"Bruno", di Larry Charles

Non sempre per indagare la realtà è sufficiente mostrarla, e così gli intenti genuinamente anarchici e politicamente sovversivi di Bruno non riescono a tramutarsi in risultato. Un film che punta il dito contro atteggiamenti e intolleranze che si commentano da sole e che non hanno necessità di alcuna mediazione cinematografica, facendo sì in questo modo che l’unico aspetto in grado di riconciliarci con il cinema sia rappresentato da uno straordinario Sacha Baron Cohen

brunoStoria di un presentatore gay austriaco tra le strade d’America, in cerca del successo e di un’affermazione personale in mezzo alle contraddizioni e alla cecità del Grande Paese: praticamente una sorta di remake in chiave omosessuale di Borat, con - se possibile - ancora meno inventiva del prototipo. Come nel film del 2006 infatti, a Larry Charles e al suo alter ego Sacha Baron Cohen interessa lavorare sui punti di vista, mettendo alla berlina quei pregiudizi tramite i quali lo sguardo e la morale della società americana osservano e giudicano tutte le minoranze etniche o sociali che tanto sembrano metterle paura. Anche Bruno quindi si rivela non tanto una presa in giro dei clichè omosessuali, quanto invece una rappresentazione, una critica dell’ignoranza che genera l’odio e l’intolleranza, una sorta di riflessione sui luoghi comuni che dettano legge oggigiorno stabilendo cosa è normale e cosa no. Peccato però che gli intenti genuinamente e squisitamente anarchici di Bruno (così come in Borat) non riescano a tramutarsi in risultato: il cinema di Larry Charles sembra fermarsi ai nastri di partenza, senza andare oltre i proclami di una qualsiasi inchiesta televisiva. E la forma, infatti, è ancora quella di un finto giornalismo d’assalto: la telecamera segue ossessivamente e impudicamente il suo protagonista in tutto il suo peregrinare fino all’America più profonda, conservatrice e geneticamente razzista, tra coppie di scambisti, sedicenti predicatori intenzionati a convertire gay in etero e incontri di lotta libera per un pubblico esclusivamente macho e virile. Ed è proprio la parte finale del film che denuncia tutta la vacuità dell’operazione: Bruno combatte contro il suo ex compagno all’interno di una gabbia, circondato dall’esaltazione di una folla chiassosa e intollerante, fino a quando la rabbia dei due contendenti lascia il posto alle effusioni e alla pubblica dichiarazione d’affetto (sulle note di My Heart Will Go On di Titanic!), tra l’orrore e il disgusto generale. Ecco, una sequenza potenzialmente esplosiva, rivoluzionaria e politicamente deflagrante come questa si risolve in un nulla di fatto, perché i bersagli contro i quali il film punta il dito si commentano da soli: non c’è bisogno di nessun Sacha Baron Cohen e di nessun Bruno per evidenziare in questa maniera l’orrore rappresentato dall’odio, il razzismo e l’intolleranza. La mediazione cinematografica qui è puramente decorativa, per non dire inutile: si prenda il già citato esempio del predicatore in grado (?) di trasformare un omosessuale in eterosessuale. Si metta dinanzi a lui una telecamera e lo si lasci parlare liberamente  riguardo al proprio lavoro e alle proprie idee: ritorna alla mente il precedente lavoro di Larry Charles, l’improponibile documentario Religiolus, ovvero sia una concezione di cinema che sfonda porte già aperte, il cui oggetto di studio non trova nella forma film uno sguardo attraverso il quale poter essere filtrato, come se per indagare la realtà fosse sufficiente mostrarla. Ma non sempre è così, e l’unico aspetto in Bruno in grado di riconciliarci con il concetto di Cinema lo troviamo nelle straordinarie doti attoriali del proprio protagonista, un vero e proprio corpo fisico capace di mettersi in gioco e trasformarsi in strumento dialettico: quando Sacha Baron Cohen riuscirà a non farsi più mettere in ombra dal proprio narcisismo, avremo finalmente trovato un grande attore.

 

Titolo originale: id.

Regia: Larry Charles

Interpreti: Sacha Baron Cohen, Gustaf Hammarsten, Josh Meyers

Distribuzione: Medusa

Durata: 81’

Origine: USA, 2009

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Sono presenti 1 commenti
 
  1. Più che altro non va visto in italiano, in questo caso il doppiaggio ha annullato completamente il film.

    Inviato da simo il 09/11/2009
 

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