"A mia sorella!" di Catherine Breillat
Un cinema, quello della Breillat, dove lo sguardo è percezione, sensazione tattile, incontro con un oggetto solido, freddo ed estraneo
Imbarazzante. E’ questo, forse, l’aggettivo più appropriato per definire il cinema di Catherine Breillat: da “Une vraie jeune fille” (1978) a “Romance” (1998) un unico rotocalco di sequenze che più che mostrare un viso, un corpo, descrivere un ambiente, amano viaggiare sotto pelle, fra viscere e umori acquosi prodotti dalla consumazione di intime pulsioni esibite davanti alla macchina da presa, dallo sforzo fisico, da quell’erosione di materia che produce solo un contatto intenso.Dunque, un cinema dove lo sguardo è percezione, sensazione tattile, incontro con un oggetto solido, freddo ed estraneo. E guardare è scavare, frugare fra gli organi di un corpo, scendere giù, sempre più giù, fino ad accarezzare le ossa dell’altro, sporcarsi di sperma o liquido vaginale.
E gli occhi di Anaïs, adolescente goffa e bruttina protagonista di “A mia sorella”, scavano incessantemente, penetrano l’esile figura della sorella più grande, bella e disinibita, e di Fernando, ricco e ipocrita fidanzato, conosciuto durante le vacanze al mare.
Un’unica stanza, due amanti (?) aggrovigliati ma distanti, una ragazzina che dovrebbe dormire e invece guarda un atto d’amore che assomiglia ad un’esecuzione capitale, ad un macabro rituale che sembra trarre linfa vitale da un ossessiva ripetizione.
Ma le palpebre di Anaïs non vogliono chiudersi. Queste pupille di donna acerba, che luccicano di emozioni come gli occhi della “Ponette” di Jacques Doillon, ma fendono l’aria e attraversano la materia come se avessero la vista a raggi X di un personaggio cormaniano, colpiscono al cuore, leggono fra le pieghe sudate di quei corpi che riproducono stancamente gesta d’amore.
E scoprono il nulla, l’inconsistenza di un sesso che è insignificante gioco borghese, ghigliottina sensuale e sociale; come vuoti e sterili si rivelano i dialoghi che accompagnano la vita quotidiana di Anaïs, le parole di una madre ed un padre che non hanno, e forse non hanno mai avuto, nulla da dirsi.
E’ l’eterna ripetizione a minacciare lo sguardo di Anaïs: lei che consumerebbe la vita in un solo istante, un unico e letale contatto! Un desiderio assoluto, così bruciante da baciare la morte.
Così, inaspettata, la “differenza” scava fra le macerie della “ripetizione”, irrompe violenta nel plot della narrazione, regalando una morte adrenalinica che pone fine a questa parvenza di vita.
Nessuna dubbia implicazione psicologica, nessun processo di immedesimazione fra i personaggi, nessun “buco” nella sceneggiatura: “À ma soeur” è la delicata e scabrosa storia di un dono, la provocatoria offerta, “a mia sorella” appunto, di una morte reale in cambio di un’esistenza che è già veglia funebre.
Il “Romance” diventa horror, il rotocalco una pagina di cronaca nera.
Gli occhi di Anaïs, complice uno sconosciuto angelo sterminatore, bruciano i corpi di madre e sorella, e vivificano il tessuto cinematografico: la macchina da presa della Breillat si agita fra le veloci corsie di un autostrada francese, sbircia in uno specchietto retrovisore di un camion, improvvisamente alza il tiro della tensione.
Una manciata di minuti, prodromi e cerimoniali d’obbligo, del dono che Anaïs ed il suo strano destino offriranno “a mia sorella”. Poi gli occhi torneranno a brillare, o si spegneranno, per sempre. Tutto in pochi istanti, una frazione di secondo, un battito di ciglia.
E lo spettatore? Rimani lì ammutolito, a fissare titoli di coda che scorrono sopra le pupille taglienti della protagonista. Finalmente imbarazzato ed un po’ confuso dal solito amato, e “amante”, cinema di Catherine Breillat.
A MIA SORELLA!
TITOLO ORIGINALE: À ma soeur
REGIA: Catherine Breillat
SCENEGGIATURA: Catherine Breillat
FOTOGRAFIA: Yorgos Arvantinis
MONTAGGIO: Pascale Chavance
SCENOGRAFIA: François Renauld Labarthe
COSTUMI: Catherine Meillan
INTERPRETI: Anaïs Reboux (Anaïs), Roxane Mesquida (Elena), Libero De Rienzo (Fernando), Arsinée Khanjian (madre), Roman Goupil (padre), Laura Betti (madre di Fernando), Albert Goldberg (omicida)
PRODUZIONE: Jean – François Lepetit, Conchita Airoldi, Dino Di Dioniso
DISTRIBUZIONE: Istituto Luce
DURATA: 1h e 33’
ORIGINE: Italia/Francia, 2001
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