“QUEL CERCARE CHE È DI PER SÉ UN TROVARE…” di Lara D'Appollonio
Il bivio è una metafora antichissima, ma ancora efficacissima, su una scelta da prendere per non rimanere nel peggiore dei purgatori, il dubbio. È come una strada che si divide in due, dove rimanere fermi ad aspettare è inutile e sofferente
ALLA RICERCA DEI SENTIERI PERDUTINon è l’inno dei “Predatori dell’arca perduta”, ma probabilmente il leit-motiv della vita dell’uomo dalla notte dei tempi fino ad oggi. I grandi, grandissimi interrogativi dell’essere umano, di ogni età, razza o cultura sono stati sempre al centro della riflessione artistica ed il cinema, ultima nata tra le arti, non poteva esimersi dal rappresentarli.
D’altro canto, nulla fa più piacere nel vedere sul grande schermo qualcosa che parli di noi, più o meno direttamente, anche se i protagonisti sono i predatori dell’arca perduta…
Questo non vuol dire che esista nel cinema un vero e proprio genere filosofico, ma a volte capita con stupore di leggere tra le righe di alcuni film, dei significati, simboli ed allegorie nascoste da una coltre di superficialità.
Come già nella letteratura, il protagonista si trova in un momento molto precario della sua vita e solitamente questo coincide con l’inizio del film, che per lo spettatore è il metro, il numero di pagine concessogli dal regista per conoscere la vita di quel personaggio.
Il bivio è una metafora antichissima, ma ancora efficacissima, su una scelta da prendere per non rimanere nel peggiore dei purgatori, il dubbio. È come una strada che si divide in due, dove rimanere fermi ad aspettare è inutile e sofferente. Lo sbagliare talvolta è preferibile all’indecisione e ne diviene una più sensata alternativa.
La storia si aggroviglia di più se a questo stato di confusione si aggiunge un “qualcuno”, un personaggio i cui binari corrano per poco paralleli a quelli del protagonista o che sia lì quasi “inviato” per una missione, al termine della quale lo abbandonerà più sicuro nei riguardi del proprio destino.
Due film tra loro formalmente diversissimi come “L’UOMO SENZA VOLTO”di Mel Gibson e il ritorno in Italia di Bernardo Bertolucci “IO BALLO DA SOLA” presentano numerosissime tematiche comuni, se non analoghe.
Lucy (1) (Liv Tyler) arriva in Italia, portandosi dall’America i dubbi sull’età che sta vivendo e sulla propria identità. Leggendo tra le righe di una poesia della madre morta suicida, in Lucy si insinua la certezza di non aver mai conosciuto il padre naturale. Probabilmente se la protagonista si muove così naturalmente nel suo personaggio è facilmente comprensibile poiché qualcosa di analogo era capitato alla stessa Tyler pochi anni prima della realizzazione del film.
L’Italia, le colline toscane, la natura e il paesaggio con la loro fisicità assumono una tale importanza, da divenire la condizione senza la quale Lucy non avrebbe potuto compiere determinanti scelte. Al suo arrivo, gli strani personaggi che abitano il casale su una collina del Chianti sono avvolti in un profondo sonno. Lucy fa il suo ingresso accompagnata dalle note del concerto per clarinetto e orchestra K. 622 di Mozart e con la sua freschezza sveglierà, anche se per la durata di un’estate, quei personaggi dallo stesso sonno in cui si erano confinati (“Io vi amavo tutti, quando eravate vivi” delira Jean Marais agli amici).
Ian il proprietario del casale, dovrà scolpire il ritratto di Lucy su un grande blocco di legno. Lo spettatore osserva nel corso del film quel pezzo di legno divenire il ritratto di Lucy, così come la giovane acquisisce coscienza della propria personalità. Solo quando il ritratto sarà completato, Lucy riuscirà a riconoscere il vero padre (le cui toccanti sequenze sono accompagnate dal citato concerto di Mozart) e poter andare avanti per la sua strada, avendo recuperato una parte sconosciuta della sua storia, senza la quale sarebbe rimasta una moneta con una sola facciata.
