ESSERE IN BALIA DEI FLUTTI di Roberto Rosa

Seguire un nome, un cappello, uno scrittore …Ogni pretesto è buono per (costringerci a) navigare nelle torbide acque del destino

“Ecco, ora tutto è chiaro, voluto,
non imposto dal fato.”
Sofocle – Edipo re

Dice Kieslowski a proposito di un suo film intitolato Il caso: “…Il caso non è una descrizione del mondo esterno ma piuttosto di quello interiore. È il racconto delle forze che si mescolano al nostro destino, che ci spingono in una direzione o nell’altra” (1).
Questo cambio di prospettiva rappresenta, forse, l’elemento essenziale del cinema che sceglie di raccontare una storia facendo leva sul ruolo cruciale del destino. In questo modo, infatti, l’attenzione dello spettatore può essere pilotata più facilmente sull’interiorità del personaggio, su come cioè questo si pone nei confronti degli eventi che divengono in un certo qual modo secondari in quanto previsti o prevedibili.
Un esempio emblematico di questo cambio di orizzonte (dall’esterno all’interno) lo possiamo trovare in Dead Man. Fin dall’inizio intuiamo che difficilmente il viaggio compiuto da William Blake avrà il risultato che lui si aspetta ( ... la tranquillità, … un onesto stare a galla, di una fragilità guagliò … “99 Posse”), sentiamo che stiamo per assistere al suo “ultimo viaggio”. Scopo del film non è semplicemente narrare questo viaggio, ma (cosa ben più interessante) mostrare come egli prende coscienza degli avvenimenti.
William è nello stesso tempo predestinato e guidato. È predestinato perché legato dal suo nome ad un destino, l’indiano che lo accompagna (il suo Virgilio) gli dice “da adesso le tue poesie le scriverai con il sangue”. Inoltre all’inizio del film, sul treno, un macchinista/oracolo gli (e ci) anticipa quelli che saranno i passaggi cruciali del film: “fossi in te non mi fiderei delle parole scritte su un pezzo di carta …soprattutto se vengono da un certo Dickinson della città di Machine” e ancora “…li ci troverai solo la tua morte” ed infine (facendosi beffe della suspence) anticipa addirittura la sequenza finale “… non ti torna alla mente quando eri nella barca…”.
Si diceva che oltre ad essere predestinato è anche guidato, infatti viene letteralmente trascinato verso il suo destino da Nessuno, uno stranissimo indiano che conosce i versi immortali del suo omonimo inglese e che a causa del suo soggiorno forzato in Inghilterra è diventato uno straniero per la propria gente, anche in conseguenza dei suoi racconti fantastici su questo suo viaggio (nell’aldilà) oltre oceano. Per questo viene chiamato “Colui che parla ad alta voce senza dire nulla” o Nessuno “che è la stessa cosa ma che lui preferisce”. Per lui William Blake rappresenta anche un’occasione di riscatto nei confronti della sua gente (anche perché e diventato un assassino di uomini bianchi – come a dire: William Blake è vivo e lotta con noi -). A questi, infatti, si rivolge nel finale per costruire la canoa che riporterà finalmente William “a casa” cioè “…nel posto da dove vengono gli spiriti”.
La presa di coscienza del suo destino avviene da parte di William Blake in maniera graduale. Passa dall’incomprensione e rifiuto che caratterizzano il suo incontro con il macchinista, all’accettazione nel momento in cui decide di fare proprio il suo destino ed il suo nome, così agli sceriffi gemelli che gli chiedono se è lui William Blake risponde “…Si! Conoscete le mie poesie?” subito prima di fare fuoco (e si compie una - delle tante - profezie “le tue poesie le scriverai con il sangue”).
La sua trasformazione nell’“altro” William Blake non è semplicemente interiore. È una trasformazione fisica che ha inizio quando “entra a far parte del suo corpo” la pallottola che segna anche la fine della sua (vecchia) vita e passa attraverso una seria di momenti cruciali: la pelliccia rubata ai primi “bianchi” che uccide, i segni “della morte” che gli disegna in faccia Nessuno in seguito ad una visione. Tutte queste esperienze gli si stratificano addosso rendendo evidente (nel suo abbigliamento) la trasformazione da quello che era a quello che sta diventando. Questa “metamorfosi” tocca il suo apice con l’abito “da cerimonia” con il quale viene vestito (sempre da Nessuno) per il suo ultimo viaggio.

