"Adoro il cinema di Peter Weir e il suo trascinante amore per l'avventura". Incontro con Russell Crowe.
Giunto a Roma per presentare l'ultimo film di Peter Weir, "Master & Commander" (che uscirà nelle sale il 19 dicembre) di cui è protagonista, Russell Crowe ci ha raccontato del film, del rapporto con Weir, della sua probabile nomination all'Oscar come miglior attore.
In molti negli ultimi anni hanno provato a definire il cinema di Peter Weir. Noi non ci proviamo neanche, forse perché crediamo che il cinema del regista australiano (come un po' tutto il cinema che ti si agita dentro, portando attacchi frontali al cuore e alle viscere) è appunto indefinibile, irrisolto, sfuggente, chiamato a coniugare la vicinanza del senso con lo spaesamento dello sguardo, abitando entrambi in modo non indifferente. Ecco, Master & Commander è un grandioso caledoscopio riflettente un cinema muscolare come pochi altri, fisico, eletrizzante, vera e propria dichiarazione d'amore alla magia di un'immagine in movimento che, partendo dalla fine di The Truman Show (l'uscita di Truman /Carrey dall'immagine colonizzata dal medium televisivo, l'entrata in una nuova immagine al suo stato embrionale), è come colta nel suo disfarsi dell'interno, per ri/impaginare l'avventura su set mai abitati. Non è allora un caso che Master & Commander, arioso disegno navale ambientato in età napoleonica, sia il primo film della storia del cinema ad essere girato alle Galapagos e invece uno dei tanti in cui Weir filma il lento farsi dell'immagine frammento incompiuto, lotta interna tra le ragioni di una logica esistente (civiltà/linguaggio/norma) e quelle di un cuore di tenebra abitato dai passi felpati di una primitività avvolgente. Tra la furia di una tempesta vista come scenario di un cinema totale e le triangolazioni cameratesche a bordo della nave (ispirate ai numerosi romanzi di Patrick O'Brian, creatore del personaggio interpretato da Russel Crowe, Jack Aubrey, e definito come l'Omero del XX secolo)), Weir ignora il giro di boa e fila dritto, puntando alla vastità sconfinata del mare, filmato/vissuto come ennesimo luogo di scontro, campo di battaglia di un cinema profondamente dialettico e propulsivo, occupato stravolta dal grandioso Russel Crowe che, giunto a Roma per la conferenza stampa dell'opera, ha raccontato la storia del progetto, la sua realizzazione e qualcos'altro.

Com'è stato il suo rapporto sul set con Peter Weir?
Erano ormai diversi anni che desideravo girare qualcosa con Peter. Sono un suo accanito fan da tanti anni ormai, adoro tutti i suoi film e in particolar modo L'ultima onda, che all'epoca mi emozionò tantissimo. Quando mi si è presentata la possibilità di lavorare con lui a questo progetto, ero chiaramente emozionato e deciso a dare davvero il meglio di me. Sul set Peter, che oltre ad essere uno dei più grandi registi viventi, è anche un vero maestro di psicologia, è sempre riuscito a mettere tutti noi a nostro agio, cercando di venirci incontro in ogni modo. E comunque, prima ancora di giungere al momento delle riprese, ho avuto modo di conoscere Peter ancora più da vicino. Ci siamo visti infatti diverse volte per parlare dell'opera, del mio personaggio, anche perché avevo intenzione di consultare sia i libri di o'Brian, sia alcuni testi che ritenevo importanti per entrare nei panni del protagonista.
Com'è andata in questo senso la lavorazione?
Sono stato diversi mesi fuori casa, perché il film, come poi avete avuto modo di vedere, è stato girato quasi interamente in esterni, dunque la fatica è stata grande, ma sempre compensata dall'ottimo rapporto che ho creato con tutti sul set. Dalle partitelle di rugby improvvisate durante la pausa, ai consigli che davo e ricevevo da tanti miei compagni. Ho sempre amato viaggiare poi, dunque ho approfittato della possibilità offertami da Peter per visitare luoghi che non avevo mai visto, come ad esempio le isole Galapagos, le cui autorità ci hanno permesso di lavorare con una grande libertà. Per il resto, non nascondo che si è trattato di mesi difficili, anche perché si tratta di un'opera in cui ogni interprete ha impiegato un grande dispendio fisico. Sono dovuto dimagrire ad esempio diversi chili prima di girare e vi assicuro che alla fine della giornata mi sentivo davvero stravolto. Grazie a Peter, ci è poi stato messo a disposizione un piccolo pub in cui, alla fine delle riprese, ci si rivedeva tutti, commentando quanto girato durante il giorno e in cui si socializzava tra un bicchiere e l'altro. Ecco, il desiderio del regista è stato proprio quello di farci socializzare il più possibile, tanto che ci hanno proibito l'uso di walkman e altri oggetti che potessero farci isolare dal gruppo.
