LINDSAY LOHAN: Days of Being Wild
Da qualche anno è la capofila delle junkies griffate della Young Hollywood, che hanno sostituito il rito di passaggio della foto di diploma con quella segnaletica per l'immancabile arresto in stato d'ebbrezza. Ma il percorso umano e artistico di Lindsay Lohan è anche il simbolo della smaterializzazione della star, che finisce per esistere solo come nutrimento per l'occhio della videocamera, in una progressiva vampirizzazione della persona raccontata con disagio anche da Britney Spears o Asia Argento
Drogata, lesbica, anoressica, persino ladra: in una parola, anzi due, “bad girl”. Da qualche anno Lindsay Lohan è la capofila delle junkies griffate, volti allucinati della Young Hollywood che hanno sostituito il rito di passaggio della foto di diploma o del primo red carpet con quella segnaletica, per l’immancabile arresto per guida in stato d’ebbrezza. Lilo, come è chiamata dai media americani, rinnega così l’immagine pulita di girl next door che l’ha portata alla ribalta in quanto nome di punta del marchio Disney, prima con Parent Trap (Genitori in trappola), remake di Il cowboy con il velo da sposa, e poi con le commedie adolescenziali Freaky Friday (Quel pazzo venerdì, dove ha il ruolo che fu di Jodie Foster) e Mean Girls, su script della Tina Fey di Saturday Night Live e 30 Rock.
È proprio con questa pellicola, incentrata su una sorta di selezione naturale per la popolarità tra i corridoi di una high school, che la Lohan inizia a giocare sulla propria immagine, lasciando intravedere la prima crepa nel candido ritratto confezionato dalla Disney. Perché se il finale buonista impone un ritorno all’ordine e alla genuina semplicità della protagonista, è nella repentina trasformazione in mean girl (cattiva ragazza, appunto) che la Lohan appare finalmente a suo agio, soddisfatta di mostrare un sex appeal fino a quel momento rigidamente contenuto.
E allo stesso tempo sono proprio le increspature su una superficie perfetta, altrimenti banale, a differenziare Lindsay dalla schiera di giovani attrici, anche talentuose – in Mean Girls si fanno notare ugualmente, se non di più, Amanda Seyfried (lanciata poi da Mamma mia e Chloe di Atom Egoyan) e Rachel McAdams – della Hollywood contemporanea. Il temperamento inquieto, lo sguardo che sembra sempre riuscire a travalicare la contingenza della storia che racconta caratterizzano le sue performance tanto che anche il cinema d’autore si accorge di lei, di un potenziale fino a quel momento inespresso: la malinconia innata che trapela dalla voce roca, più matura del volto da ragazzina, le permette di incarnare personaggi appartenenti a un mondo perduto, colto nell'attimo prima di scomparire: l’America di Bobby e la prairie home companion di Radio America.
I film di Emilio Estevez e Robert Altman assumono a posteriori la valenza di uno spartiacque nel percorso di Lindsay Lohan.Se fino a quel momento è stata prima indice, con le pellicole disneyane, testimoniando l’esistenza di una realtà senza tuttavia descriverla, e successivamente icona, riproducendo i contorni dell’oggetto senza dire nulla in rapporto alle sue qualità, prossima è la svolta in simbolo, segno convenzionale ed arbitrario che traduce il contesto diegetico in quello, metalinguistico, sul significato della star cinematografica: dopo queste esperienze la recitazione di Lindsay diventa unicamente espressione di sé e del proprio status divistico. Se fino al 2007 gira mediamente un film all’anno, da quel momento in poi la Lohan abbandona progressivamente il grande schermo per abitare quelli, infinitamente più piccoli, di net book e i-phone che la riprendono ossessivamente nella sua esistenza sfrenata, trasformando la recitazione in happening che comprendono arresti, scenate, cadute e quasi mai risalite.
Dal 2007 Lindsay Lohan interpreta Lilo, la scapestrata stella fallen from grace, le cui avventure si susseguono col ritmo di un incalzante feuilleton e un’ibridazione sempre crescente tra finzione e vita, fino a demolire il confine tra le due, con il corpo materiale della donna sempre più appiattito sull’immagine bidimensionale ed evanescente della star.
Gli arresti sempre più frequenti, i rehab, le battaglie in tribunale e i pianti per la condanna – ma con un eloquente “fuck you” dipinto sulle unghie – le foto con un volto sempre più sfatto sotto il make-up rovinato e l'esibizione di strumenti di coercizione come la cavigliera anti alcool, sono pagine di un copione scritto giorno per giorno, ma che sembra passare in rassegna e ridefinire i confini dei cliché più estremi della celebrità votata all'autodistruzione.
La parabola di Linsay Lohan racconta, con l'effetto grottesco dello “stranger than fiction”, la smaterializzazione della star che, ossessionata dall’obiettivo, finisce per esistere solo in quanto nutrimento del video, dell’occhio della videocamera, in una devastante vampirizzazione della persona raccontata anche dal brano Piece of me di Britney Spears o dall’esperimento voyeuristico di Asia Argento di Don’t Bother to Knock.
La Lohan ne offre un esempio altrettanto emblematico negli ultimi (ma datati 2007) scatti che la riprendono forse intenta a iniettarsi droga con lo sguardo costantemente rivolto verso la macchina fotografica. Ma se Lilo insegue l'allure del cinema, posando spesso senza veli per riviste patinate nei panni di Marilyn Monroe (come lei un doppio: Marilyn /Norma Jean), l'attrazione è reciproca: gli unici due ruoli per il cinema negli ultimi anni, tre se si considera la partecipazione in Machete di Robert Rodriguez, vengono infatti giocati sull’immagine costruita fuori dallo schermo. Sia Georgia Rule (Donne, regole…e tanti guai) che I Know Who Killed Me (Il nome del mio assassino) mettono in mostra una Lohan sempre più consapevole del proprio ruolo nello star system e impegnata a rafforzarlo con parti da outsider, giovani donne ribelli ma fragili in cerca di un posto nel mondo, come nella bella commedia di Garry Marshall, dove interpreta la scapestrata Rachel, dapprima insofferente e poi bisognosa delle regole di Georgia (Jane Fonda).
Ma è soprattutto nel thriller successivo, I Know Who Killed Me, pessimo tentativo di coniugare horror e new age, che il gioco diventa scoperto e a tratti persino letterale: Lindsay torna a interpretare due gemelle, chiudendo catarticamente il cerchio iniziato con il doppio ruolo in Genitori in trappola. In mezzo scorrono tutta la sua giovane vita e l’intenso iter divistico.
E persino il didascalico manicheismo con cui il regista tratteggia i caratteri opposti di Aubrey e Dakota – blu elettrico per la promettente studentessa aspirante scrittrice e pianista, rosso fuoco per la ragazza perduta, costretta a vendersi come lap dancer in uno squallido locale – sembra finalizzato ancora una volta a raccontare Lindsay Lohan e Lilo, la ragazzina dall’istinto sorprendente, e la star decadente amata dal gossip. Non resta allora che aspettare il vociferato (ma non ancora in produzione) Inferno, il biopic su Linda Lovelace, la sfortunata protagonista di Gola profonda, che con la Lohan condivide fatalmente le proprie iniziali e l'assonanza del nome. Un potenziale punto di incontro delle due anime dell'attrice e momento decisivo di rinascita artistica o definitiva dissoluzione nell'immagine.
Lindsay Lohan canta Frankie &Johnny in Radio America
Backstage del servizio fotografico per Inferno: A Linda Lovelace's Story
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