Lo sguardo obliquo di Geneviève Mersch
Al Santena Corto Film Festival, tenutosi dal 30 settembre al 2 ottobre, nella sezione "Europa Europa" compare una piccola perla, riflesso di una fonte più grande; si tratta del cortometraggio "Verrouillage Central" (2000), per la regia di Geneviève Mersch. Ecco il 'dietro le quinte' di un'autrice di cui si parla troppo poco.

La parabola di Genevieve Mersch assomiglia a quella di un meteorite che si avvicina vertiginosamente alla terra ma, poiché devia alla fine senza colpirla, passa inosservato ai più. Il suo cinema è così, deflagra in silenzio. Lei, nata a Lussemburgo il 17 gennaio 1963, studia pubblicità a Strasburgo e cinema/television all'Institut des Arts de Diffusion a Louvain-la-Neuve, ottiene la laurea in Réalisation Cinéma/Télévision, esordisce nel 1987 con il documentario Mama boit, Papa boxe, e da allora è autrice di cortometraggi e documentari segnalati e premiati nei festival di tutto il mondo, tra cui Montreal, Oberhausen, Torino Film Festival, Creteil, Pasadena, Venezia, Santena, fino al primo lungometraggio, prodotto nel 2003 in co-produzione con il Belgio, dal titolo "J'ai toujours voulu être une sainte".
Naturalmente qui è impossibile riassumere in maniera esaustiva tutta la produzione della Mersch, mi limiterò quindi a citare un titolo per ogni genere affrontato lungometraggio, cortometraggio e documentario.

Riguardo al lungometraggio, una scena, la prima: la protagonista Norah, bambina, cammina in una stradina di ciottolato tenendo le dita incrociate per evitare che il suo eroe, il pilota di Formula 1 Nico Marcuse (nome fittizio, il modello è Ayrton Senna) muoia, ma incrocia un cane, e le dita si sciolgono per accarezzarlo. L'uomo muore e lei ne porterà il senso di colpa per tutta la vita. Aldilà dell'angoscia, magicamente palpabile, c'è la peculiarità della sofferenza, tipica dell'infanzia, che non solo non è un'età rose e fiori ma non è neanche sempre vessata dal mondo adulto, perché i bambini la violenza spesso se la fanno da soli, nei modi più sottili e impensabili. Questo sguardo è il cinema della Mersch, uno sguardo obliquo, che sceglie di affrontare un tema, l'infanzia o l'adolescenza che sia, cancellando i cliché e immergendoci nel mondo originale dell'individuo singolo. Tutta la sua opera è percorsa da questo filo rosso che la stringe e la inclina in direzione dell'uomo piuttosto che in quella delle categorie. Verrouillage central, riproposto domenica 2 ottobre al festival di Santena nella sezione 'Europa Europa', è una rivisitazione del tema del 'principe azzurro' in chiave surreale e nello stesso tempo 'carnale'. La tartaruga che si anima e parla con la single alla ricerca di un uomo diventa l'amore come ricerca del corpo, e la moltiplicazione dei principi azzurri, fino al paradosso finale, la casa invasa dai bei fusti che la ragazza non vuole, diventa il paradosso di quest'amore. Infine, last but not least, Le pont rouge, documentario presentato al Torino Film Festival l'anno scorso e già vincitore di numerosi premi europei, dove, con uno stile di una semplicità quasi scabrosa l'autrice mette a nudo le contraddizioni di un paese, il Lussemburgo, che dietro la patina dorata di un benessere economico nasconde angoli bui di disperazione. Meditazione sul suicidio e fotografia di un quartiere, il Pfaffenthal, che giace sotto l'enorme costruzione del Ponte rosso, costruito per collegare la città vecchia alla parte nuova, quella delle istituzioni europee. Al Pffaffenthal ci sono case, famiglie, bambini, un quartiere tranquillo che si ritrova, una volta che gli si costruisce il ponte 'sulla testa' ad avere a che fare con i corpi in picchiata dei suicidi che si buttano di sotto. Una meditazione sull'ostinazione. L'ostinazione degli abitanti del quartiere che non vogliono andarsene dalle loro case, l'ostinazione di chi vuole morire a tutti i costi, infischiandosene di chi sta sotto, e l'ostinazione di uno Stato che di sotto invece, non ci guarda mai.
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