Il tutto dunque, ispirato poi ad una meticolosa ricostruzione della vita in mare che traspare chiaramente dal film...
Esatto. Weir, prima di iniziare le riprese, ha condotto uno scrupolosissimo lavoro di ricerca, per il quale ha impiegato quasi due anni. Ma ne valeva la pena, anche perché, quando mi trovo sul set, essere diretto da un regista che conosca bene l'argomento di cui parla mi mette a mio agio e mi dà sempre molta sicurezza. Nella scelta delle comparse ad esempio, sono stati visionati più di settemila volti e alla fine ne sono stati scelti una cinquantina che corrispondessero abbastanza al tipo fisico presente in quel periodo storico. Tanto è vero che mentre ero impegnato in qualche sequenza, mi sorprendevo ogni volta nel costatare come tante persone che hanno recitato nel film fossero davvero molto somiglianti ai volti dei uomini che campeggiano nei quadri del periodo.
Peter Weir ha recentemente affermato che lei sembra nato per interpretare Jack Aubrey, gran parte della stampa americana, all'uscita del film, l'ha già segnalata come possibile vincitore del prossimo Oscar...
Peter mi ha fatto un gran complimento che in un certo senso ricambio. Qualcuno tempo fa mi disse che sembravo nato per interpretare il matematico schizofrenico di A Beatiful Mind, ma anche allora posso dire di aver semplicemente interpretato un personaggio che sentivo profondamente vicino alle mie corde di interprete. Nel caso del film di Weir poi, sono rimasto letteralmente stregato dalla personalità di Jack, una persona vigorosa, leale ed eroica a suo modo, che ho cercato di portare sullo schermo in modo aderente allo spirito che compare nei testi di O'Brian. Le difficoltà più grandi le ho trovate nell'imparare a suonare il violino che è poi uno dei vezzi caratteristici del protagonista. Mi ci sono volute diverse lezioni e lo ritengo tutt'ora uno strumento davvero diabolico, anche se molto affascinante.

A quale personaggio della storia del Novecento paragonerebbe Jack?
Mi viene in mente Paolo Borsellino che ha rappresentato un modello di coraggio oggi difficilmente eguagliabile. Si tratta di un uomo che ha rinunciato alla sua vita per il bene comune e anche alla fine ha pagato in prima persona, sapete in che modo, la sua ostinatezza.
Che ne pensa di Paul Bettany con il quale divide la scena in questo film e anche nello stesso A Beautiful Mind?
Poco prima di iniziare le riprese, Weir era indeciso su chi sarebbe stato l'amico del protagonista, che nei romanzi di O'Brian è un medico naturalista, votato allo studio della natura, ma anche all'avventura più sfrenata. Ho allora subito consigliato Paul che è un mio grande amico e che stimo tantissimo anche come attore. Poi però mi sono fermato lì, nel senso che non volevo condizionare nessuno in questa scelta. Alla fine comunque Peter ha scelto proprio lui, ritenendolo il più adatto a quel ruolo. E credo che sia stato un bene, anche perchè Bettany (in A Beautiful mind interpreta l'amico immaginario del protagonista, n.d.t) è, almeno secondo me, uno degli attori più promettenti della nuova generazione, una persona sulla quale puoi fare conto in qualsiasi momento e un grandissimo professionista. Ci siamo divertiti molto sul set, anche perché ormai ci conosciamo molto bene.
Qual è il suo prossimo progetto?
Sto per iniziare le riprese di Cinderella Man, il nuovo film di Ron Howard ambientato durante la Grande Depressione. Nel film interpreto la parte di un pugile e mi sto già preparando al ruolo con diverse sedute in palestra. Con Ridley poi (Ridley Scott, n.d.t), col quale avevo già in mente di rigirare qualcosa, è in ballo il progetto di Tripoli che, per motivi non legati alla nostra volontà, non è ancora andato in porto. Sto poi cercando di chiudere la sceneggiatura di quello che poterebbe essere il mio primo film da regista. Lo script ce l'ho nel cassetto già dal 1998, sto semplicemente cercando di limarlo e di portarlo a conclusione. Non escludo inoltre di interpretare prossimamente un ruolo da "cattivo" che in teoria mi attirerebbe molto, anche se fino a questo momento non ho letto alcuna sceneggiatura che mi affascini particolarmente.
Lo sa che Il gladiatore, passato lunedì sera in prima visione televisiva, ha fatto più di undici milioni di ascolto?
Beh, sono contento. Che dire, peccato che Massimo (il protagonista del film, n.d.t) sia morto. Non escludo comunque che possa tornare in un prossimo film, in cui magari apre una pizzeria, proprio vicino al Colosseo...
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