LIBERO ARBITRIO ?! di Alessia Loreti
Non è indegno neanche del più grande eroe bramare di vivere ancora, fosse pure come lavoratore a giornata” (Nietzsche, "La nascita della tragedia”)
Non ricordo più il nome di chi disse che “l’uomo è artefice del proprio destino”.
Un ottimista, sicuramente, che si nascose dietro questa frase per convincersi di essere lui stesso a decidere dell’andamento della propria vita… della vita… appunto… come dire che “ finché c’è vita c’è speranza”… ma chi decide di mettere fine a questa speranza? Non c’è dubbio, noi no.
"Noi" sta per “noi persone normali”, che non siamo eroi (tragici e non), e che pur di vivere, attaccati come siamo a questa vita, ai nostri mille progetti, ai nostri cari, fino ad un certo punto andiamo consapevolmente incontro al nostro destino, soprattutto se sappiamo che la strada che ci affrettiamo a percorrere è senza ritorno.
No, noi quella strada non la imbocchiamo, a meno che non ci sia qualcuno che decida al posto nostro, e che per noi abbia già disegnato un “percorso” ben stabilito, e inevitabile.
Ma per carità, non paragoniamo il mondo ad un grande teatro e noi a delle marionette, i cui fili vengono tirati da qualcuno più grande di noi, perché anche questo rischierebbe di diventare un discorso (o un alibi) fin troppo comodo, e banale.
Ogni giorno ci troviamo di fronte ad un bivio, anzi, a mille bivi.
Ogni nostro gesto, ogni nostra azione, magari eseguita prima o dopo un’altra, può rappresentare una scelta. Ed ogni scelta condiziona e stravolge irrimediabilmente, in bene o in male, la nostra vita.
Helen Quilley (“ Sliding doors”, 1998, Peter Howitt) sta scendendo in fretta le scale per poter andare a prendere la metropolitana. Riuscirà a prendere il prossimo treno? Si e no. Ossia, il cinema sarà in grado di mostrarci cosa le succederà una volta preso il treno (tornerà a casa prima, troverà James, il ragazzo, “in dolce compagnia”, lo lascerà, si taglierà i capelli -bell’escamotage!-, conoscerà un altro uomo, morirà), e cosa invece le succederà una volta perso (verrà derubata da due borseggiatori, tornerà a casa appena in tempo perché il ragazzo non si faccia scoprire con la sua amante, cambierà lavoro, lascerà comunque quel babbeo di James, cadrà dalle scale, ma vivrà).
Che differenza c’è tra perdere e prendere? La stessa che c’è tra vivere e morire.
E’ la vita di tutti i giorni. Destra o sinistra.
E’ possibile che il decidere di andare a comprare una bottiglia di vino per brindare con il proprio uomo alla propria nuova casa, possa sconvolgere totalmente e irrimediabilmente la vita? (“Amores perros”, 2000, Alejandro Gonzales Inàrritu). Valeria è una top model sulla cresta dell’onda. Finalmente può andare a vivere con il suo Daniel, che per lei ha appena lasciato moglie e figli. Tutto è perfetto, al diavolo quella bottiglia di vino… Valeria esce a comprarlo con il suo grazioso cagnolino. E’ in macchina, ferma al semaforo. Un tocco di rossetto. Scatta il verde, Valeria riparte, ma si scontrerà di lì a un metro con un’altra macchina, la cui folle corsa seguivamo già da un po’. La bella Valeria finirà inchiodata su una sedia a rotelle e senza una gamba. Tutto per una bottiglia di vino? O perché qualcuno, dall’alto, semplicemente non ha saputo trovare una scusa migliore per farla uscire di casa proprio in quell’istante preciso? Così doveva essere e così è stato...
Perché Tomas e Tereza (“L’insostenibile leggerezza dell’essere”, 1988, Philip Kaufman) muoiono non appena riescono a risolvere i problemi che fino a quel momento avevano tormentato il loro matrimonio? Ritirati in una casetta di legno, in un boschetto, finalmente sereni, a felicità raggiunta, piuttosto che farli abituare a questa gioia (che “giustamente” l’abitudine non fa più apprezzare), arriva la morte a spezzare questo equilibrio raggiunto dopo tanto.
Dalla vita ci dobbiamo aspettare di tutto, anche le tristi e ingiuste perdite che bisogna accettare o per lo meno affrontare. Ma non è detto che tutti riescano a cedere alla tentazione della rassegnazione. Marie (“Sotto la sabbia”, 2000, François Ozon) tutte le mattine fa colazione con suo marito Jean. Con lui parla a lungo la sera, appena torna a casa, prima di andare a dormire. Con gli amici parla di Jean al presente, come se fosse ancora vivo. Non valgono a niente (e come potrebbero?!) le parole di conforto degli amici che cercano di farle accettare la morte di suo marito. Lui è comunque ancora con lei. Per lei non è cambiato nulla, ossia, non vuole far cambiare nulla, e quando in obitorio si ritrova davanti a quel cadavere ripescato dal mare, ormai irriconoscibile, una volta ripresasi dall’orrido spettacolo, scoppia in una fragorosa risata: ”Ma questo non è mio marito!!!”. Come dire :”Lasciatemi in pace, a me sta bene così”. Poco dopo la rivedremo sulla spiaggia, all’imbrunire, che corre, ma quasi senza muoversi, verso un’ombra, probabilmente venuta fuori da sotto la sabbia.
