El niňo terrible de México: Gael García Bernal
Uno sguardo sull'attore rivelazione della cinematografia messicana, che ha conquistato Hollywood prestando il volto ambiguo ed il corpo sensuale ad una galleria di sorprendenti personaggi. Aspettando "L'arte del sogno"

Il cinema messicano contemporaneo ha, finalmente, un'icona che lo rappresenti: Gael García Bernal, un volto che si è imposto nel panorama cinematografico internazionale, forte di un bagaglio di interpretazioni che l'annoverano, oggi, tra gli attori emergenti maggiormente quotati.
Nato il 30 novembre 1978 a Guadalajara, nello stato di Jalisco in Messico, Bernal è messicano non soltanto per l'ovvia e certificata provenienza geografica, quanto soprattutto per l'adesione allo spirito del proprio popolo, per una sorta di "messicanità" profondamente radicata.
L'esordio come attore risale ai tempi dell'infanzia, complici il contesto familiare e l'addirittura triplice discendenza artistica: infatti, non solo i genitori, gli attori di teatro Patricia Bernal e José Angel García, ma anche il patrigno Sergio Yasbek, regista, lo introdurranno assai precocemente alla carriera teatrale e poi televisiva, facendolo debuttare nel 1989 nelle soap operas messicane Teresa e El Abuelo y yo. Dal 1996, invece, Bernal reciterà in svariati cortometraggi di produzione scolastica, tra i quali spiccano De tripas, corazón di Antonio Urrita, nominato all'Oscar come miglior cortometraggio, e El ojo en la nuca di Rodrigo Plà.
Il vero passaggio al cinema avviene, però, quando Gael è a Londra per frequentare la Central School of Speech and Drama: là, verrà contattato dal regista messicano Alejandro Gonzàles Iňárritu per interpretare in patria il suo primo importante ruolo cinematografico, in Amores Perros (2000). É nei panni di Octavio, il giovane che vive di espedienti in un Messico dalle tinte fosche, che Bernal raggiunge per la prima volta le platee internazionali, bucando gli schermi con la violenta ferocia della sua presenza, con la freddezza seducente del suo sguardo. Un primo personaggio che calza perfettamente all'attore in erba, il quale si fa da questo momento portavoce di un essere, e di un malessere, prettamente latino.

Appena un anno e mezzo dopo, Gael sarà tra i protagonisti dell'irriverente Y tu mamá también, di Alfonso Cuarón: interpreterà Julio, scapestrato adolescente messicano alle prese con la scoperta della maturità, personaggio che gli ha valso, insieme all'amico Diego Luna, il Premio Marcello Mastroianni come Miglior Attore Emergente alla Mostra del Cinema di Venezia 2001 e che gli ha aperto molte strade, non ultima quella di Hollywood.
A gran velocità, d'ora in avanti, si susseguiranno nuovi film e personaggi. Talvolta, le pellicole saranno semplici prodotti commerciali di facile consumo, eppure già si vedrà emergere netta la personalità attoriale di Bernal: si pensi, ad esempio, al recente The King (2005) di James Marsh, ed anche a Il crimine di padre Amaro per la regia di Carlos Carrera (2002) e Nessuna Notizia da Dio, di Augustín Díaz Yanes (2001). Quest'ultimo, in particolare, si rivela emblematico mostrando un Bernal in stato di grazia, diabolico e squisitamente eccentrico: è il suo il personaggio che colpisce maggiormente, con quei guizzi di follia, quegli inaspettati accessi di riso, che parlano di speciali doti d'attore, di un'ambiguità potente che arriva a permeare di sé anche i personaggi minori.

Miete un successo dopo l'altro, Bernal, fino alla conquista del Premio Chopard a Cannes nel 2003 come Rivelazione dell'Anno per Y tu mamá también; ciò nonostante, però, egli porta avanti, immutata, la propria profonda relazione con la patria natia, dove fonda una piccola compagnia cinematografica con Diego Luna, Canana, ed un festival itinerante di film documentari, Ambulante, affermando il proprio impegno a dare visibilità sempre maggiore alla cinematografia nazionale. Così dichiara in un'intervista rilasciata a The Guardian Unlimited: "Sono fortemente motivato, con i miei compagni attori, a far sì che le cose accadano in Messico ed in America Latina. Perché? Perché quello è il luogo in cui possiamo volare, in cui possiamo trovare noi stessi e arrivare a capire quanto possiamo valere. Possiamo sperimentare diverse cose: ci sono un milione di storie da raccontare e noi abbiamo l'urgenza e la voglia di raccontarle, di essere fedeli a noi stessi e coerenti e continuare a fare quello che amiamo".

Il 2004 è un anno fondamentale, che vedrà Gael García Bernal impegnato in due notevoli progetti cinematografici, La Mala Educación di Pedro Almodóvar e I diari della motocicletta di Walter Salles. Se quest'ultimo, in Bernal, ha visto un perfetto Ernesto Guevara nell'epoca in cui, da giovane studente di medicina, attraversò in moto il continente sudamericano e la sua drammatica desolazione, Almodóvar ne ha invece sfruttato l'ambiguità intrinseca, moltiplicandone fino alla vertigine le identità. Da un alto, dunque, un intenso e, forse, fin troppo appassionato ritratto del Che (ruolo già ricoperto dall'attore nel TV movie statunitense Fidel, 2002); dall'altro, il torbido Ignacio/Juan, in arte Angél, un unico corpo che muta febbrilmente fino a calarsi nei panni del travestito Zahara, inquietante e sensuale creatura.
Si conferma, con ciò, un grande talento in questo giovane messicano che, dopo una breve incursione nel teatro con la pièce Nozze di sangue di Garcia Lorca sul palco londinese dell'Almeida, viene consacrato definitivamente al cinema internazionale dal recentissimo successo di Babel (2006) di Iňárritu, grande produzione hollywoodiana di impianto corale, e dall'atteso e surreale L'arte del sogno di Michel Gondry, in uscita nelle sale italiane il 19 gennaio 2007.
Gli impegni di Gael García Bernal, comunque, non finisco qui. È, infatti, in fase di post-produzione il suo primo lavoro registico, Déficit, di cui è anche interprete, basato sul progetto televisivo Ruta 32, che riporta l'attore in Messico per raccontarne le difficili storie in prima persona. Come ha affermato nuovamente a The Guardian: "Volevo farlo perché vengo da Guadalajara e non ho mai visto un film o niente in TV che ritraesse la mia città, ed è una città di circa cinque milioni di persone".
Il cerchio si chiude, per ora, riconfermando in Bernal quell'essere (e, anche, quel malessere) tutto messicano.
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