Tra gli strani abitanti del casale toscano, Lucy conosce Alex Parrish (interpretato da Jeremy Irons), uno scrittore malato allo stato terminale che ritrova in lei la spontaneità della gioventù perduta e riconosce gli stessi dubbi che lo avevano colto alla stessa età. Chissà se in quel morente baleni per poco l’idea di aver incontrato se stesso da giovane, un incontro fatale, magico prima di abbandonare la commedia della vita, quella che aveva cercato più volte di mettere in scena.
Cosa fareste se vi fosse data l’opportunità di incontrare solo per poco “voi stessi a vent’anni”? Probabilmente cerchereste di fargli o non fargli fare determinate cose, lo mettereste in guardia, gli insegnereste qualcosa che avete imparato sulla vostra pelle.
C’è un'altra chiave per leggere “Io ballo da sola” di Bertolucci. Per una vecchia antinomia latina, Alex è il senex, Lucy il puer, anzi la puella, la virgo, colei che deve iniziare a camminare, ma non sa da quale strada. Cominciare da se stessi, dalle proprie radici, cosa che tutti danno per scontata, ma non lo è così tanto. Anche dalla famiglia del Mulino Bianco possono uscire delle verità nascoste e allora tutto un castello di carte vola in aria.
Lucy arriva in Italia con una madre suicida e il sospetto di non conoscere il proprio padre, grandi pesi per una ragazza di diciannove anni. Ma gli abitanti della casa sghignazzano su lei, perché è incredibilmente vergine, come se questo equivalesse ad immaturità. Incredibilmente? Cose dell’altro mondo oggigiorno! Nessuno si chiede il perché, ma Loro sanno che è incredibile. Sono gli unti del Signore, evidentemente, anche se poi la risoluzione finale del film non è totalmente coerente con le sue premesse (quella di Lucy non era una scelta, ma una condizione transitoria).
L’unico che la capisce, l’ascolta e sa leggere in lei tante necessità e dubbi è Alex, il morente. Lucy sarà l’ultimo soffio di vita, l’ultimo slancio vitale della sua esistenza, come l’ultimo gesto del professor Ascenbach verso Tadzio in “Morte a Venezia”. Prima di allontanarsi per andare in ospedale a morire, Alex ringrazierà Lucy per la sua presenza, per avergli concesso di vedere tanta bellezza e rubato un po’ di giovinezza (“Stealing beauty” è il titolo originale del film), per avergli fatto gettare uno sguardo indietro sulla strada compiuta, il saluto alla vita che lo sta lasciando.
Per Lucy rimarrà il ricordo di una cara persona che l’aveva aiutata a compiere un salto verso l’ignoto, incerto, imprevedibile, senza il quale non avrebbe iniziato a crescere. Salto che moltissime persone evitano, preferendo il baratro del dubbio.
Il medesimo rapporto senex–puer appare nel film di Mel Gibson “L’uomo senza volto” (2). Il senex di turno non è un moribondo, ma Mel Gibson con la metà del volto sfregiata in un incidente. Solo metà. E guardandosi allo specchio, giocando con esso, si illude di essere come “prima”, ma poi vede l’altra metà e quella possibilità è cancellata, due vite che si cancellano a vicenda. Le due metà della stessa moneta.
Il puer è Chuck (Nick Stahl) che vuole andare in Accademia e per entrarvi deve passare un difficilissimo esame. Il ragazzino è considerato uno scemo, anche dalla stessa famiglia, dove ovviamente manca il padre. Lui lo crede un eroe, come John Wayne, il suo idolo, ma in realtà scoprirà in malo modo che è morto un una casa di cura per malati mentali.
L’unico a dare credibilità a questo ragazzo è McLeod-il senex che diverrà per lui insegnante di latino e di vita. Il ragazzo è per McLeod la sua seconda possibilità per riscattarsi da una condizione in cui l’incidente prima, lui poi, si era confinato. E McLeod è la possibilità per il ragazzo di uscire dalla stupidaggine con il quale era tacciato e dimostrare le sue potenzialità.