Un ottimista, sicuramente, che si nascose dietro questa frase per convincersi di essere lui stesso a decidere dell’andamento della propria vita… della vita… appunto… come dire che “ finché c’è vita c’è speranza”… ma chi decide di mettere fine a questa speranza? Non c’è dubbio, noi no.
"Noi" sta per “noi persone normali”, che non siamo eroi (tragici e non), e che pur di vivere, attaccati come siamo a questa vita, ai nostri mille progetti, ai nostri cari, fino ad un certo punto andiamo consapevolmente incontro al nostro destino, soprattutto se sappiamo che la strada che ci affrettiamo a percorrere è senza ritorno.
No, noi quella strada non la imbocchiamo, a meno che non ci sia qualcuno che decida al posto nostro, e che per noi abbia già disegnato un “percorso” ben stabilito, e inevitabile.
Ma per carità, non paragoniamo il mondo ad un grande teatro e noi a delle marionette, i cui fili vengono tirati da qualcuno più grande di noi, perché anche questo rischierebbe di diventare un discorso (o un alibi) fin troppo comodo, e banale.
Ogni giorno ci troviamo di fronte ad un bivio, anzi, a mille bivi.
Ogni nostro gesto, ogni nostra azione, magari eseguita prima o dopo un’altra, può rappresentare una scelta. Ed ogni scelta condiziona e stravolge irrimediabilmente, in bene o in male, la nostra vita.
Helen Quilley (“ Sliding doors”, 1998, Peter Howitt) sta scendendo in fretta le scale per poter andare a prendere la metropolitana. Riuscirà a prendere il prossimo treno? Si e no. Ossia, il cinema sarà in grado di mostrarci cosa le succederà una volta preso il treno (tornerà a casa prima, troverà James, il ragazzo, “in dolce compagnia”, lo lascerà, si taglierà i capelli -bell’escamotage!-, conoscerà un altro uomo, morirà), e cosa invece le succederà una volta perso (verrà derubata da due borseggiatori, tornerà a casa appena in tempo perché il ragazzo non si faccia scoprire con la sua amante, cambierà lavoro, lascerà comunque quel babbeo di James, cadrà dalle scale, ma vivrà).
Che differenza c’è tra perdere e prendere? La stessa che c’è tra vivere e morire.
E’ la vita di tutti i giorni. Destra o sinistra.
E’ possibile che il decidere di andare a comprare una bottiglia di vino per brindare con il proprio uomo alla propria nuova casa, possa sconvolgere totalmente e irrimediabilmente la vita? (“Amores perros”, 2000, Alejandro Gonzales Inàrritu). Valeria è una top model sulla cresta dell’onda. Finalmente può andare a vivere con il suo Daniel, che per lei ha appena lasciato moglie e figli. Tutto è perfetto, al diavolo quella bottiglia di vino… Valeria esce a comprarlo con il suo grazioso cagnolino. E’ in macchina, ferma al semaforo. Un tocco di rossetto. Scatta il verde, Valeria riparte, ma si scontrerà di lì a un metro con un’altra macchina, la cui folle corsa seguivamo già da un po’. La bella Valeria finirà inchiodata su una sedia a rotelle e senza una gamba. Tutto per una bottiglia di vino? O perché qualcuno, dall’alto, semplicemente non ha saputo trovare una scusa migliore per farla uscire di casa proprio in quell’istante preciso? Così doveva essere e così è stato...
Perché Tomas e Tereza (“L’insostenibile leggerezza dell’essere”, 1988, Philip Kaufman) muoiono non appena riescono a risolvere i problemi che fino a quel momento avevano tormentato il loro matrimonio? Ritirati in una casetta di legno, in un boschetto, finalmente sereni, a felicità raggiunta, piuttosto che farli abituare a questa gioia (che “giustamente” l’abitudine non fa più apprezzare), arriva la morte a spezzare questo equilibrio raggiunto dopo tanto.
Dalla vita ci dobbiamo aspettare di tutto, anche le tristi e ingiuste perdite che bisogna accettare o per lo meno affrontare. Ma non è detto che tutti riescano a cedere alla tentazione della rassegnazione. Marie (“Sotto la sabbia”, 2000, François Ozon) tutte le mattine fa colazione con suo marito Jean. Con lui parla a lungo la sera, appena torna a casa, prima di andare a dormire. Con gli amici parla di Jean al presente, come se fosse ancora vivo. Non valgono a niente (e come potrebbero?!) le parole di conforto degli amici che cercano di farle accettare la morte di suo marito. Lui è comunque ancora con lei. Per lei non è cambiato nulla, ossia, non vuole far cambiare nulla, e quando in obitorio si ritrova davanti a quel cadavere ripescato dal mare, ormai irriconoscibile, una volta ripresasi dall’orrido spettacolo, scoppia in una fragorosa risata: ”Ma questo non è mio marito!!!”. Come dire :”Lasciatemi in pace, a me sta bene così”. Poco dopo la rivedremo sulla spiaggia, all’imbrunire, che corre, ma quasi senza muoversi, verso un’ombra, probabilmente venuta fuori da sotto la sabbia.
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