"Tokyo Godfathers - I Padrini di Tokyo", di Satoshi Kon
Favola realistica che Chaplin e Capra avrebbero amato: sentimenti virtualmente stucchevoli non esauriscono la ricerca follemente inventiva, visivamente fredda e ossessionata del dettaglio magicamente "fantasy". Commedia sofisticata e farsa grossolana, alchimia perfetta che sconfina da robot e ninfette giapponesi.

L'immagine che abbiamo della cultura pop giapponese è fortemente incentrata sull'uomo, con una forte valenza nichilista, perché conformemente agli stereotipi dominanti, quella che percepiamo è esclusivamente la cultura maschile: i film yakuza o mecha anime. Satoshi Kon (al terzo lungometraggio) è uno dei più apprezzati autori d'animazione giapponese di oggi e certamente ha intrapreso un percorso creativo assai lontano dalle tendenze dominanti. Suo mentore è il geniale Otomo (Akira, Steamboy) e viene dalla scuola degli shôjo manga (fumetti per ragazze). I protagonisti di Tokyo Godfathers sono gli emarginati, i senzatetto, i "nani(non)tecnologici" lontani da una fantascientifica e soprannaturale società. Un ciclista alcolizzato, un travestito di mezza età e una ragazza scappata di casa, mentre rovistano tra mucchi di spazzatura per cercare i loro personalissimi regali di Natale, sentono un pianto soffocato proveniente dal cumulo d'immondizie: è una neonata. Comincia la ricerca dei veri genitori e parte la spassosa odissea tragicomica che segnerà un vero e proprio viaggio esistenziale. Commedia sofisticata e farsa grossolana, alchimia perfetta che sconfina dal genere dei robot e delle ninfette. Indubbiamente assai evidenti sono i richiami alla fumettistica del dopoguerra nipponico che trovava nel maestro Tezuka Osama la massima espressione. Ma soprattutto la rappresentazione e l'intreccio narrativo del film sembrano rievocare il tradizionale teatro Takarazuka. Miscuglio stravagante di elementi occidentali e orientali: rielaborazioni di musical (i grattacieli di Tokyo si agitano e danzano una versione techno dell'Inno alla Gioia di Beethoven), di classici cinematografici (la storia s'ispira a Three Godfathers di John Ford, western del 1948), opere liriche, opere teatrali, classici manga ed eventi reali. Espressione schietta dei sentimenti populistici. L'interesse per i personaggi omo- o bi- e/o tran-sessuali (oltre allo sfacciato travestito anche nella bambina scappata di casa l'identità sessuale appare camuffata) è l'altro segnale inequivocabile che procede paradossalmente verso la "purezza di stile" e la "chiarezza sentimentale": il distacco ironico e/o demenziale si raggiunge per un'artificiosità (auto)consapevole. In Tokyo Godfathers anche gli uomini possono essere uguali alle donne, e sia le donne che gli uomini possono porsi il problema se essere donne o uomini o un'altra cosa ancora. Il finale è "agiatamente" felice, ma non importa: il collasso dei corpi e dei ricordi rispecchiano la decadenza della struttura familiare che sostiene lo stato e definisce il sistema di un Paese abile a reprimere le proprie debolezze. Favola realistica che Chaplin e Capra avrebbero amato: quei sentimenti virtualmente stucchevoli non esauriscono la ricerca follemente inventiva, visivamente fredda e ossessionata del dettaglio magicamente "fantasy".
Titolo originale: Tokyo Godfathers
Regia: Sotoshi Kon
Distribuzione: Metacinema
Durata: 91'
Origine: Giappone, 2004
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