La fiducia che gli infonde, gli tornerà poi indietro e quando rivedrà anni dopo il ragazzo in una delle celebrazioni dell’Accademia (il sogno della scena iniziale che diviene reale). Il ragazzo riconosce tra la folla McLeod e sbracciandosi come un bambino, lo saluta, con il desiderio nel cuore di abbracciarlo e mostrargli il suo affetto. Il ragazzo lo “sceglie” per padre e McLeod ricambia il saluto, commosso, allontanadosi, percependo che la sua opera è compiuta.
Quest’ultima scena rimanda facilmente al saluto del Professor Robin Williams in “L’ATTIMO FUGGENTE” (3) ai suoi allievi. Obbligato ad abbandonare la scuola, sente il calore dei suoi studenti quando questi, contravvenendo alle regole, si alzeranno in piedi sui banchi per salutarlo. Allora capirà che il suoi insegnamenti sono arrivati a destinazione.
A QUALCUNO PIACE L’ANGELO…Nel recentissimo “LA LEGGENDA DI BAGGER VANCE” (4) di Robert Redford a soccorrere un uomo in crisi non è un morente o un insegnante, ma un angelo dal volto di Will Smith.
Una sfida sportiva come una partita di golf è vista come una lunga metafora della condizione umana. Nel Sud degli States, in una cornice che rimanda a Faulkner e all’età del jazz di Fitzgerald, un illustre giocatore Rannuph Junah (Matt Damon) di golf dopo gli orrori della prima guerra mondiale, perde il suo swing.
Lo swing è nel golf il movimento rotatorio che il giocatore compie per colpire la palla. In questo film lo swing è il senso della vita. Quando Junah ritrova lo swing ricomincia a vivere. Tutto ciò avviene grazie al suo caddie (la persona che assiste il giocatore portandogli la sacca con i bastoni) che, tra un consiglio sul bastone da utilizzare per una battuta e un altro, rivela al giovane delle pillole di saggezza. Solo quando questi ritrova il suo swing, cioè riesce a camminare nuovamente da solo e si riappropria della propria vita, il misterioso caddie lo abbandona. Il topos ritorna, ma è efficace, in un personaggio come Junah che ricorda per alcuni versi (soprattutto storici) il tormentato Tyrone Power nel “Filo del rasoio” (5). Bagger Vance la cui leggenda è enunciata nel titolo del film è lì, al fianco del protagonista per il tempo che serve, per riportare il destino di Junah sui binari che aveva deciso di abbandonare. È come se il giocatore avesse deciso consapevolmente di distruggersi la vita ed un angelo fosse giunto in suo soccorso per impedirglielo. Tutto torna sui giusti binari.
È inutile dire che l’angelo più famoso della storia del cinema è Clarence, l’angelo di seconda classe che deve conquistare le ali aiutando George Bayley (James Stewart) in “LA VITA È MERAVIGLIOSA” (6). In realtà, più che mandato da Dio, Clarence sembra inviato da Roosevelt, vero artefice dell’ottimismo che pervade i film di Frank Capra, dove tutto si risolve, a qualsiasi costo.
E se vi fosse offerta l’occasione di dare “un’occhiatina” alla vostra vita alternativa, quella che non avete potuto avere per non essere tornati da un viaggio? Jack (7) (Nicholas Cage) è innamoratissimo della fidanzata (Téa Leoni)che deve abbandonare per proseguire gli studi a Londra. Lei ha un presentimento all’aeroporto e lo supplica di non partire, ma lui non cambia idea. I due non avranno più notizie fino al Natale di tredici anni dopo. Intanto Jack è diventato un pezzo grosso a Wall Street, con pochi scrupoli e tanti soldi con cui crede di poter comprare tutto. Ma la fatidica vigilia di Natale incontra un misterioso personaggio che gli mostrerà come sarebbe stata la sua vita se non avesse preso quell’aereo per Londra. Una vita difficile, di poche soddisfazioni materiali, ma insieme alla sua Kate, premurosa moglie e madre di due bambini. Jack compie un viaggio nella sua vita alternativa. Il misterioso angelo mostra a Jack “quello che sarebbe potuto essere”, per illuminarlo e “salvarlo” dalla sua vita attuale. È una favola notevolmente buonista che confeziona un bricolage di stilemi connotativi del cinema del genere: l’imprenditore senza scrupoli, il Natale, l’angelo, i campanelli. Il riferimento al film di Capra è palese, anche se si tenta inutilmente di gettare la vicenda su una riflessione troppo impegnativa che rovina la genuinità di una pellicola nata senza troppe pretese e che viene bruscamente ridotta in un sbrigativo finale.
