Quella sottile inquietudine: Jake Gyllenhaal
Si è fatto conoscere con "Donnie Darko". Si è affermato con "I segreti di Brokeback Mountain", dopo averci rubato l'anima con "Moonlinght Mile". Jake Gyllenhaal: un fondo d'inquietudine e fragilità dietro la maschera da bravo ragazzo.

Ci sono delle esistenze che sembrano predestinate. Facciamo il caso di un ragazzo che nasce a Los Angeles, un ragazzo che è figlio di un regista e di una sceneggiatrice e che, per di più, ha una sorella che decide di intraprendere la carriera cinematografica. Che cosa potrebbe mai fare nella vita questo ragazzo? Lavorare nel cinema, molto probabilmente. E' un destino di sangue, una sottile linea rossa, che non lascia scampo. Ma diamo un nome al ragazzo: Jake. Aggiungiamo il cognome del padre: Gyllenhaal. Jake Gyllenhaal...Già, è proprio di lui che stiamo parlando. Nato a Los Angeles, il 19 dicembre del 1980, Jacob Gyllenhaal è figlio di Stephen Gyllenhaal, regista di film non proprio memorabili, ma non da sottovalutare: Ore 13: dopo il massacro, la caccia (1985), La promessa di un miracolo (1988), Il cuore nero di Paris Trout (1991), con Tennis Hopper e Barbara Hershey, Lontano da Isaiah (1995), I piantasoldi. La madre, Naomi Foner, è sceneggiatrice: scrive Vivere in fuga (1988), film girato di Sidney Lumet e collabora con il marito per la stesura di Una donna pericolosa (1993) e Lontano da Isaiah. Si respira Hollywood in casa Gyllenhaal, ma l'ambiente lavorativo in cui si esprimono Stephen e Naomi è più quello delle piccole produzioni, dei film a low budget. Un contesto che assomiglia più a quello del cinema indipendente. Se si considera, poi, che la giovane sorella Maggie (nata nel 1977) si afferma nel panorama internazionale nel 2002 con Secretary di Steven Shainberg, film vincitore del Sundance Film Festival, il quadro è completo. Ma va detto che, tra i figli di casa Gyllenhaal, è Jake a esordire per primo sul grande schermo: ancora bambino, appare in Scappo dalla città - La vita, l'amore e le vacche (1991) di Ron Underwood. A seguire, prende parte ad un film del padre (Una donna pericolosa), per poi recitare da protagonista in Cielo d'ottobre di Joe Johnston (1999) e Bubble boy (2001) di Blair Hayes. Ma il vero trampolino di lancio è Donnie Darko, il film-caso di Richard Kelly, uscito negli USA alla fine del 2001, ma diventato col tempo un vero e proprio cult internazionale, sino ad approdare in Italia alla fine del 2004. Si può discutere sull'effettivo valore del film, ma non si può negare il fascino del protagonista, Donnie Darko. All'apparenza un pazzo schizofrenico, Donnie in fondo si rivela un adolescente fragile, complesso e problematico, ma capace di esprimere un'ansia di conoscenza e amore, che gli altri sembrano aver perduto. Nella sua interpretazione Gyllenhaal (peraltro qui a fianco della sorella Maggie) riesce a conferire al personaggio tratti di reali inquietudine, senza però mai accedere, senza mai andare al fuori dalle righe: la sua maschera oscilla tra l'orrore e la tenerezza. Il film di Kelly lancia Jake nello star system.

Arriva l'occasione di misurarsi con due mostri sacri: Dustin Hoffman e Susan Sarandon. I tre interpretano Moonlight Mile di Brad Sberling. Il film è una scommessa: seppur la storia è stupenda, il rischio è quello di scivolare nel baratro del patetico. Ma nessuno fallisce: Gyllenhaal riesce a conferire al suo personaggio Joe la stessa sottile ambiguità di Donnie Darko. Se lì si oscillava tra pazzia e tenerezza, qui si esprime una sorta di dolore trattenuto, come se inquietudini e sensi di colpa covassero al di sotto di una patina di calma forzata. Ecco: il dolore non ha bisogno delle parole per esprimersi, si esprime negli sguardi, nei gesti, nelle azioni. Jake dimostra di saperlo fare. A questo punto, la porta per il successo è aperta. Arriva l'appuntamento con il blockbuster, The Day After Tomorrow di Roland Emmerich e, poi, un altro successo internazionale, Brokeback Mountain, il film di Ang Lee, Leone d'oro a Venezia 2005. Anche qui va detto che più che il film in sé a convincere sono gli attori: Heath Ledger (Ennis Del Mar) e Jake Gyllenhaal (Jack Twist) sono due cowboy che si conoscono un'estate e, tra mille difficoltà, si ameranno per vent'anni. Se forse il personaggio di Ledger, nella sua lenta e solitaria deriva, è forse più riuscito, Gyllenhaal si dimostra nuovamente capace di calarsi nei panni di personaggi fragili, sognatori e romantici, inquieti e disperati. Twist non è meno virile di Del Mar: è semplicemente meno forte, forse più sincero, ma incapace di controllare le sue passioni. Sempre a Venezia Gyllenhaal è apparso in Proof di John Madden, al fianco di Gwyneth Paltrow e Anthony Hopkins. Ora siamo in attesa di vederlo in Jarhead, l'ultimo film di Sam Mendes sulla guerra in Iraq e in Zodiac di David Fincher, due film che sicuramente aggiungeranno ulteriori sfumature alla sua personalità d'attore. Di certo è che nel panorama odierno, la figura di Jake Gyllenhaal sembra avere un originalità insolita. Non certo il tipo da action-movie, più a suo agio nelle piccoli produzioni che nei grandi kolossal, non può neppure classificarsi come il ragazzo irrequieto e maledetto alla James Dean. Un fondo d'inquietudine e infelicità dietro la maschera da bravo ragazzo, come un mare che è calmo in superficie, ma che in profondità nasconde vortici tempestosi. E' difficile fare paragoni. Forse si può fare solo il nome di Montgomery Clift, con i suoi personaggi vulnerabili e tormentati, deboli e affascinanti. Ma si sa che i paragoni lasciano il tempo che trovano...
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