“l’amicizia è uno stato mentale”
Sempre pensando a personaggi che fanno fatica ad accettare il proprio ruolo/destino, viene in mente il caso di Tom Reagan, protagonista di Crocevia della morte, nel quale l’incapacità di “vestire dei panni per i quali non ci si sente tagliati” è resa in maniera originale dai Coen attraverso una metafora onirica.
Tom infatti è un gangster, braccio destro e consigliere di Leo, capo della banda che ha il controllo della città. Lui, però, non sembra sempre riuscire a comportarsi come “la sua professionalità” gli imporrebbe. Questa difficoltà di “entrare nel personaggio” è resa attraverso la rappresentazione di un sogno ricorrente che tormenta Tom nel quale lui insegue il suo cappello che sembra portato via dal vento. E’ lo stesso Tom a dire: “la cosa più ridicola è un uomo che corre dietro al cappello”.
La chiave del film è tutta qui: un uomo che scopre ad un tratto di non essere più (o forse di non essere mai stato) in sintonia con la sua immagine pubblica, come dice Leonardo Gandini (2): “il cappello qualifica il gangster … il fatto di averlo indosso o meno innesca, da parte del personaggio, una serie di comportamenti che possono rivelarsi adeguati o non adeguati al ruolo che quel capo d’abbigliamento simbolizza. Il fatto che il protagonista, Tom, non riesca mai a tenere il cappello in testa, che addirittura sogni di averlo perso in un bosco, sancisce la sua effettiva incapacità di comportarsi secondo le regole della malavita organizzata, in altre parole di fare quello che i suoi simili, gli altri malviventi, si aspettano da lui. Tom non è leale verso gli amici (né in definitiva verso nessun altro), non è crudele al punto di uccidere a sangue freddo, non è così determinato da prendere rapidamente decisioni importanti …”.
Anche Tom, come William arriva ad accettare il
suo ruolo, così alla fine del film uccide Bernie (la cui precedente mancata esecuzione, proprio nel bosco da lui sognato, gli aveva fatto perdere (metaforicamente) il cappello) e al suo funerale si sistema definitivamente il cappello sulla testa, segno inequivocabile della definitiva presa di coscienza del suo ruolo.
A differenza di William, però, per Tom la predestinazione si limita al solo fatto di accettare, alla fine del film, senza più riserve, un ruolo già scritto per lui fin dall’inizio. Manca l’altro elemento riscontrato in Dead Man e cioè la “guida esterna” sulle sue azioni; cosa questa, che ci impedisce di avere quella specie di chiaroveggenza verso gli avvenimenti del film (la storia è, infatti, così complessa ed intricata che non siamo mai in grado di capire, fino in fondo, quello che sta succedendo, figuriamoci addirittura di anticiparlo – e certamente Tom non ne è il manovratore occulto). Per stessa ammissione dei Coen, infatti “ il metodo di Tom, nel corso di tutto il film, consiste nel gettare ogni cosa in aria e nell’osservare come ricade, ed in seguito nel gestire il risultato piuttosto che prevederlo” (3).

