"Crazy nigger": il talento comico di Richard Pryor

La presenza di Pryor nel cinema degli anni '70 e '80 fu caratterizzata dalla capacità di innovare la comicità trasportandola su un terreno di confronto razziale, per questo lo si può considerare un caposcuola. Ha sempre utilizzato l'ironia per sbarazzarsi di tanta retorica nera, pur non trascurando mai le tensioni razziali.

Ci sono alcuni volti che accompagnano discretamente il piacere della visione, maschere che appartengono ad attori che sono qualcosa di più dei caratteristi e che assurgono a ruolo di protagonisti per il loro carisma espressivo. Richard Pryor faceva parte di questi volti, per l'appunto discreti ma presenti in tutto quel cinema che navigava tra la commedia colta e il B movie, in quel cinema autenticamente popolare diretto erede dell'impegno civile degli anni '60 e '70. La presenza di Pryor in questo cinema fu caratterizzata dalla capacità di innovare la comicità trasportandola su un terreno di confronto razziale. Questa forma espressiva che si manifestò da subito facendo di Pryor un caposcuola, un talento comico capace di affermare la propria presenza non soltanto attraverso le sue insidiose battute, ma anche con una non comune capacità mimica, che evidenziando le sue qualità attoriali, marcava nella memoria dello spettatore il suo volto che si distingueva da un generico anonimato. Non era stata una vita facile la sua. Nato e cresciuto in un bordello dell'Illinois gestito dalla madre, aveva presto manifestato interesse per il mondo dello spettacolo e le sue prime apparizioni risalgono alla fine degli anni '60. La prima accreditata è quella in The busy body (Corpi affaccendati) di William Castle nel 1967 accanto a Robert Ryan e Anne Baxter. Ben presto però si rivolge alla commedia, portando e affermando la propria anima di nero. Aiutato da chi aveva con non poca fatica imposto allo star system le proprie capacità e il proprio nome, Sidney Poitier su tutti. Pryor, con l'uscita di scena, almeno dal punto di vista interpretativo, di Poitier conquista un proprio posto nel cuore del pubblico, soprattutto nelle commedie che interpreta con Gene Wilder di cui costituì una fedele spalla in un cinema che riaffermava, quasi in sordina, ma con toni ed echi molto marcati, la "fredda" comicità ebraica di Gene Wilder e l'irriverenza "nera" di Pryor. Un cinema che si nutriva proprio di questi elementi e che scavava, nel fondo di un genere per ricercare nuove melodie visive che rimpiazzassero l'austerità "razziale" della generazione precedente con i toni spregiudicati e impietosi della commedia. Nel 1980 proprio Poitier firma la regia di un film che vede come protagonisti proprio Wilder e Pryor, Stir crazy (Nessuno ci può fermare) che se non rappresenta un capolavoro afferma la strana coppia di comici che aveva esordito nel 1976 in Silver Steak (Wagon lits con omicidi) del geniale Artur Hiller, un film che, nel rifare il verso a Hitchcock, conferma le potenzialità espressive della inusuale comicità della coppia. La mimica di Pryor e le innate doti comiche, che gli consentono di sbarazzarsi di tanta retorica nera per giocare, a proprio modo, con il termine "negro" tanto da farlo diventare un proprio cavallo di battaglia,, cattura l'interesse degli attori della nuova generazione. Tutta una schiera di comici che oggi chiamiamo della generazione di mezzo: Robin Williams, David Letterman o Chris Rock e lo stesso Eddie Murphy, che per discendenza è forse l'erede più diretto, seguono le orme proprio di Pryor e della sua rocambolesca verve comica. Una comicità a volte dolorosa, come può trovarsi anche in certi accenti di Williams e sempre informata di quei toni sottilmente politici solo per ricordarci e ricordare a se stesso del colore della sua pelle.

L'incrocio tra le tensioni razziali, la rabbia e l'arma dell'ironia fanno di Pryor un protagonista del cinema degli anni '70, che, pur lavorando all'interno dello star system, conquista una propria immagine collocabile al di fuori di qualsiasi divismo di parata. È l'effetto dell'influenza che gli stimoli, provenienti dall'epopea della blaxploitation, avevano sul mercato commerciale. In questo clima, tra forti spinte sociali mai, neppure oggi, ancora sedate (Spike Lee ne testimonia la fondatezza), e voglia di uscire dai confini di una cinematografia che rispondeva solo a logiche autoreferienziali, emergeva il talento di Poitier e di altri nomi (Davis, Schultz, Ritt) che lavorando sulle tematiche "nere" si segnalavano all'attenzione di un pubblico più vasto, avendo ormai il cinema, anche più commerciale, conquistato larghe fette di spettatori neri. In questa trasformazione lenta, ma tangibile trovava spazio il talento di Pryor. In quegli anni, le sue apparizioni non limitate al cinema, hanno funzionato da trait d'union tra l'establishment e il ghetto o comunque le istanze del pubblico nero. In questo senso l'attore ha aperto la strada al divismo afroamericano di Eddie Murphy o alla rabbia autoriale e controllata di Spike Lee. Proprio per questo Pryor rappresenta una parte importante di quel salto da una produzione di stretta ambientazione "nera" ad un cinema in cui la commistione dei temi e delle riflessioni riesce a superare le barriere etniche o più radicalmente razziali. Non a caso ciò avviene con la commedia, genere di largo impatto e di serissime intenzioni, e lo scorrere della filmografia di Pryor ci conferma che il suo fu un impegno continuo svolto con alcuni tra i migliori registi in circolazione. Il paradosso di Pryor sta forse nell'ambivalenza tra le istanze che comunque rappresentava e che gli erano riconosciute e l'apparente rovesciamento di questi elementi nei ruoli che rivestiva. La sua maschera ci appare sempre mite e dimessa e il suo stare sul set, anche in quei film che lo vedono protagonista (Brewster's Millions, 1984), sempre quasi defilato e mai invadente pur rimanendo la sua maschera spiritata e il suo sguardo mite e impresso nella mente. Eppure il suo nomignolo era "crazy nigger" che ne affermava la sregolatezza e il conseguente fascino. Proprio queste caratteristiche ne fecero un attore ben pagato, ma anche un uomo alle prese con i problemi di un'esistenza non semplice tra droghe e alcol e infine la malattia lunga e definitiva che lo aveva allontanato dagli schermi, ma non dalla nostra memoria.

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