«Tenere duro». Il cinema delle passioni e delle idee

Grifi apparteneva al cinema politico del rigore e della forma, come Robert Kramer «parlava dalla fortezza», parlava assediato dalla marea montante del conformismo e della paura. Paura del vuoto, della mancanza di idee; paura dei risultati della paura, paura di non avere più alternative. Un bell'articolo di Edoardo Bruno da "il manifesto" del 24 aprile

di Edoardo Bruno
 
Tenere duro. Così Alberto Grifi intitolava il suo scritto, quindici anni dopo la Verifica incerta, per il numero 300 di Filmcritica. Da sempre, tra i «nostri» registi, dopo «Anna», segnalato dalla rivista come miglior film del 1964, i rapporti con lui erano assidui, festosi, commoventi. Sempre, per noi, Grifi costituiva una scoperta e una necessità, quel suo incessante lavoro a fabbricare attrezzi per fare cinema, per «riprendere» e proiettare, sul nervo di una visione d'avanguardia, sempre politica e militante, la verità del reale, ci esaltava e commuoveva. «Non vorrei diffondere l'illusione che il videotape fa i film rivoluzionari - scriveva - Nel caso di Anna l'uso del videotape e il costo irrisorio, hanno solo creato le premesse per una constatazione che nel cinema tradizionale viene, non a caso, sottaciuta: calcolando in denaro il tempo della pellicola, la regia calcola in denaro anche l'evolversi dei rapporti umani che filma. L'arte ha i significati ma è il capitale che ha la realtà». Questo era il fuoco della sua contestazione e su questo rigore, l'artista, diceva, è come l'uccello in gabbia: canta i suoi disagi, ma questo suo cantare non rompe la gabbia.
Grifi apparteneva al cinema politico del rigore e della forma, come Robert Kramer «parlava dalla fortezza», parlava assediato dalla marea montante del conformismo e della paura. Paura del vuoto, della mancanza di idee; paura dei risultati della paura, paura di non avere più alternative. I suoi film testimoniano questa forza, questa intensa emozione; nonostante le gabbie, i muri, le macerie sono usciti allo scoperto, sono al Moma di New York, sono nelle scuole di cinema, sono dovunque la ricerca è materia creativa, e sono nei centri sociali. Come un uomo del Rinascimento o meglio come un sovrano ha accolto un mese fa il riconoscimento che la Festa del Cinema gli ha conferito, ha guardato i giovani che erano in platea e ha loro trasmesso il senso imperioso di non cedere.
Nell'ottica di questa tensione, la sua esperienza nell'underground lo ha portato a definire, attraverso il filmico, un «cinema vivente», un cinema fatto di immagini, di suoni e di pensiero, un cinema per rimettere in circolazione i desideri, le passioni, le idee. «Se si deve fare un bilancio degli anni che passano tra Lsd e eroina, fra desideri e prigioni - concludeva nell'articolo che dà il titolo a questa nota - tra rifiuto del lavoro e disoccupazione, se si deve misurare il vuoto lasciato dagli amici e i compagni di viaggio che se ne sono andati, suicidati con una revolverata in testa, pugnalati per disperazione, impiccati nel cesso di un carcere o con una siringa nel braccio... si deve dire che ciò che è cresciuto, nella nostra vita, di amore e capacità di lottare insieme, se ne è andato insieme a loro; e che per non essere tentati dal suicidarsi, almeno nella nostalgia, bisogna tenere duro». Grazie Alberto.
 
da il manifesto del 24/4/2007
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