IL RITORNO DEL CANE BASTARDO di Constanza Acuna

La denuncia sociale è in “Amores Perros” solo lo spunto per vedere una realtà intima e meno visibile: la realtà di chi un giorno fa una scelta inattesa, sacrificando la fragile stabilità del proprio mondo, seguendo la strada che il loro istinto gli detta

Sembra che alcuni film latinoamericani stiano entrando nelle sale italiane non solo per le loro caratteristiche esotiche o per denunciare le ingiustizie sociali e politiche subite attraverso la storia. Questo interesse del pubblico e della critica europea per film come Amores Perros (Alejandro González Iñarritu), Así es la Vida (Arturo Ripstein), o La Cienaga (Lucrecia Martel) ci fanno pensare che esiste un’ apertura o almeno una disposizione a vedere che c’è di nuovo nel cinema latinoamericano. Che cos’hanno in comune? Sicuramente l’idea di riproporre temi universali-l’amore impossibile, la decadenza dell’ istituzione familiare, la volontà dell’ uomo di fronte al destino- in contesti dove l’idea occidentale del progresso è diventata un incubo troppo reale e duraturo. Forse è perciò che c’è in questi registi una concezione vitale del cinema, nel senso che i loro immaginari si costruiscono da osservazioni e ricordi che seguono il ritmo e la volontà dell’ intuizione personale, e non la logica d’un ipotesi che vuole dimostrare a priori una interpretazione corretta della realtà. Coincidono anche nell’utilizzare la violenza, i sentimenti repressi, e il senso nero del umorismo come lo spunto che esprime il contesto sociale e mentale dei loro personaggi. Così la lotta di sopravvivenza in questi ambienti precari parla d’ un cinema scomodo, soprattutto senza concezioni nei confronti d’un pubblico europeo che ancora vuole vedere nella immagine del “latino” la propria fantasia dell’ esotico. Desiderio, che non pochi hanno saputo furbamente alimentare trasformando buona parte dell’immaginario originale del “nuovo mondo” in una caricatura statica e banale, attenta a compiacere le necessità di un mercato sempre avido di novità . Questi film, invece, percorrendo una strada più rischiosa hanno ricreato vecchie storie, senza tradire il mistero e la complessità dei propri contesti, inventandosi un punto di vista con le possibilità che la tecnica e il linguaggio cinematografico gli hanno consentito d’imparare.

