Robert Luketic e la materia sognante del cinema
Luketic guarda il reale affascinandolo con la materia sognante del cinema; un cinema in cui ogni gesto è il segno di un sogno "eccentrico" capace di trasportare continuamente l'anima al di fuori del centro di gravità del suo movimento; un cinema trasparente nel suo creare, quasi per gemmazione, il gioco delle immagini.

"Nulla vieta di credere che i discorsi che ora facciamo siano tenuti in sogno; e quando in sogno crediamo di raccontare un sogno, la somiglianza delle sensazioni nel sogno e nella veglia è addirittura meravigliosa".
(Platone)
La vita che si avvolge intorno allo sguardo è fragile e precaria, in essa le cose accadono e insieme cadono nel loro riflettersi nello scorrere del tempo, nel suo continuo passare. E' come sporgersi da una finestra, dalla quale si incrociano gesti, sguardi e sorrisi, movimenti che scorrono davanti allo sguardo, prima di perdersi nella traccia evanescente del ricordo. Istanti visti, vissuti, di ciò che con "discrezione" visita continuamente la nostra vita, alimentando il nostro desiderio che siano sempre presenti, mentre si perdono in lontananza, per non fare (forse...) più ritorno, ma restando pur sempre con noi. Dunque, da una parte la vita come offerta inesauribile di un flusso di possibili occasioni, di sorprese percettive, che fanno della (im)mobilità del nostro essere "spettatori" un'incantata estasi, dall'altra il cinema, che, nella sua essenza, cerca di (in)seguirne, col suo movimento, il continuo divenire. Tutto fugge, è già fuggito nel momento stesso in cui se ne scrive, in quel fascio di luce pulviscolare che alimenta il "fuori campo" dei ricordi, e attraverso cui si ripassa, sfocando tutto il resto, come nell'opaca sovrimpressione di un nostro guardare attraverso un vetro. Meravigliosa inutilità del ricordo nel suo essere un memoriale di sogno che incrocia il reale che avremmo voluto per noi come viva presenza. Ancora il cinema, le cui ombre velano il nostro sguardo virginale alla luce dell'attesa che il mondo si (ri)apra nuovo dentro i nostri animi "sognanti" o in uno sguardo che avesse saputo vegliarne l'atteso ritorno. E' proprio questo rapporto di scambio, tra realtà e sogno, a costituire il fascino sotteso del cinema di Robert Luketic, una ambivalenza che percorre le volute dedaliche di un incanto ricco di spazi possibili per l'evasione. Luketic guarda il reale affascinandolo con la materia sognante del cinema; un cinema in cui ogni gesto è il segno di un sogno eccentrico capace di trasportare continuamente l'anima al di fuori del centro di gravità del suo movimento; un cinema trasparente nel suo creare, quasi per gemmazione, il gioco delle immagini, cos'altro esprimeva la sequenza iniziale di Appuntamento da sogno con la giovane Rosalee/Kate Bosworth in veste di spettatrice di quel mondo dei sogni che di lì a poco ne avrebbe affabulato la vita? La leggerezza con la quale la macchina da presa di Luketic catturava il batticuore dei corpi, nella loro "intensione" ad eccedersi, e, con essi, l'inquietudine di uno sguardo vigile, si incarnavano nell'attesa della presenza del corpo dell'altro, affinché la vita, il sogno e il cinema potessero tornare ad esistere là dove sono spinti dall'amore, dalla nostalgia e dalla felicità. Uno sguardo sognante, eppur vigile, con cui Luketic ha saputo declinare il suo cinema, sempre in vista di una riappropriazione concreta dei corpi, in immagine che, nella loro sognante illusione, potessero contenerne la parusia.

Il giovane Robert Luketic, nato a Sydney, Australia, nel 1973, da madre italiana e padre bosniaco, si è formato all'inizio degli anni novanta in una delle più prestigiose scuole di cinema australiane, il Victoria College of Arts School of Film and Television. Nel 1996 ha realizzato il suo primo cortometraggio, dal titolo Titsiana Booberini, una variazione sul classico tema del brutto anatroccolo e sulla ricerca della felicità. In esso la protagonista, una commessa del reparto cosmetici di un supermarket, assurge a metonimia del suo cinema successivo, attraverso un percorso di liberazione in cui si manifesta la possibilità di poter essere altro nel desiderio, grazie al quale la "maschera" sognante si fa "persona" nello spazio (il)limitato del suo esporsi in un plan che è l'espressione del linguaggio rivelante del cinema. Basti pensare al mondo acceso e colorato di Elle/Reese Witherspoon in contrapposizione all'attenuazione cromatica dell'Università di Havard ne La rivincita delle bionde, quella di Elle era una tonalità affettiva che spingeva il suo corpo fuori del proprio contesto, senza esiliarlo da esso. Insomma il rapporto di connessione tra sogno e veglia, tra esistere ed essere, nel cinema di Luketic deriva dal fatto che l'esistenza o l'idea dell'uno si trova contenuta nell'esistenza o nell'idea dell'altro. Ecco perché lo sguardo di Luketic, nei suoi lavori (La rivincita delle bionde del 2002 e Appuntamento da sogno del 2004), è anche uno sguardo sul cinema (classico), da Blake Edwards a Stanley Donen, in cui il "delicato inganno" delle immagini in movimento si bagnano nell'emozione della vita, in un gioco dolcissimo che coinvolge invenzione e sentimento. Fino ad ora, come anche nel suo ultimo lavoro, Quel mostro di suocera, il suo cinema si è svolto intorno a questo desiderio/sogno che permette di ritornare al mondo, mettendo completamente in gioco la propria vita e accettandone la fragilità e la precarietà: "... E tu ancora / chiuso nella tua stanza, inventa l'erba / facile delle parole - fai un'acerba / serra di delicato inganno, all'ora / che opprimendoti viva a un tratto serba / per te il lamento che il petto ti esplora" (G. Caproni).
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