Mimmo Rotella: capo tribù senza tribù...

"Durante l'infanzia i cieli grigi, i volti, le strade, la polvere, i sentimenti, tutte le immense cose grigie del Sud mi sollecitavano, per rabbia, a inventare i colori e a incollarli su certi spazi stretti della fantasia". Omaggio a Mimmo Rotella, tra le figure culturali più importanti del Secondo Novecento.

Se, in apparenza il gesto di stracciare la carta colorata e costruire i frammenti, può richiamare  genericamente qualche umore ancora dadaista, ciò che realizzava Mimmo Rotella era una creazione isolata e definitoria di intelligenza pittorica. Capo tribù senza tribù, il genio di Rotella sentiva l'esigenza di ristabilire, pur all'interno di una convulsa gesticolazione di frammenti, cioè nel cuore stesso di quella lingua stracciata, un'iconografia per quanto possibile intatta. Anche come reazione all'astrattismo accademico. È sempre l'occhio dell'artista a spaziare profili e colori determinando loro il destino secondo una vera e propria orchestrazione di tutte le singole voci dello spazio, come sul filo dell'imprevedibilità e del caso. Parole e volti, lettere e figure, sembrano affacciarsi e farsi largo dal fondo inarticolato che le conteneva, come in un atto di appropriazione e di nuova gestazione del linguaggio visivo. Rotella, pur partendo da un punto prossimo a Burri (fino a marzo c'è una mostra alle Scuderie Papali di Roma), cioè assumendo in origine l'oggetto esistenzialmente e matericamente, vi abbinava l'operazione dada della scelta, cioè il suggerimento di un nuovo pensiero: tutto è reso possibile anche dal fatto che l'oggetto si trasforma in un dato oggettivo di immagine, di figura. L'immagine-oggetto, mentre sussiste come documento testuale, si innerva di "nuovi pensieri", al di là delle sue povere incidenze iconologiche. L'arte, per Rotella, esce dal genere e si estende oltre il quadro, al gesto, al comportamento, allo spettacolo. Rotella ha provocato una rivoluzione del significato, "anticipando" la Factory di Warhol: i suoi "décolages" sembrano riavvicinare l'idea e la forma, attraverso una gaia mescolanza di toni, di sensi, che si fondono nel nostro occhio e meglio nella nostra mente.  

Talvolta il nostro sguardo non va oltre al riconoscimento di una macchia, e tutto il resto ci sembra un miscuglio di forme sconnesse. Possiamo sapere cosa sono, pur non vedendole. Rotella ha esplorato un nuovo concetto di spazio pittorico o meglio di spazio visuale, diverso da quello naturalistico e prospettico e da quello cubista o da quello dell'astrattismo geometrico. Il suo era uno spazio non terreno, del silenzio e delle profondità, emanato direttamente dal colore. Ricordava l'artista: "Durante l'infanzia i cieli grigi, i volti, le strade, la polvere, i sentimenti, tutte le immense cose grigie del Sud mi sollecitavano, per rabbia, a inventare i colori e a incollarli su certi spazi stretti della fantasia". Rotella, calabrese di nascita, guardava al "muro" proiettando strappi, strati esistenziali che rievocavano la poetica della materia in un'epoca che si affannava (oggi poco è cambiato) a strozzare e assassinare con tutti i mezzi la vita dell'immaginazione e le sue solennità. Strappare i manifesti dai muri era la sola compensazione, l'unico modo di protestare contro una società che ha perduto il gusto del cambiamento e delle trasformazioni favolose. Quello di Rotella non era un collage, quanto piuttosto il suo contrario: i manifesti strappati dal muro erano riportati direttamente sulla tela e, una volta incollati sul supporto, di nuovo lacerati in un superbo, strafottente gesto d'aggressione che non troverà mai pace.     

 

L'ora della lucertola, il documentario di Mimmo Calopresti su Mimmo Rotella

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