E SE DOMANI…ANZI IERI
Sognare di tornare indietro
Ma chi non ha sognato, almeno una volta, di vedere quanto diversa sarebbe stata la vita dei nostri parenti, amici e nemici, senza la nostra nascita? Quanto è importante la vita di ognuno, anche di colui che si sente il più inutile sulla terra e quanto può influire – in ogni modo – su coloro che ci circondano!
“Tutto sarebbe stato migliore se io non fossi nato!” dice James Stewart in “La vita è meravigliosa”. Di sicuro gli vie ne offerta una seconda possibilità, la possibilità di riscattarsi: non suicidarsi e contare sull’aiuto di Dio che risolverà ogni suo problema. È come lo Scrooge di “Canto di Natale” di Dickens che, osservando il suo passato, presente e futuro prende coscienza dei propri errori e decide di cambiare vita.
“E se… e se… e se mio padre avesse dato quel pugno a quel compagno di liceo potrei andare a scuola con una jeep, invece dello skateboard; mia madre sarebbe bellissima, la mia famiglia sarebbe felice”. Questo capita a Marty (Michael J. Fox), un ragazzo degli anni ottanta nella trilogia di “RITORNO AL FUTURO” (8) nella quale i topos e le avventure del protagonista ripetono nel tempo, anzi nei tempi. Cosa faremmo se ci fosse data l’opportunità di tornare indietro nel tempo e mutare eventi della vita dei nostri genitori? Quanta storia riscriveremmo da capo? Tanta, tantissima, quasi tutta. Marty non è totalmente consapevole della possibilità che gli viene offerta (lo diverrà al terzo episodio) ma agisce d’impulso, vede gli stessi luoghi della sua città mutati nel tempo e chissà che trovi la teoria unificatrice del tempo e dello spazio prima di Stephen Hawking!
Il secondo episodio della saga è un dichiarato omaggio a “La vita è meravigliosa” di Capra, dove Marty vagabonda nella sua città, corrotta ed infernale, a causa di un suo errore durante un viaggio nel tempo. In questo caso gli viene data l’opportunità di vedere come la vita di un’intera cittadina sarebbe stata stravolta da un piccolo evento.
Vedere il mondo con altre risoluzioni, è come cambiare il finale di un libro: Anna Karenina che vive felice con il figlio e il conte Vronskij, Lucia Mondella che accetta la corte di Don Rodrigo, Amleto e Ofelia che si sposano. È una possibilità che tutti sognano. Scoprire quanto le proprie azioni siano state determinanti per le vite altrui o capire, all’improvviso cosa e come la nostra vita sarebbe stata con scelte diverse, scelte nostre o compiute dagli altri, oppure come un millesimo di secondo possa cambiarci la vita. Perdere per un attimo la metropolitana, come la protagonista di “SLIDING DOORS” (9) dove il tempo bergsonianamente concepito, stravolge totalmente la vita di una persona.
