TORINO 27 - Retrospettiva Nicolas Winding Refn (Rapporto confidenziale)
La violenza e l’eccesso, sembrano queste le due caratteristiche del cinema di Nicolas Winding Refn, il cineasta danese, nato nel 1970 a Copenaghen, a cui il Torino Film Festival ha dedicato la retrospettiva completa nella sezione Rapporto confidenziale. Resta, però, una mancanza di fine, di compiutezza: l'atto del mostrare non si risolve quasi mai in una chiara e compiuta riflessione, ma sembra quasi il frutto dell'idea di un momento, l'esplosione di un genio visivo a cui manca la cognizione del proprio lavoro
La violenza e l’eccesso, sembrano queste le due caratteristiche del cinema di Nicolas Winding Refn, il cineasta danese, nato nel 1970 a Copenaghen, a cui il Torino Film Festival ha dedicato la retrospettiva completa nella sezione Rapporto confidenziale.Emigrato a 6 anni negli Stati Uniti, tornato a 17 in Danimarca per poi ripartire nuovamente ed iscriversi all’American Academy of Dramatic Arts dalla quale viene espulso, Winding Refn ripiega sulla Danish Film School e esordisce a soli 26 anni con il film Pusher (1996), storia di uno spacciatore di droga alla prese con debiti e conti da saldare, il maggior successo di pubblico del cinema danese contemporaneo a cui faranno seguito due spin-off, pensati per recuperare i soldi persi con Fear X (2003) produzione americana rivelatasi un vero e proprio flop (la storia è narrata anche in Gambler, documentario su Winding Refn girato nel 2006 da Phie Ambo).
I film di Winding Refn (al momento sono sette) traboccano di sangue, ma quello che manca è spesso l’atto; il regista mostra la premessa e l’esito di uno scatto di violenza, eppure il suo occhio lascia sempre fuori scena la “mostrazione” fisica e concreta di un pestaggio. Sono gli stessi personaggi a coprire l’immagine e nascondere le loro azioni, o è esplicitamente la telecamera ad aspettare che il tutto finisca per poi mostrare le conseguenze di ciò che è rimasto esterno fino a quel momento. È questa mancanza di coraggio a far nascere i dubbi sull’opera di un regista dal talento visivo eccezionale, capace di giocare sui mezzi e sul concetto stesso di finzione, ma sempre indeciso su cosa riprendere, su come finire le proprie storie, sulla sostanza stessa del suo lavoro. Ogni suo lavoro difficilmente ha una vera conclusione, ma ha, invece, un inizio: i personaggi appaiono fin da subito indicati con il loro nome, lo sguardo fisso in macchina, la penombra a nasconderli (la trilogia Pusher, Bleeder)
oppure sono loro stessi a presentarsi allo spettatore e a raccontarsi (Bronson), rompendo fin da subito quel lieve confine che ci fa immedesimare nel film.
oppure sono loro stessi a presentarsi allo spettatore e a raccontarsi (Bronson), rompendo fin da subito quel lieve confine che ci fa immedesimare nel film. Il suo cinema non trova una destinazione, una motivazione a tutto quel sangue eccessivamente mostrato (esemplificativo è Valhalla Rising), forse perché sono i suoi stessi personaggi a non trovare un ruolo nel mondo che li circonda: gli spacciatori, i criminali, i poliziotti, gli eroi mitologici che ambientano le sue storie vivono al di fuori di ogni realtà, chiusi in un sistema in cui è impossibile uscire perché continuamente tirati all’interno, prigionieri di un insieme di fattori così simili a quelli di una sala cinematografica (Bleeder, Fear X, Bronson) dalla quale non si osa alzarsi prima della fine, trascinati in quella visione comunitaria che è lo stare insieme in uno stesso posto, nel “sacro” atto del guardare, nel vivere una storia non propria eppure così intima e vicina a noi da incorporarci in essa.
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