“Io penso, dunque lei esiste”
Si diceva poc’anzi , parlando di Tom Reagan, della sua difficoltà di accettare un destino già scritto. Nessuno più di John Trent può capire a pieno (letteralmente) questa difficoltà, nessuno come lui ha sperimentato l’orrore della più totale mancanza di autonomia, quella che viene dall’essere il personaggio di un libro (e per di più un perdente). In Il seme della follia il protagonista (e noi con lui) scopre il significato della frase: “Tutto è già scritto” (e per chi non ha voglia di leggere è anche un film! Quello che anche noi stiamo guardando).
Il film narra della scomparsa del più famoso romanziere horror, Sutter Cane (o Stephen King visti i numerosi richiami ai suoi personaggi) e di un investigatore delle assicurazioni, John Trent (un uomo che - per sua stessa ammissione - non crede in niente, sempre alla ricerca dell’imbroglione) intenzionato a ritrovarlo, convinto che la sua sparizione non sia altro che una trovata pubblicitaria.
Gli orrori mostrati dal film sono tutti lungamente sperimentati: mostri, tentacoli, croci capovolte, bambini assassini (non a caso subito dopo questo film Carpenter girerà il remake di Il villaggio dei dannati, aggiungendo praticamente solo il colore).
Il vero orrore, tuttavia, e quello che traspare dallo sguardo e dalla risata del protagonista, nella sequenza finale del film, quando finalmente “razionalizza” che lui non esiste.
E dire che Sutter Cane glielo aveva detto con un’espressione semplice ma geniale “Io penso, dunque lei esiste”. Anche altri, a dire il vero, (con la stessa naturalezza e semplicità) avevano cercato di spiegargli ciò che non avrebbe bisogno di spiegazione, e cioè che i personaggi fanno quello che è scritto. Ci aveva provato la sua compagna di viaggio che, quasi scusandosi delle sue avance sessuali, gli diceva: “Sutter Cane sta scrivendo la mia parte, questo e quello che i lettori vogliono” (fa pensare il fatto che anche chi, come Sutter Cane, ha venduto più di un miliardo di copie e sta scrivendo la nuova bibbia, debba comunque preoccuparsi di assecondare il gusto dei lettori). Glielo aveva ribadito anche l’abitante del villaggio che Trent cerca di convincere a non suicidarsi, il quale semplicemente risponde “Non posso, è scritto nel libro”. Trent non ci crede, non può crederci, fino alla fine cerca il trucco. La sua lotta è, tuttavia, inutile, come quella del protagonista di Videodrome. Sono entrambi strumenti necessari a far si che arrivi il “nuovo ordine” (che si diffonde grazie ai mezzi di comunicazione di massa: libri in questo caso e tv in Videodrome), entrambi compiono esattamente e fino in fondo il loro dovere. E’ emblematica la sequenza finale di Videodrome nella quale il protagonista si uccide ripetendo gli stessi gesti e le stesse parole che gli vengono mostrate in televisione. Così Trent crederà solo dopo essersi visto al cinema.

“Ti trovi su un treno in Germania.
Il treno sta affondando.
Al conto di dieci sarai morto”
Dove, invece, la “guida esterna” è subito evidente, anche grazie ad una scelta stilistica particolare, è in Europa. Questo film è aperto, accompagnato e concluso dalla voce fuori campo che detta gli avvenimenti ed i loro tempi.
Il film si apre, infatti, come se si trattasse di una seduta d’ipnosi nella quale il protagonista (ma anche lo spettatore) viene comandato da questa “forza superiore” senz’altro esterna rispetto alla storia e ai suoi protagonisti ma che su di essi ha il controllo totale. L’insieme di questi elementi (la sua estraneità agli avvenimenti narrati insieme al controllo totale su di essi) danno a questa voce un essenza divina. E’ il regista/Dio che parla svelandoci cosa ha in mente per Leopold Kessler. Egli però si limita ad anticipare gli eventi rendendo evidente l’impossibilità per Leopold di intervenire su di essi, l’esempio più evidente e che turba maggiormente è il tragico conto alla rovescia finale che segna l’annegamento del protagonista.
La Voce, tuttavia, non commenta mai quello che
accade, non da interpretazioni. Scelta opposta a quella fatta da Pasolini/Dio in La sequenza del fiore di carta che si manifesta (sempre come voce fuori campo) per spiegare/manifestare il significato dell’accaduto (4).
Nel film di Lars Von Trier la Voce riveste una doppia funzione, oltre che parlare al protagonista (meglio dire comandarlo) parla allo spettatore cercando di rendere palese i meccanismi della finzione e lo stato ipnotico che egli stesso (spettatore) vive durante la visione di questo (come di qualsiasi altro) film (5).
A differenza di quanto avviene per Tom e per William, per il giovane Kessler non arriva mai il momento di prendere coscienza del suo destino, di quello che ci si aspetta da lui (per lui non avviene la trasformazione “da burattino a bambino” che avviene per gli altri nel momento che comprendono e abbracciano il loro destino). Tutti gli avvenimenti si svolgono “sopra la sua testa” senza che lui se ne renda conto né tantomeno possa intervenire su di essi.