“E se invece non fossi andato da quel paziente per continuare a correre con mio figlio?”. Quello che compare ne “LA STANZA DEL FIGLIO” (10) è il peggiore dei dilemmi. “È morto per un attimo, per un pezzettino di gomma”. Giovanni (Nanni Moretti) immagina come la sua vita sarebbe potuta essere per una piccolissima decisione: continuare a correre, non andare dal paziente (Silvio Orlando) che lo aveva chiamato e dal quale si era inutilmente recato. E così lo immagina nella sua mente, illudendosi che da un minuto all’altro suoni alla porta il ragazzo che ha lasciato la vita per sempre. Una piccolissima scelta sbagliata ed è sfociata la tragedia. Giovanni non lo può accettare e il rimorso lo rode, rovinandogli la vita. Allora i due genitori cercano di recuperare il figlio sconosciuto, quello che viveva “nella sua stanza”, quello che ogni genitore ignora e questo diviene una microscopica consolazione dinnanzi all’insopportabile tragedia. Fingendo di continuare a correre quella domenica mattina.
O se invece ci fosse data l’opportunità di ricominciare da capo? Cade un aereo, tutti ci credono morti, mogli, figli, tutti. Cosa faremmo? Li avvertiremmo o riscriveremmo la nostra storia?
In “ACCADDE A SETTEMBRE” (11) Joan Fontaine e Joseph Cotten si innamorano in Italia e in procinto di ritornare in patria, perdono un aereo che cadrà, tutti li credono morti, compresa la moglie americana e i figli di lui. Per un po’ vivono felici, ricominciando da capo, ma i sensi di colpa incombono e le responsabilità sopraffanno l’amore. All’uomo viene concessa la seconda opportunità, ma immediatamente viene sprecata. Predestinatamente i due amanti perdono pirendellianamente l’aereo e non muoiono, hanno il libero arbitrio e scelgono per un po’ di vivere insieme, senza un’identità ed infine il deus ex machina della coscienza riporta entrambi alle rispettive esistenze. La vita prende in giro!
E se il nostro nome non fosse scritto in alcun registro, in nessun ufficio, la solo la grande pancia di una nave ci avesse cullato, cresciuto e fatto morire? La terra non ha conosciuto Novecento, solo un vecchio disco rovinato testimonia la sua esistenza che potrebbe essere facilmente dimenticabile. “LA LEGGENDA DEL PIANISTA SULL’OCEANO” (12) racconta la metafora della piccolezza umana dinanzi alla terra, al creato: “Amico, ti sei seduto sul seggiolino sbagliato. La terra è il pianoforte dove suona Dio”, dice Novecento in una delle sue metafore musicali.
E se il nostro nome non fosse scritto in alcun luogo o se avessimo un talento naturale per diventare qualcun altro, nella mente (“ESSERE JOHN MALKOVICH”) o nella pelle, ad ogni costo? Tom Ripley (13) (Matt Damon) è così bravo ad imitare il suo amico Dickie (Jude Law), da prenderne il posto nel conto in banca, negli abiti, negli strumenti (la rumorosa tromba di Dickie prende il posto del quieto pianoforte di Tom), poiché è meglio essere qualcun altro di un’autentica nullità. Il solo peccato è che Mr. Ripley, con l’infinito dispiacere dello spettatore che nonostante le malefatte, tifa per lui, si chiude nel labirinto di bugie da lui stesso creato. Mr. Ripley sceglie una seconda possibilità nella sua vita: sceglie la vita di un altro, di un vincente o così almeno lo credeva, ma ne rimane schiacciato, soffocato.
Ovvero predestinazione o libero arbitrio
Non sempre viene data la possibilità di scegliere, nemmeno al cinema. Capitano talvolta film come “LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE” (14) o meglio nel suo titolo originale “VERTIGO”. Vertigini, una parola fondamentale ed indispensabile per la comprensione del film. Sono le vertigini l’elemento che predestineranno all’infelicità Scottie Ferguson (ancora James Stewart che smette i panni dell’ottimismo rooseveltiano) e fin dalla primissima scena, quella che spesso viene trascurata o non guardata con la dovuta attenzione (in cui l’uomo vede, impotente, cadere il collega poliziotto da un palazzo), che lo spettatore conosce e prevede la sorte dell’uomo. Scottie non ha appelli, anche se lo crede e fino all’ultimo, con un’utopia degna della filosofia rinascimentale, che l’uomo possa essere l’artefice del proprio destino.
