Alida Valli, la regina dei due continenti

Nella recitazione di Alida Valli, scomparsa all'età di ottantacinque anni, danzavano melodramma e passione, incarnati da un corpo divorato dal dubbio e da un senso di colpa di rara intensità drammaturgica.

Si è spenta a Roma una delle ultime dive del cinema italiano. Alida Valli era nata a Pola in Istria, terra di confine, il 31 maggio del 1921. Di origini aristocratiche, il suo vero nome era Baronessa Alida Maria Antelberger von Marckenstein Freuenberg. Lo pseudonimo Valli, narrano le cronache, fu aggiunto nel 1936 in occasione del suo secondo film (Il feroce saladino) e scelto a caso nell'elenco delle pagine telefoniche. Una carriera cinematografica durata oltre sessant'anni, iniziata nel 1936 con il film I due sergenti e terminata nel 1999 con Il dolce rumore della vita, 115 film alle spalle che ne fanno una delle attrici più prolifiche della storia della cinematografia mondiale. Una carriera che però non si è fermata solo nei confini cinematografici, ma che si è spinta oltre, fino ad approdare nelle lande impervie e per Alida non fortunate, del teatro. Nel 1956 infatti con Tino Buazzelli e Raoul Grassilli fonda una compagnia, con la quale interpreta una serie di pièce tra cui il testo pirandelliano, L'uomo, la bestia e la virtù, La casa di Rosmer di Ibsen e Gli Innocenti di William Archibald. Ma quando nel 1958 decide di interpretare, in America ed in inglese, l'Enrico IV di Pirandello, a fianco di Burgess Meredith, non riscuote il successo sperato.

Alida esordisce nel 1936 con I due sergenti diretto da Enrico Guazzoni feuilleton pieno di colpi di scena dove la giovane attrice interpreta la parte di una commessa. Ma è con due titoli -  L'ha fatto una signora e Mille lire al mese -  del periodo cinematografico cosiddetto dei "telefoni bianchi", commedie dal taglio sofisticato e brillante, che Alida raggiunge la prima notorietà. Due lungometraggi diretti rispettivamente da Mario Mattoli e Max Neufeld, che raccontano di un'Italia ancora ingenua e non devastata dai colpi del fascismo e dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale che ispireranno il neorealismo di Rossellini e De Sica. In questi primi film dal carattere splendidamente innocente e positivo, la Valli si ritaglia un ruolo adatto al contesto filmico: ingenuamente solare e ridente.

Dopo la prima esperienza del cinema di commedia, Alida, nel 1941, accetta la sfida di interpretare un ruolo drammatico nel film di Mario Soldati, Piccolo Mondo Antico, vestendo i panni della sfortunata moglie di un aristocratico durante l'occupazione austriaca della Lombardia. Il film fu uno straordinario successo e la Valli ottenne al Festival di Venezia il premio come miglior attrice dell'anno. Colpì la sua trasformazione da ragazzina allegra dei primi film in moglie schiva e sofferente. Alida è come racchiudesse nella disperazione del suo volto tutta la sofferenza di un popolo costretto a piegarsi all'oppressore. Nel 1947 la Valli si trasferisce ad Hollywood; la scelta si rivelerà azzeccata perché interpretando un film di Alfred Hitchcock, Il caso Paradine, Alida diventa una star internazionale apprezzata in tutto il mondo. Nel thriller giudiziario del maestro del brivido, veste i panni di Maddalena, vedova accusata di aver assassinato il marito e difesa da un avvocato (Gregory Peck) che innamorandosi di lei sfascia la sua famiglia e distrugge la propria carriera. Un'altra trasformazione per la bella istriana: non più solare e felice, né sposa sfortunata, ma vedova e femme fatale dagli occhi di ghiaccio e dalla personalità ambigua. Hitch, per rafforzare la glacialità e la bellezza di Alida, la riprende con la mdp esclusivamente a mezzo busto: una sorta di statua che riesce ad amplificare il brivido dell'ambiguità che contraddistingue la sua scelta interpretativa in questa pellicola. Nel 1949 un'altra parte da "cattiva ragazza" contribuisce ad aumentare la popolarità della Valli: Il terzo uomo, diretto da Carol Reed, titolo ormai leggendario, con un indimenticabile finale non riconciliante che la vede protagonista insieme a Joseph Cotten.

Dopo l'esperienza americana, Alida torna in patria; ad attenderla c'è un certo Luchino Visconti che la vuole al fianco di Massimo Girotti in Senso. Le doti drammatiche della Valli all'interno di un contesto storico altamente tragico trovano fonte di grande ispirazione.

L'idea di "realismo storico" messa in scena da Visconti, trova in Alida splendida interprete, ribelle e passionale, sensuale e generosa.

Melodramma e passione sono incarnati nel volto e nel corpo dell'attrice, che dà vita ad una figura divorata dal dubbio e dal senso di colpa di rara intensità drammaturgica. Tale intensità risulta amplificata dalla regia di Visconti, che filma il susseguirsi degli eventi con gelido distacco.

La carriera dell'attrice prosegue a vele spiegate. Altri grandi registi la vogliono interprete delle loro pellicole: da Antognoni (Il grido) a Bertolucci (La strategia del ragno, Novecento), passando per Pasolini (Edipo Re). Film per certi versi scomodi, dove Alida si mette continuamente in gioco dimenticandosi di essere diva e mettendosi a disposizione dei registi che la "plasmano" a seconda delle loro scelte stilistiche. Ma Alida è interprete instancabile e dall'animo sensibilmente inquieto; valica così i confini nazionali e approda in Francia alla corte di grandi registi come Chabrol - uno dei padri fondatori della Novelle Vague -  che la dirige in Ophelia, liberamente ispirato all'Amleto di Shakespeare.

Una carriera quella della Valli che ha attraversato gran parte della storia del cinema italiano ed internazionale. Attrice instancabile e curiosamente aperta a nuove esperienze recitative. Il set per lei è stato una sorta di laboratorio in continua evoluzione: così si spiega la scelta di recitare in Suspiria ed Inferno di Dario Argento. L'horror sofisticato e barocco di Argento esalta le camaleontiche doti dell'attrice, che riesce sempre con efficacia a "sacrificare" il suo volto ed a piegarlo e plasmarlo a seconda del contesto visivo-narrativo in cui si trova a dover agire. Attrice generosa dunque, di un'aristocratica generosità mai messa in evidenza, solo accennata, ma che è riuscita ad entrare prepotentemente nell'immaginario collettivo di ogni appassionato cinefilo, sufficiente a farla entrare di diritto nella schiera degli interpreti immortali che hanno caratterizzato la storia dei primi cento anni del (nostro) cinema. Riconoscimento che è stato ufficializzato - con imbarazzante ritardo - nel 1997 con un Leone d'Oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia.                                 

 

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