CANNES 57 - Pourquoi pas la musique, parce que le cinéma: "Notre musique", di Jean-Luc Godard
"Notre musique", in fondo, dopo lo sconforto terminale delle sue opere immediatamente precedenti, dimostra come non si possa fare a meno del linguaggio delle immagini, che più della parola e della musica sanno (almeno, ancora) dare un'idea del tempo.

Jean-Luc Godard a Cannes con Notre Musique. Un trittico. 1 - Inferno : montaggio di immagini sulla guerra, da Ejzenstein a Hollywood. 2 - Purgatorio: viaggio di Godard a Sarajevo per le giornate della letteratura. Incontro con Olga, una ragazza ebreo-russo-francese che riflette attraverso la letteratura e la filosofia sul significato del suicidio. Atto che riguarda la vita (l'amore) o la morte (la violenza)? Olga di ritorno dal viaggio in Bosnia entra in un cinema di Gerusalemme con uno zaino "sospetto" e chiede agli spettatori di restare "per la pace". Se ne vanno tutti e la polizia la uccide. Nello zaino, solo libri. 3 - Paradiso: Sulla riva di un fiume, Olga gioca con gli angeli. Dei marines vigilano.
Tesi di Godard: il cinema è morto. Meglio tornare alla parola. Da almeno quindici anni, da quando le sue opere hanno scelto la via della "recherche" - antinarrative e sperimentali forse non solo per scelta - è questo l'argomento più urgente e doloroso. L'impossibilità di riprodurre un'idea di mondo attraverso le immagini senza scendere a compromessi con le categorie morali dell'irrappresentabilità del reale. Per questo nei suoi ultimi film, dalle Histoire(s) de cinéma a Eloge de l'amour, la parola, attraverso la scrittura, si è materializzata cosi' spesso sullo schermo, diventando quasi materia. Anche la musica. Da Chaikovsky a Sibelius. Come strumento di decrittazione/rappresentazione ma non del mondo bensi' del cinema che dovrebbe raccontarlo. Impasse dolorosa, dicevamo. Perché il frammento Inferno dimostra come Godard sia innamorato del cinema ma di come lo stato mentale della settima arte come spettacolo dell'osceno gli faccia orrore. E tuttavia continua a essergli necessario. Notre musique, in fondo, dopo lo sconforto terminale delle sue opere immediatamente precedenti, dimostra come non si possa fare a meno del linguaggio delle immagini, che più della parola e della musica sanno (almeno, ancora) dare un'idea del tempo. La chiave di lettura del film sta nella sua dimensione filosofica, e la filosofia non puo' che essere legata a una concezione del tempo. Prima è la parola che spiega il futuro, dopo quella che riguarda il passato. Ma è il cinema che sa mescolare adesso prima e dopo permettendoci se non di capirli, almeno di enunciarli. Sans espoir de retour.
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