A Scottie viene concessa una seconda opportunità, al termine della storia, che si volgerà verso di lui come un beffardo scherzo della sorte che, irridendo della sua infelicità, gli strappa l’ultima miracolosa visione di salvezza. È beffardo il destino, specie quando dalla prima scena si potrebbe comprendere il tragico epilogo: l’irreversibile infelicità dell’uomo e la sua impotenza dinnanzi al fato ostile.
È la lotta contro l’ignoto a condurre l’uomo a combattere una battaglia già persa, come Achab (Gregory Peck) (15), il capitano del Quiqueg che ambisce ad uccidere Moby Dick, la balena che lo ha mutilato. Moby Dick, la balena bianca, la montagna dei mari, l’immortale come la natura che l’uomo ama sfidare, per cadere, come Achab, nel fondo dell’abisso. La battaglia contro la Natura che l’uomo ha sempre perso.
Non c’è appello per l’uomo. Nessuno, neppure quando la giustizia è dalla sua parte. Ne “Il LADRO” (16) film quasi ignorato di Alfred Hitchcock, Henry Fonda viene scambiato a causa di un’impressionante somiglianza, con un ladro. È il wrong man, l’uomo sbagliato, il brav’uomo la cui vita viene rovinata per un errore e nulla sembra essere dalla sua parte. Solo un miracolo può salvarlo, un miracolo dettato dalla fede. In una scena si mostra il volto di Fonda che sillaba una preghiera, rivolto ad un’icona e contemporaneamente, con una sovrapposizione di immagini, appare sullo sfondo, un uomo che si avvicina, sempre più, fino a alla sovrapposizione con il primo volto. È similissimo, è il ladro, che appare da lontano o forse dalla fede di Fonda e il suo riconoscimento potrà scagionare l’innocente.
Nella mente di Hitchcock potrebbe voler significare che nell’uomo da solo non può giungere la salvezza senza l’intervento divino che può predestinare la vita in ogni suo attimo. L’uomo comune può divenire il wrong man e per una pura fatalità cadere nel baratro dell’errore umano. Tutti possono essere Roger Thornill (17) ed essere scambiati per un fatale errore in George Kapland e rischiare la vita per questo.
Talvolta si può cambiare il destino al quale la vita ci aveva predestinato e sovvertire ogni ordine. In “A CASA DOPO L’URAGANO” (18), Ralph (George Peppard ) il figlio illeggitimo è destinato ad una vita poco più che miserabile, mentre Theron (George Hamilton) il figlioletto viziato, sarebbe divenuto un bravo ed educato giovine che avrebbe sposato la bella del luogo. Ma per uno strano caso, Theron scopre la verità sulla sua famiglia, acquista coscienza e decide di abbandonare casa e ragazza che, ormai rimasta incinta, decide di non confessargli nulla. Lui abbandonandola, le rivela di non voler metter su famiglia per non incappare negli errori dei genitori. Ma inconsapevolmente lo fa. Il fratellastro mette riparo alla situazione sposando la donna e nuovi disordini si creano. Il predestinato disadattato diviene un padre di famiglia, mentre il predestinato bravo-ragazzo si abbandona al vagabondaggio. La storia cambia, con molto spargimento di sangue, ma cambia, per la forte volontà del primo personaggio di non cadere nell’oblio della disperazione. L’ordine creato dal capofamiglia-Mitchum, demiurgo e comandante dei destini di chi lo circonda, cambia. In realtà il film di Vincent Minnelli assume le caratteristiche di una tragedia greca. La felicità viene assaporata dai due coniugi Robert Mitchum- Eleonore Parker per un attimo e dopo una vita di incomprensioni e cattiverie reciproche. Ma la tragedia incombe e il volto di lei si copre di orrore come quello di una contemporanea Andromaca. Tutto si compie.
Quando la storia serve allo sceneggiatore
Ci sono film in cui la predestinazione degli eventi è obbligata dal corso della Storia.
La Storia è concepita come nel romanticismo di Manzoni, come luogo dove ambientare non gli eventi, ma i sentimenti dei protagonisti. La Storia diviene “scenario” dove i personaggi vivono e dove un ”evento” giungerà –predestinatamene- a cambiare il corso delle loro vite.
