VENEZIA 66 - "Deserto Rosa - Luigi Ghirri", di Elisabetta Sgarbi (Orizzonti - Eventi)
La regista con questo mediometraggio ha voluto omaggiare parte dell'opera di uno dei più grandi fotografi italiani del secolo scorso. L’ambizioso progetto scenico è però alquanto discutibile. Manca quella capacità, insita nella fotografia di Ghirri, di ricondurre tutte le apparenze e apparizioni verso quell'ultimo sfondo, verso il limite sul quale l'aperto si fa mondo
Per gli appassionati di fotografia il nome di Luigi Ghirri è assolutamente imprescindibile. Uno dei massimi autori italiani del secolo scorso che Elisabetta Sgarbi ha voluto omaggiare in questo mediometraggio di video-arte, di sovrapposizione tra immagini in movimento e scatti dell’artista, di continue dissolvenze e (s)cambi di stagioni. Accostarsi alle fonti dell’emozione, questo è l’obiettivo del film. L’estremo progetto di Luigi Ghirri, purtroppo non realizzato, era una “casa delle stagioni”: acquistare un casolare, che compare nelle ultime opere del fotografo, nei pressi della sua casa di Roncocesi (in provincia di Reggio Emilia), e allestirvi mostre legate, ciascuna, alla stagione corrente, in modo da creare una stretta relazione tra tempo naturale e tempo dell’arte. A questo progetto interrotto si ispira Deserto rosa, in cui la telecamera visita una serie di paesaggi fotografati da Ghirri appunto secondo l‘alternarsi delle stagioni: primavera, estate, autunno, inverno e primavera notturna. Aleksandr Sokurov racconta ciascuna stagione rappresentata nel film, focalizzando in forma narrativa il sentimento della ciclicità del tempo di Luigi Ghirri. Paola Borgonzoni Ghirri lo ha così raccontato “Luigi Ghirri era sempre là, sospeso su quella fune sopra a un campo innevato, sulla terra arata o confuso nella nebbia, sempre un po’ più in alto di me anche sulle spiagge dell’Adriatico nella luce del tramonto estivo che regala a questo mare il turchese e lo smeraldo.” L’ambizioso progetto scenico di Elisabetta Sgarbi è questa volta alquanto discutibile. Non era facile addentrarsi nel mondo dell’artista, soprattutto se si rischia di imbastire un’opera pericolosamente intellettualistica e a tratti eccessivamente narcisa. Ciò che a questa opera manca è quella capacità, insita nella fotografia di Ghirri, di ricondurre tutte le apparenze e apparizioni verso quell'ultimo sfondo, verso il limite sul quale l'aperto si fa mondo. Ghirri riusciva a farlo attraverso la visione atmosferica, cioé attraverso il sapore affettivo dei colori e dei toni. E ciò gli permette di presentare tutte le apparenze del mondo come fenomeni sospesi, e dunque non più come fatti da documentare. Ogni momento del mondo è riscattato dalla possibilità di ridargli una vaghezza, cioè di riportarlo al sentimento che abbiamo dei fenomeni. È riuscito a raccontare la fissità dello spazio vuoto, lo spazio che non si riesce a capire. Ha compiuto una radicale pulizia negli intenti o scopi dello sguardo. Ci ha fatto vedere uno sguardo che non spia un bottino da catturare, che non va a caccia di avventure eccezionali, ma scopre che tutto può avere interesse perchè fa parte dell'esistente. Ci sono mondi di racconto in ogni punto dello spazio, apparenze che cambiano ad ogni apertura d'occhi, disorientamenti infiniti che richiedono sempre nuovi racconti: richiedono soprattutto un pensare-immaginare che non si paralizzi nel disprezzo di ciò che sta attorno. Deserto rosa al contrario è troppo carica di rappresentazione, di voci fuori campo, di parole che frastuonano su quei deserti, sui silenzi, sulla grazia e l’angoscia di forme che accarezzano il mondo.
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