Napoli solo andata... il lungo viaggio di Mario Merola
Era il custode, magnanimo e comprensivo, di quella napoletanità, che sapeva amalgamare in un unico accorato sguardo il calore della musica, gli istinti viscerali e un amore incondizionato per una città

Il Re della canzone napoletana, l'icona delle sceneggiata all'ombra del Vesuvio, il cantore della Napoli, accorata e melodrammatica, si è spento domenica sera all'Ospedale S.Leonardo di Castellammare. Mario Merola avrebbe compiuto settantatre anni il prossimo anno, era nato il 6 aprile del 1934 nella città che in queste ultime ore si sta vestendo a lutto per celebrarne i funerali. Un dolore generale e popolare ha avvolto i rioni e vicoli della sua Napoli, un fiume di lacrime che ha unito la sua gente, i suoi tanti figliocci artistici, le istituzioni accorse al suo capezzale. Una città che negli stessi momenti vive il periodo forse più difficile della sua storia recente, percorsa da una guerra di camorra che ne insanguina ogni giorno i marciapiedi, portandosi via gli ultimi scampoli della sua immagine da cartolina. Il ventre urbano che respira ogni giorno pianti e sangue è stato bruscamente colpito, strattonato una sera domenicale dalla notizia della morte del suo capofamiglia. O' zappatore, can nun sa scorda a' mamma l' ha abbandonata a se stessa, lasciandola indifesa. La vita di Mario Merola ha le stesse stigmate delle tante storie interpretate sul grande schermo: l'uomo, con il tabarro da contadino, nato povero, scaricatore in giovane età che trova la sua strada con la voce, le canzoni, e le sceneggiate. Quel volto duro, coraggioso, che sapeva trasformasi in una maschera di sofferenza e dolore, quando le note si facevano sentimentali e strappalacrime, laceranti lamenti contro le avversità della vita e del destino. I suoi cavalli di battaglia, ormai patrimonio consolidato di un classicismo divenuto in questi ultimi anni terra di conquista per la new age melodica napoletana, erano "Guapperia" e "Zappatore". La sceneggiata, iconografia a tinte forti degli "issa, isso e o malamente" l'aveva issato a simbolo incontrastato di un genere particolare che racchiudere nel regionalismo sarebbe troppo limitativo, il melodramma napoletano. Il racconto dell'onesto lavoratore innamorato ma sempre contrastato dal prepotente, il mascalzone. A metà tra teatro e canzone popolare, che esplode sugli schermi negli anni '70 e '80 mescolando in un vortice di kitsch e tradizione il mondo a tinte forti delle canzoni strappacuore. Lamenti struggenti che rivendicavano il riscatto sociale, l'odio della camorra, la cruda violenza, le sofferenze dell' amore, la vendetta, la famiglia. Titoli in cui la fisicità di Mario Merola riempie lo schermo, dilatando la semplicità del racconto e issando la propria figura come la rappresentazione di un intero mondo popolare, fatto di eroi senza padrini, guappi da operetta e la solidità della famiglia pezzo da novanta e sullo sfondo la sua Napoli. Il primo film è del 1973, Sgarro alla camorra di Ettore Maria Fizzarotti e da lì una ventina di titoli: L'ultimo guappo, Lo scugnizzo, Il Mammasantissima, Da Corleone a Brooklyn, Lacrime Napulitane, Carcerato fino a Sud Side Stori del 2000 diretto da Roberta Torre. Merola è Don Francesco Antiero, Raffaele Acampora, Francesco Accardo, Don Salvatore, personaggi che hanno animato le sue pellicole facendolo diventare l'ambasciatore della napoletanità. In una città che ha allevato con orgoglio, spasmodica passione e infinita riconoscenza, Eduardo e Totò, Roberto Murolo e Gigi D'Alessio, Maradona e Massimo Troisi. Mario Merola era il custode, magnanimo e comprensivo, di quella napoletanità, che sapeva amalgamare in un unico accorato sguardo il calore della musica, gli istinti viscerali e un amore incondizionato per una città.
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