Se un film ci mostra come sfondo le spiagge hawaiane del 1941, sia su “DA QUI ALL’ETERNITÀ ” (19) che nel recente ”PEARL HARBOR ” (20), lo spettatore seguirà le vicende sentimentali dei protagonisti volgendo la mente all’imminente bombardamento dei giapponesi del 7 dicembre. Dopo di questo, le vicende umane si stabilizzeranno di conseguenza, ritrovando un ordine a tutto.
Il un film come il “TITANIC ” (21) è impossibile sperare che il transatlantico non si scontri con l’iceberg; i passeggeri sono sul Titanic, ergo si stanno dirigendo verso un viaggio di non ritorno. “L’originalissima” sceneggiatura che definirei ironicamente “stilnovista” (lei bella e ribelle, lui povero ma virtuoso, l’altro ricco e cattivo) è predestinata dal suo incipit: ad andare a picco, nel fondo della noia degli spettatori.
Ovviamente tutto questo vale su tutti i film sulla vita di Gesù Cristo: da il “Il re dei Re” (22), “La più grande storia mai raccontata” (23) a “Jesus Christ Superstar ” (24). Ovviamente nessuno potrà sperare che la fine della storia possa cambiare. È predestinata. Anzi, la sua morte è predestinata dalla nascita per la salvezza di chi crederà “senza vedere”.
IL POMO DELLA DISCORDIA
ovvero riflessioni sul libero arbitrio
Nel 1998 sono usciti nelle sale due film le cui interpretazioni conducono lo spettatore ad un grande quesito esistenziale: ma quanto è libero l’uomo ed è davvero l’unico artefice del proprio destino?
La famosa mela biblica non doveva essere toccata, il vaso di Pandora non doveva essere aperto e l’uomo non avrebbe mai conosciuto il male, ma quanto è giusto ignorare il male intorno a noi, pregando che non ci tocchi mai. Ma gli “altri” dei telegiornali, della cronaca, talvolta siamo noi ed a quel punto è lecito chiudere la televisione, girare lo sguardo altrove?
Truman (Jim Carrey) (25) vive a Seahaven, il paradiso terrestre, dove tutti sono sempre di buon umore, non piove mai, i prati sono sempre verdi e tutto è ordinato. Truman non sa di essere visto da milioni di telespettatori americani che seguono le sue vicende dal giorno della sua nascita. In realtà tutta la vita di Truman è una lunghissima scaletta Tv e lui inconsapevole la segue, credendo che la perfezione che lo circonda sia reale. Ma un giorno Truman-Adamo scopre di non voler più restare in quel magnifico paradiso, vuole conoscere il mondo, cosa c’è “oltre”.
“Fuori il mondo è crudele” dice a Truman l’ideatore del serial, il demiurgo che risponde al nome emblematico di Christof (Ed Harris). Questi lo avverte che “fuori” troverà il male, la vita “fuori” è difficile, ma Truman insiste perché vuole conoscere cosa c’è “oltre”. Mangerà la mela ossia lascerà lo studio Tv, luogo ipocritamente perfetto ed agli affezionati spettatori non resterà che cambiare semplicemente canale, cercando qualcosa di più interessante.
PLEASANTVILLE (26) è una sitcom americana di cui è appassionato un David (Tobey Maguire), un liceale americano. Per uno strano sortilegio, il ragazzo e la sorella vengono catapultati nel telefilm, dove tutto è in bianco e nero. Pleasantville è un non-luogo e un non-tempo; una cittadina che non esiste e gli anni ’50 sono l’età dell’oro americana o almeno quella in cui tutti vogliono credere che tutto fosse perfetto. Questi anni sono stati così idealizzati da divenire comune nostalgia per un periodo ideale, per gli “Happy days” che non sono mai esistiti, ma di cui tutti amano raccontare: “un’epoca spensierata dalle buone maniere”.
