Dennis Hopper, The Frisco Kid
Hopper se ne è andato. Settantaquattro anni e il quinto divorzio da poco compiuti. E’ morto consumato da un cancro alla prostata, che lo aveva ridotto a poco più di quaranta chili. Ma, con molta probabilità, ha finito i suoi giorni senza rimpianti. Perché la vita l’ha consumata da sé. E, finalmente, era riuscito a mettere la sua firma sul Walk of Fame. Una star per sempre
Dennis Hopper se ne è andato. Settantaquattro anni e il quinto divorzio da poco compiuti. E’ morto consumato da un cancro alla prostata, che lo aveva ridotto a poco più di quaranta chili. Ma, con molta probabilità, ha finito i suoi giorni senza rimpianti. Perché la vita l’ha consumata da sé. E, finalmente, era riuscito a mettere la sua firma sul Walk of Fame. Una star per sempre. Certo, a ripensarci, qualcosa suona strano. Ad esempio, il fatto che Hopper, simbolo assoluto della controcultura anni ‘60, incarnazione dello spirito di ribellione e dell’ansia di libertà e pace di un’intera generazione, sia stato negli ultimi decenni un fervente sostenitore dei repubblicani. Forse, a ben guardare, Hopper è sempre stato un purissimo figlio d’America, anche quando ne metteva in discussione i miti e ne distruggeva i sogni. Si pensi all’ammirazione stizzita per John Wayne (conosciuto sul set de I quattro figli di Katie Elder). Un figliol prodigo, che, in un modo o nell’altro, torna sempre a un immaginario western e si commuove dinanzi a un’idea di frontiera, radice della nazione. E probabilmente, seppur in maniera assolutamente folle e distorta, sono stati i repubblicani a ridonargli il sogno di una casa da rifondare, al sicuro dalle ostilità del mondo, la parvenza di una meta da raggiungere. Il che spiega, poi, l’appoggio a Obama, ultimo cantore della frontiera. Ma, forse, si tratta solo di una delle tante contraddizioni, quelle di un uomo, quelle di un Paese. L’alcool, le droghe, il successo e l’autodistruzione, cinque mogli e quattro figli, la passione per l’arte, coltivata a 360 gradi (Hopper è stato anche pittore e fotografo). E soprattutto il cinema, amato e odiato, sognato e temuto.
Nato nel 1936, a Dodge City, Kansas (un’origine già western), Hopper si trasferisce ben presto in California, a San Diego. E’ sulla West Coast che studia e comincia a coltivare la sua passione per la recitazione. Agli inizi degli anni ’50 le prime apparizioni televisive (Cavalcade of America, Medic, The Public to Defender) e nel ’55, finalmente, l’occasione di farsi notare al cinema. E che occasione! Appare niente meno che in Rebel Without a Cause (Gioventà bruciata), dove incontra l’immortale cuore selvaggio di Nicholas Ray, che impone l’astro nascente di James Dean e incrocia l’inquietudine vitale e disperata delle nuove generazioni. E’ una particina. Ma per Hopper è il segno di una vocazione. Quella di incarnare, oltre e dopo Dean, le paure e i desideri di una generazione. E di condividere, con gli altri protagonisti, un destino tormentato. Dean, Sal Mineo, Natalie Wood: in un modo o nell’altro, tutti finiranno male. Hopper durerà di più, ma non sarà per niente facile. Quel che più conta, però, è che sotto l’egida di Ray, scopre la possibilità di un altro cinema, libero, di rottura. Un cinema fiammeggiante che s’impone con la forza dell’idee e della passione, anche in contrasto con il sistema, con l’assurda ‘Babilonia’ hollywoodiana. Un’altra parte al fianco di James Dean arriva nel 1956, l’anno de Il gigante di George Stevens, in cui Hopper veste i panni di Jordan, il figlio di Bick Benedict/Rock Hudson. E poi Sfida all’O.K. Corral (1957), I quattro figli di Katie Elder (1965), Nick mano fredda (1967), sino all’incontro con un altro fantastico irregolare, Roger Corman, che, nel ’67, scrittura Hopper per una parte ne Il serpente di fuoco, al fianco di Peter Fonda. Un allucinato viaggio nei paradisi artificiali dell’acido lisergico. L’ennesima prova di un cinema low budget, marginale eppur magnificamente vitale. I tempi sono maturi per il gran
