"Per Lattuada"
La morte di un grande autore del cinema italiano spinge a ripensarne la particolarità dello sguardo che nel caso di Lattuada - architetto, fotografo, cinefilo e sceneggiatore, prima ancora che regista - ha davvero praticato la versatilità e l'eclettismo.
"Selciati di quiete piazzette, case possedute e abbandonate, vecchi muri, collinette cittadine soffocate dalle pietre, uomini per le strade, uomini al lavoro, uomini sospesi alla voce della poesia, uomini vinti e dappertutto, in qualunque condizione, la tesa volontà di vivere e la necessità di amare e di sperare". Poche parole, estratte dall'introduzione a L'occhio quadrato, raccolta di 26 fotografie uscita nel 1941 per le edizioni della rivista Corrente. Sia le foto, sia le parole introduttive sono da attribuire allo sguardo e alla penna di Alberto Lattuada, allora ventisettenne collaboratore della rivista Corrente. La morte di un grande autore del cinema italiano spinge a ripensarne la particolarità dello sguardo, ed è proprio in quella raccolta di fotografie che Lattuada, figura dai molteplici interessi ed attività - architetto, fotografo, cinefilo e sceneggiatore, prima ancora che regista - concentra la spinta originaria del suo sguardo, gli elementi che non smetterà mai di ricercare lungo il corso della sua attività. L'occhio quadrato è una raccolta di scatti urbani e rurali, quadri di uomini e cose, ritagliati e immortalati in momenti della vita quotidiana, all'interno di case, strade, spazi aperti. Nel paesaggio che si apre alle loro spalle convivono insieme il minimalismo della cronaca quotidiana degli eventi e la forza del segno espressivo: muri scrostati che sembrano pitture d'avanguardia, edifici enormi ed abbandonati in cui giocano dei ragazzini piccolissimi, l'esterno di una casa contornata dagli oggetti semplici della vita quotidiana, ma carichi di senso e di vissuto. La composizione è attenta, non casuale. La cura quasi ossessiva del dettaglio rivela la ricerca di un realismo che è sempre espressione, costruzione radicale del mondo in immagine. Ecco allora disvelarsi all'improvviso il filo comune che lega l'attività di Lattuada nel cinema, la compresenza di un reale enigmatico, drammatico e problematico che si svela attraverso una ricerca espressiva che tocca i moduli narrativi e di costruzione dell'immagine cinematografica. 
La ricerca formale parallela alla ricerca del reale: è questa la strada che Lattuada perseguirà nel corso degli anni, sia come sceneggiatore che come regista, sin dalla sua opera d'esordio, Giacomo l'idealista (1943), la cui eleganza formale si sviluppa in una personale rilettura dei generi all'interno della matrice neorealista - come nella visione del noir ne Il bandito (1947) o in Senza pietà (1948) - o, ancora nelle opere più impegnate, inserite nella tradizione narrativa letteraria, come Il mulino del Po (1949) da Bacchelli o Il cappotto (1952) da Gogol'. Le forme dello spettacolo popolare diventano in Lattuada (e nel giovane Fellini, in questo caso co-regista, uno spazio ulteriore di sperimentazione delle forme e di svelamento di un reale sempre meno visibile e sempre più drammatico, come insegnerà la lezione di Luci del varietà del 1951). Gli anni sessanta sono anni di attraversamento delle tendenze del cinema italiano come la commedia e il giallo, ma sempre all'interno di una propria e personale concezione raffinata del cinema (si pensi alla geometrica composizione de Il mafioso o de L'imprevisto, o alla forma-commedia personalissima di Don Giovanni in Sicilia).
La ricerca di Lattuada si svilupperà ancora negli anni settanta e ottanta, tra cinema e televisione, ancorandosi ancora di più a quel pessimismo del reale che già faceva mostra di sé in Luci del Varietà. Il pessimismo della ragione diventa lucidità estrema della composizione estetica, pur mascherata da uno stile leggero: sono le opere gelide e appassionate insieme che Lattuada relaizzerà in quegli anni: Venga a prendere il caffè da noi (1970), Sono stato io (1973) e le farò da padre (1974). Il progetto neorealista si è definitivamente esaurito e Lattuada ne diventa uno dei più lucidi testimoni, pur sviluppando ancora un proprio progetto di cinema di intrattenimento e qualità, questa volta destinato alla televisione (il Cristoforo Colombo prodotto per la RAI nel 1985). Con la morte di questo protagonista di più fasi della storia del cinema italiano se ne va uno sguardo che ha rappresentato un percorso trasversale ma non solitario, capace di immergersi nelle tematiche e nelle forme del cinema per testimoniarne la vitalità o l'esaurimento, mostrando ancora una volta la complessità estetica del neorealismo e l'inutilità dei suoi clichè più logori e retrivi.
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E' veramente avvilente che "Fraulein Doktor" sia una pellicola ancora priva del
DVD che assolutamente merita. Se cio' non e' vero chiedo scusa. C.P.
Inviato da Pagliarini Claudio il 25/10/2010
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