi in Iraq e di 6 foto pubblicate: la spiegazione proposta dal giornalista è quella della censura. Più il conflitto va avanti e meno viene coperto, tanto meno se si tratta di parlare del lavoro degli artificieri: neanche sappiamo che ci sono persone che cercano di disinnescare le bombe. Questo è un film su una guerra che non viene coperta dai media, e cerca di parlarne in maniera onesta.
Qual è la sua opinione sugli altri film dedicati all'Iraq che non hanno avuto successo?
Io sono solo una regista. Per me è difficile commentare l'andamento del mercato cinematografico. Per quanto ne so, se nessun altro fa vedere questa guerra, la fame di verità alla fine è destinata a vincere.
Piuttosto che vedere la guerra una droga, non bisognerebbe considerare la disoccupazione e la disperazione che spingono i ragazzi ad arruolarsi?
Le due cose non si escludono. C'è una potenziale attrattiva in questa esperienza estrema, al limite, come buttarsi da un aereo senza paracadute. E ciò è complicato dall'economia, che fornisce poche opportunità.
La reazione di Hollywood a questo film?
All'inizio alcuni membri della crew avevano paure, ho cercato di dissiparle. Stare lì ha richiesto un grande coraggio, ma era necessario essere il più vicini possibile al conflitto reale. A Hollywood cominciano ora a rendersi conto del film.
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