un’ immagine danzante

Città del Messico è la città più grande e inquinata del pianeta. E in mezzo a questo vero mostro urbano in continua trasformazione il regista Alejandro González Iñarritu ha trovato lo scenario per sviluppare le tre storie che si incrociano in “Amores perros” attraverso un incidente stradale. Quella di Valeria, una modella di successo che di colpo deve affrontare la traumatica perdita d’una gamba, insieme al naufragio dei suoi progetti professionali e sentimentali; quella di Ottavio, un ragazzo innamorato della donna di suo fratello, e disposto a fare qualsiasi cosa pur di fuggire con lei da una realtà economica e familiare disastrosa. E finalmente la storia del Chivo, un ex revolucionario che dopo il carcere e il disincanto si converte in un sicario travestito da barbone.
Dopo un primo sguardo la storia di “Amores perros” può sembrare troppo fedele alla formula di un melodramma, che scommette la sua credibilità nel nostro sentimento di compassione per personaggi umiliati dal gioco cieco del destino. Ancora più commovente se pensiamo che la storia accade in una città dove in ogni angolo delle strade si affaccia la miseria, il risentimento e la violenza di una società che vive sotto la logica selvaggia del più forte. E’ vero che Amores perros può sembrare una parabola della crisi etica ed esistenziale che vediamo tutti giorni: la vecchia storia dell’ uomo schiacciato da una civiltà che ha perso il senso dell’umanità , e che finisce per trasformare le persone in esseri che reagiscono come bestie pronte a uccidere o ad essere uccise. Ma bisogna fare un po’ di attenzione e non accontentarsi troppo col messaggio più letterale di questo film, quello che riduce la nostra esperienza (quella di vedere) all’ ovvietà, e alle certezze che rappresentano spesso il blocco mentale che ci impedisce un coinvolgimento reale e fluido con le cose. La denuncia sociale è in questo film solo lo spunto che permette di vedere sotto una luce più intensa una realtà intima e meno visibile: quella di coloro che un giorno fanno una scelta inattesa, sacrificando la fragile stabilità del proprio mondo, lasciandosi condurre per la strada che il loro istinto gli detta. I protagonisti di Amores perros sono contraddittori, falliti, infedeli, egoisti ed ossessivi con i loro desideri. Tuttavia, e nonostante le loro differenze sociali e personali, vediamo che c’è dietro tutti loro una energia primordiale che li spinge a fare quello che fanno (non già l’obbligo imposto dalle convenzioni) ; è da questo impulso che nasce l’incontro frontale con il loro destino. Osservando le cose in questo modo, scopriamo che l’incidente stradale del film, indica un caso, non una punizione, non un momento trascendentale, forse, sí, un punto morto che permette di riflettere un attimo sul corso involontario che prende la vita personale, e sulla responsabilità che ha ognuno nell’ avvenire della propria sorte. Ma oltre l’affermazione di noi stessi, ogni scena di questo film sembra gridare che la completezza dell’istinto di libertà è intimamente legata all’ amore.
In una delle ultime scene di Amores Perros, vediamo Ottavio dopo l’incidente. Con la testa rasata e ancora pieno di bende e ferite, aspettando inutilmente in un terminal d’autobus l’arrivo di Susana. Ma non è precisamente la compassione ciò che proviamo, piuttosto un fascino per il suo coraggio, per il suo essere lí nonostante tutto intorno a lui sembri precipitarsi, per il suo gesto di rimanere fedele a se stesso, accettando le conseguenze del suo slancio passionale come una realtà e non come una fatalità ("polvera sarai ma polvera inamorata", diceva Quevedo).
Lo stile realista creato da González Iñarritu funziona perché sa catturare con il cinema l’immediatezza della vita. Specialmente in quelle scene girate presso un quartiere marginale in città del Messico, in un posto dove si fanno veramente combattimenti di cani. L’accesso a questo sub-mondo, ha raccontato il regista, non è stato facile, soprattutto perché appena iniziati i primi giorni di ripresa furono vittime del furto di quasi tutta l’ attrezzatura tecnica. Dopo conversazioni e scambi di fiducia tra Gonzalez e i capi del quartiere, il regista è riuscito ad avere non solo la restituzione del materiale ma anche la recitazione dei veri protagonisti della prima storia del suo film.
Forse può sembrare anacronistica e sospettosa l’idea di trovare bellezza in un mondo dove la miseria spinge al tradimento e alla crudeltà. Però non è un giudizio morale o un’ode gratuita alla violenza quella che mette in gioco Amores perros, bensì la riproduzione d’uno spirito che potremmo chiamare epico. Lo stesso che troviamo nelle antiche mitologie mesoamericane (come il Popol Vuh), dove ad un certo punto la lotta tra gli dei si convertiva in danza, il caos in ordine e il movimento in ritmo. Octavio Paz parlando del senso che aveva l’arte per gli antichi messicani ha detto che la vita per loro si risolveva in una immagine danzante. È un nostro limite spiegare la continuità tra questa concezione mitica dell’ universo precolombiano e l’estetica di Amores perros, però non manca di suggestione il fatto che in questo film siano la musica e il culto del coraggio a marcare il tempo o il ritmo delle immagini.

I film messicani del regista spagnolo Luis Buñuel sono fondamentali al momento di chiederci per quali sentieri si sta incamminando il cinema messicano (e latinoamericano) odierno. E c’è un suo film, Los Olvidados (Figli della violenza, 1950), che oggi risulta paradigmatico in quel senso. Nella sua autobiografia “Mi último suspiro”, Buñuel racconta che prima di girare Los Olvidados, frequentò per più di cinque mesi i sobborghi di città del Messico. Arrivava lí travestito da uomo povero, osservava, chiedeva e faceva amicizia con la gente.
Los Olvidados, significa “i dimenticati”.. È la storia di un gruppo di ragazzi di Città del Messico che vive in mezzo alla miseria e alla indifferenza di una società che insegna loro troppo presto che in quanto figli della violenza (economica, sessuale, ormai ancestrale) non hanno altra scelta che la lotta feroce per la sopravvivenza. Una delle scene più inquietanti del film è la visione di un cane squallido che attraversa una strada mentre lo sguardo agonico di uno dei ragazzi (il Jaibo) lo fissa prima che tutto lo schermo diventi buio.
Non è un caso che Buñuel abbia scelto l’immagine del cane bastardoche ritorna come una sorte d’emblema ispanoamericano, sin dal classico quadro di Francisco Goya “Il cane semiaffondato” - per esprimere il passo fugace e tragico dell’ uomo per il mondo.
Questo ritratto lucido e malinconico di una realtà brutale, metteva a disagio perché ci obbligava a discendere nei sottofondi della nostra coscienza, e nell’ immaginario più dimenticato della nostra memoria storica. Ci faceva capire anche che la lotta tenace e quotidiana per la sopravvivenza non è una questione di sorte, razza o destino. E che il sentimento di abbandono e incertezza in un mondo misterioso e assurdo è un sentimento universale.

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