“Se dovessi essere giudicata,
pensa che oggi esistano ancora
giudici come lei?”
Altro personaggio che non ha cognizione del suo stato di “guidato” è il giovane giudice di Film Rosso. Probabilmente, però queste incoscienza ha un altro significato per Kieslowski rispetto a Lars Von Trier. Il giovane Kessler non comprende mai ciò che gli accade intorno proprio perché è per sua natura estraneo alla realtà che lo circonda. Non ne fa parte, quindi può solo subirla.
In Film rosso, invece, la scelta di lasciare il protagonista fino alla fine – ed oltre – allo scuro del destino che gli si è compiuto addosso è probabilmente dovuta al fatto che il giovane giudice è il protagonista fantasma del film. Il vero protagonista è, infatti il rapporto che lega Valentine al vecchio giudice e come questo rapporto sarebbe potuto essere diverso se uno dei due fosse nato in un tempo diverso.
Lo stesso Kieslowski a tale proposito dice: “Film rosso è in realtà un film che si chiede se le persone, per caso, qualche volta non siano nate nel periodo sbagliato. […] Il tema di Film rosso è al condizionale, su che cosa sarebbe accaduto se il giudice fosse nato quarant’anni dopo o Valentine quarant’anni prima” (6).
Dunque Auguste (il giovane giudice) non sta vivendo la sua vita. È chiamato a rivivere la vita del vecchio giudice. È una cavia da laboratorio, una prova del nove. Dati il soggetto A ed il soggetto B potenzialmente compatibili e messi a contatto dalla grande e sapiente mano del destino si verifica la reazione desiderata, non soltanto l’amore ma il cambiamento (probabile) del rapporto con il modo intero da parte di Auguste che, grazie ad un unico essere umano, ritroverà la fiducia nell’intera specie cosa che al vecchio non era riuscita.

“Devo fare in modo che tu riesca a passare attraverso lo specchio,
nel punto in cui il mare incontra il cielo.”
A conclusione di questo discorso, però, può essere interessante notare come molti di questi film (ma anche altri nei quali comunque il destino gioca un ruolo determinante) sono accomunati (forse in maniera casuale) da un altro elemento (nel vero senso della parola). Si tratta dell’acqua (oceano/mare/lago), o meglio del suo ruolo di catalizzatore, cioè di elemento che rende possibile il verificarsi dell’evento (del destino).
Dunque, perché i loro rispettivi destini si realizzino è necessario che i protagonisti di tutti questi film si trovino nell’acqua.

In effetti, Dead Man termina con l’immagine di
William Blake che “attraversa lo specchio nel punto in cui il mare incontra il cielo”. Leopold Kessler muore annegato sul suo treno e, finalmente, da morto, è libero di spostarsi in Europa. A proposito di questo film, sempre a livello di curiosità, è interessante notare che il proprietario della Zentropa (la compagnia per la quale lavora Leopold) e padre di sua moglie, si toglie la vita ancora in acqua, nella vasca da bagno.
Anche Bess di Le onde del destino viene portata, per compiere il suo martirio, su una nave che rimane a largo della costa senza entrare in porto.
In fine, è un naufragio che permette al giovane giudice di Film Rosso di trovare l’amore e di liberarsi da una vita di solitudine come quella di Trintignant.
Sempre come curiosità, vale la pena di riportare le parole dello stesso Moretti in conferenza stampa per La stanza del figlio, che ha dichiarato: “ Volevo una città di mare: il mare, infatti, ha un ruolo fondamentale nel film”. In un incidente di mare, infatti, muore il figlio.
Difficile resistere alla tentazione di dare a queste coincidenze una interpretazione comune.
È come se questi registi (così diversi e lontani fra loro) si siano trovati di fronte alla (comune) necessità di dare una forma ed un peso (una visibilità) al destino e che seguendo strade diverse e naturalmente personali, siano arrivati alla conclusione che esso può essere rappresentato solo attraverso un elemento in grado di avvolgerci, inghiottirci. Dominarci.