de salto. Hopper e Fonda pensano a un film tutto loro, una piccola produzione indipendente che racconti lo spirito dell’epoca. Corman rifiuta l’avventura. Così i due si trovano a far tutti da soli. Raggranellato un discreto capitale, si mettono all’opera. Nel 1969, finalmente, esce Easy Rider – Paura e libertà. La regia è firmata da Hopper, la sceneggiatura è di entrambi (affiancati da Therry Southern). Nel cast, oltre a Fonda e Hopper, un altro spirito irrequieto, Jack Nicholson. E’ stato detto di tutto e di più. Il film è davvero lo specchio di un’epoca e diviene mito ancor prima di fare storia. La controcultura degli anni ’60, la droga, la libertà, il sesso, la musica, il pacifismo hippy. Il viaggio verso una nuova frontiera, che si rivela però un orizzonte di caduta e morte. Un film che si inquadra perfettamente in un cinema insofferente del sistema hollywoodiano, ma che sfiora continuamente i confini del mainstream. Lo sguardo di Hopper è ribelle più per istinto che per riflessione. E la sua creatura, pur diventando un manifesto della contestazione, appare oggi lontana da quelle di altri grandi incazzati: Aldrich, Ray, Peckinpah (che Hopper incrocia lungo la strada, nel 1983, l’anno del definitivo The Osterman Weekend)… In ogni caso Easy Rider frutta milioni e milioni di dollari (è il mercato che conta…) e una nomination agli Oscar per la miglior sceneggiatura. Due anni dopo Hopper ritenta il colpo grosso, con un altro viaggio tra le derive del western e della mente. The Last Movie (Fuga da Hollywood) è un fiasco clamoroso, che gli impedirà di tornare dietro la macchina da presa per quasi un decennio. Nel 1980, riesce a dirigere Out of the Blue, vestendo tra l’altro i panni (sporchi) di un padre alcolizzato e incestuoso. Seguono altri quattro lungometraggi e un corto: Colors – Colori di guerra (1988), Ore contate (1989), The Hot Spot (1990), Una bionda sotto scorta (1994), Homeless (2000).
Film che sembrano un ritorno dei ranghi, ma che lambiscono e giocano con i generi con uno sguardo che è sempre un passo oltre la normalità. Ma è come attore che Hopper lascia il segno. Perché sembra uno di quei tizi che piombano all’improvviso e fanno di tutto per farsi notare. Non si curano di essere amati o odiati. Un attimo prima ti sembrano incantevoli, un secondo dopo dei maledetti bastardi. Lo sguardo febbrile e luciferino, il flusso di parole inarrestabile e impazzito. I suoi personaggi sempre a metà tra un loser alla Robert Mitchum e un villain da B movie. Alcolizzati, criminali spietati, fanatici, sessuomani, falliti. Hopper è oltre le righe. Un folle che si sbraccia e chiede: scusi, dov’è il West? La sua recitazione a volte è forzata, cucita su misura su una maschera imposta. Ma quell’eccesso è il segno di una sincerità disarmante. Artificio e naturalezza sono tutt’uno. Come forse solo in Jack Nicholson. In ogni caso, ogni scelta esprime la volontà di mettersi in gioco. Il Tom Ripley, diavolo tentatore de L’amico americano, il fotografo invasato di Apocalypse Now, ossessionato dal fascino mortale di Kurtz/Brando (altro martire per scelta), il padre ubriacone di Rusty il selvaggio, bianco e nero fiammeggiante di amore e morte. Wenders e Coppola: sguardi non pacificati che incontrano il corpo inquieto di Hopper. E poi Tobe Hooper (Non aprite quella porta – Parte 2), Sean Penn (Lupo solitario), George Romero (La terra dei morti viventi con le dita nel naso). Ma un’immagine sigillerà il nostro ricordo. Hopper come Frank Booth, il bandito psicopatico di Velluto blu (1986), incesto lynchano di bellezza e corruzione, innocenza e depravazione. ‘Voglio scopare tutto ciò che si muove’, urla Booth mentre inspira ossigeno da una maschera. Una violenza incontrollata in un corpo fragile, ancora troppo umano. E’ la contraddizione che ci segna e ci racconta. Da qui all’eternità. Easy Rider
Velluto Blu
L’amico Americano Trailer
La terra dei morti viventi Trailer
Colors Trailer
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