Letter to Bob

A 81 anni se ne è andato Robert Altman, regista capace di regalare degli inconfondibili e straordinari ritratti di un'America, tra mito e illusione. Un ritratto appassionato in forma di lettera del nostro Sebastiano Lucci

Anche tu caro Bob, come ti chiamavano i tuoi amici, ci hai lasciato. E oggi siamo un po' più soli e disperati in questo mondo che hai saputo rappresentare negli ultimi decenni cogliendo le follie, le contraddizioni, i falsi miti di una società, quella americana, che, nonostante tutto, amavi profondamente e incondizionatamente.

Attraverso i tuoi film, che spesso descrivevi come dei dipinti, hai mostrato quello che pochi hanno saputo fare. Sei riuscito a cogliere l'anima dei personaggi. Li hai spogliati del loro glamour, della loro reputazione, del loro fascino e ce li hai mostrati, per quello che erano, con le loro fobie e le loro contraddizioni, testardi e insicuri, ma sempre imprevedibili. Hai mostrato il loro vero volto, quello che al cinema normalmente non si vede. Hai realizzato film che nessuno voleva fare e con quel caotico ordine, che da sempre ha caratterizzato il tuo cinema, sei riuscito a trasformarli in gioielli. Hai rappresentato un'America, che pensavamo di conoscere così bene, e l'hai trasformata ribaltandone i luoghi, le mitologie, i personaggi. Hai creato un universo, che è allo stesso tempo universale e personale, dove i tuoi indimenticabili personaggi (ironici, sfottenti, assurdi, bontemponi e spesso incapaci di far fronte alla realtà) rincorrono qualcosa senza saperlo e senza mai riuscire a raggiungerlo.

Insieme a altri tuoi colleghi sei stato il rappresentante di una generazione di artisti che si sono messi in viaggio a cercare quei frammenti di quel sogno americano, che la guerra in Vietnam, lo scandalo Watergate, l'omicidio di Kennedy, avevano messo in discussione.

Le tue lotte contro il sistema, contro la standardizzazione del linguaggio, contro la banalità del vivere, contro le regole ti hanno emarginato a Hollywood. Allora negli anni ottanta ti sei rinchiuso in te stesso e hai continuato a sperimentare in una dimensione sempre più claustrofobica (fino a mostrare un solo personaggio, in un unico luogo, che si muove tra ricordi e allucinazioni) e ossessionata da una memoria storica che non esiste.

Hai mostrato le fobie e gli eccessi del consumismo e della società dello spettacolo, dove l'illusione del sogno americano appiattisce e dove tutto è il contrario di tutto e dove tutto finisce per essere spettacolo, in un interminabile gioco al massacro.

Hai dipinto il mondo di Hollywood, come pochi lo avevano fatto, e hai dimostrato che il successo si paga con la morte. Hai mostrato un universo popolato di esseri umani che si rincorrono e si incrociano senza mai toccarsi.

Sei stato capace di raccontare storie - che non si possono raccontare - e renderle così intriganti osservando il comportamento dei tuoi personaggi così veri, così umani e il loro perenne vagabondare.

Bob, ci hai lasciato. E siamo più soli e tristi. I tuoi occhi di ghiaccio, penetranti e diretti; il tuo umorismo e il tuo maligno candore rimarranno nella memoria di tutti quelli che, come noi, il cinema lo vivono per quelle misteriose e indecifrabili sensazioni, che è capace di regalare.

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