SCHEDE DEI FILM

Il Caso (Przypadek) – di Krzysztof Kieslowski – 1981
Con: Boguslaw Linda, Tadeusz Lomnicki, Boguslawa Pawelec.
Uno scontro con un barbone in una stazione è il pretesto per immaginare, a seconda che il protagonista riesca o meno a prendere un treno, vite diverse.
Nella prima ipotesi prenderà il treno, incontrerà un anziano comunista e diventerà un attivista del Partito; in un’altra tenterà di prenderlo all’ultimo momento e avrà una colluttazione con un ferroviere che lo porterà in prigione e mentre sconterà la pena, incontrerà un giovane dissidente che lo condurrà a collaborare con l’opposizione; nell’ultima versione perde il treno, si accorge di una compagna di studi che lo spingerà in seguito a riprenderli e diventerà un professionista stimato.
Dead Man – di Jim Jarmusch – 1995
Con: Johnny Depp, Gary Farmer, Robert Mitchum.
Un giovane (William Blake), dopo essere rimasto orfano, parte da Cleveland per andare a fare il contabile alla Dickinson Metal Works nella città di Machine (dall’altra parte degli Stati Uniti).
Una volta giunto scoprirà che il lavoro è stato affidato ad un altro. Dopo aver accompagnato a casa una ragazza (Thel) appena conosciuta, rimarrà gravemente ferito nello scontro a fuoco fra questa ed il suo ex fidanzato (il figlio del Sig. Dickinson) nel quale i due periscono. A questo punto è costretto a scappare perché inseguito da tre killers assoldati dal padre del ragazzo. Nella sua fuga verrà aiutato da un indiano di nome Nessuno.
Crocevia della Morte (Miller’s Crossing) – di Joel e Ethan Coen – 1990
Con: Gabriel Byrne, Albert Finney, John Turturro.
La protezione di un allibratore “scorretto” (Bernie) costa a Leo (capobanda irlandese) l’inizio di una guerra con Johnny Caspar. Tom Reagan (consigliere di Leo) non sa come comportarsi anche perché ha una relazione con la donna del suo capo (Verna che è la sorella di Bernie). Cercando di coniugare “ragione e sentimento”, Tom si troverà parecchie volte a fare il doppio gioco.
Il Seme della Follia (In the Mouth of Madness) - di John Capenter – 1995
Con: Sam Neill, Julie Carmen, Jurgen Prochnow.
Un detective delle assicurazioni, John Trent, viene incaricato dalla casa editrice Arcana di trovare il suo autore (horror) di punta: Sutter Cane, scomparso alla vigilia della consegna del suo nuovo libro - In the Mouth of Madness. Trent (convinto che si tratti di una montatura pubblicitaria) lo trova in un paese che “sembra” quello immaginario dove sono ambientati i suoi libri. Cane gli affida il manoscritto per la consegna, ma Trent, una volta tornato indietro, decide di distruggerlo.
Solo più tardi, in una discussione con l’editore, scoprirà di avere consegnato il manoscritto. A questo punto una “epidemia” di omicidi sconvolge il mondo (come auspicato da Cane) e Trent, dopo essere scappato dal manicomio dove era rinchiuso, si diverte fino alle lacrime (in un cinema deserto) vedendo In the Mouth of Madness di John Carpenter.
Europa di - Lars Von Trier – 1991
Con: Jean-Marc Barr, Barbara Sukowa, Ernst-Hugo Jaeregard
Nel 1945, il giovane Leopold Kessler (americano ma di origine tedesca) decide di tornare nel suo paese natale per essere d’aiuto nella ricostruzione. Troverà lavoro, grazie allo zio, alla Zentropa (la compagnia ferroviaria). Tutti i suoi tentativi di portare un po’ di umanità in quel paese sconvolto della guerra appena terminata, si riveleranno vani (se non dannosi). Lui stesso si sacrificherà in un estremo tentativo di salvare il treno ed i suoi passeggeri.
Film Rosso (Trois coleurs: Rouge) – di Krzystof Kieslowski – 1994
Con: Irène Jacob, Jean-Louis Trintignant, Jean-Pierre Lorit.
Valentine riporta il cane che ha accidentalmente investito al suo padrone: un giudice in pensione. Scopre così che questo trascorre l’intera giornata ad intercettare ed ascoltare le telefonate di tutto il quartiere. Fra i due nasce un rapporto di repulsione ed attrazione. Intanto Auguste, un giovane giudice, si trova, inconsapevolmente, a rivivere le tappe che hanno segnato la vita dell’anziano giudice.

NOTE
1- Danusia Stock, Kieslowski racconta Kieslowski Editrice il Castoro.
2- Leonardo Gandini, Paesaggio americano, il noir e il gangster film in "Garage", n.9, febbraio 1997.
3- Bill Krohn, Entratien avec Joel & Ethan Coen et Barry Sonnenfeld in “Cahiers du Cinéma”, n. 441, marzo 1991.
4- Si veda a tale proposito il lavoro di E. Baglio.
5- Per approfondire questo aspetto, si veda l’interessante saggio di Riccardo Ventrella, Il soffio dell’incantatore – la voce-off in Europa di Lars Von Trier.
6- Danusia Stock, op.cit.
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