Pleasantville è un luogo piacevole che non conosce peccato, fino all’arrivo dei due visitatori. Con questi il peccato, ma in realtà “la conoscenza”, si insinua tra gli abitanti e il grigiore del bianco e nero si trasforma in colore. La disinibita sorellina tornerà a colori solo dopo aver letto il primo libro della sua vita, “Figli e amanti” di Lawrence.
Il peccato è qualcosa di relativo in un paese sì perfetto, ma dove ogni cosa è vietata. Cosa è giusto scegliere? In realtà il peccato originale di Pleasantville è la sua inconsapevole inettitudine.
Dopotutto ognuno nelle proprie case vorrebbe chiudersi in una piccola Pleasantville o Seahaven, cambiare canale quando si vede qualcosa che non ci piace e continuare a vivere nella totale inconsapevolezza. Non si ottiene felicità, ma solo incoscienza. Un giorno potrebbe suonare anche il nostro campanello e non ci farebbe piacere il sapere che qualcuno sta cambiando canale. Talvolta non siamo noi ad uscire, ma è il Mondo ad entrare nel nostro salotto, senza chiederci il permesso.
Il cinema ha provato a darci qualche risposta: predestinazione o libero arbitrio? Talvolta prevale l’una, talvolta l’altra. Forse hanno una quota al 50% sugli abitanti della terra? Chi può dirlo, credo nessuno. Ma sono le nostre decisioni ad influenzare quelle degli altri; nessuno è inutile come credeva George Bayley in “La vita è una cosa meravigliosa”. Non è consigliabile sprecare la prima possibilità, poiché non sempre è possibile averne una seconda per riscattarsi.
1- “IO BALLO DA SOLA” (Stealing Beauty, 1996) di Bernardo Bertolucci
2- “L’UOMO SENZA VOLTO”(The man without a face, 1993) di/con Mel Gibson
3- L’ATTIMO FUGGENTE (Dead poets society, 1989), di Peter Weir
4- LA LEGGENDA DI BAGGER VANCE (The legend of Bagger Vance 2000), di Rober Redford
5- IL FILO DEL RASOIO (The razor’s edge, 1946) di Edmund Goulding
6- LA VITA È MERAVIGLIOSA (It’s a wonderful life, 1946) di Frank Capra
7- THE FAMILY MAN (id, 2000) di Brett Ratner
8- RITORNO AL FUTURO, (Back to the future, 1985) di Robert Zemeckis
9- SLIDING DOORS (Id, 1997) di Peter Howitt
10- LA STANZA DEL FIGLIO (2000) di/con Nanni Moretti
11- ACCADDE IN SETTEMBRE (September affair, 1950) di William Dieterle
12- LA LEGGENDA DEL PIANISTA SULL’OCEANO (1998) di Giuseppe Tornatore
13- IL TALENTO DI MR. RIPLEY (Talented Mr. Ripley, 1999) di Anthony Minghella
14- LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE (Vertigo, 1958)di Alfred Hitchcock
15- MOBY DICK (Id, 1956) di John Huston
16- IL LADRO (The wrong man, 1956) di Alfred Hichcock
17- INTRIGO INTERNAZIONALE (North by Northwest, 1959), di Alfred Hichcock
18- A CASA DOPO L’URAGANO (Home from the hill, 1960) di Vincente Minnelli
19- “DA QUI ALL’ETERNITÀ” (From here to eternity, 1953) di Fred Zinnermann
20- “PEARL HARBOR” (Id., 2001) di Micheal Bay
21- “TITANIC” (Id, 1997) di James Cameron
22- “IL RE DEI RE” (The king of the kings, 1961) di Nicholas Ray
23- “ LA PIÙ GRANDE STORIA MAI RACCONTATA” (The greatest story ever told, 1965) di George Stevens
24- “JESUS CHRIST SUPERSTAR” (Id, 1973) di Norman Jewison
25- THE TRUMAN SHOW(Id, 1998) di Peter Weir
26- PLEASENTVILLE (Id, 1998) di Gary Ross
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- CANNES 65 - Commozione per la Bonnaire
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