Nella valle della paura. Il cinema di Paul Haggis tra disincanto e consapevolezza.
Dalla creazione di Walker Texas Ranger e l’esordio dietro la macchina da presa con il rock-movie Red Hot all’affermazione come sceneggiatore con Million Dollar Baby e come regista con Crash e Nella valle di Elah: il regista, che si è imposto a circa 50 anni, è oggi una delle figure più interessanti dell’attuale panorama statunitense. La paura, la colpa, l’angoscia individuale diventano anche quelle del proprio Paese
Il 5 marzo del 2006 Paul Haggis è diventato la prima persona nella storia degli Academy Awards ad aver sceneggiato due film vincitori, due volte di seguito, del Premio Oscar: Crash e l’ anno prima Million Dollar Baby.
Autore sorprendentemente capace,, come sceneggiatore, di passare dalla creazione di colossi commerciali come le serie tv Walker Texas Ranger o L. A. Law – Avvocati a Los Angeles a film intensi e profondi come Million Dollar Baby, Crash e Nella valle di Elah (questi ultimi due diretti come regista), Haggis nasce a London, Ontario, in Canada, nel 1953 e cresce in una famiglia di costruttori. Suo padre Edward gestisce una società che si occupa di costruire strade, nella quale il giovane Paul lavora tutte le estati. Dopo un breve e fallimentare tentativo di diventare fotografo di moda e di emulare così le gesta antonioniane di David Hemmings in Blow Up, film dal quale è affascinato, torna in Canada, dove si iscrive al Fanshawe College.
Nel frattempo scrive e mette in scena diverse pièce teatrali, tutte dall’esito negativo. La critica è feroce verso di lui, e come lui stesso ricorda con molta autoironia, un critico gli chiede addirittura di lasciare il Canada.
Haggis segue il suo consiglio e, finiti gli studi, a 22 anni, decide di trasferirsi a Los Angeles per seguire i suoi sogni e per non essere “seppellito” da un’ eventuale carriera nel ramo delle costruzioni.
Comincia a collaborare alle sceneggiature di diverse serie televisive americane e canadesi. Nel 1987 arriva la prima grande occasione: gli viene proposta la sceneggiatura e la supervisione di una nuova serie della ABC, Thirtysomething. La serie racconta le vicende di un gruppo di “babyboomers”; un gruppo di amici ultratrentenni che devono affrontare le disillusioni della vita adulta. I toni drammatici sono spesso smorzati da episodi umoristici e il telefilm riscuote un enorme successo di pubblico e di critica, vincendo numerosi premi, tra cui 13 Emmy Awards e un Television Critics Association Award.
Il 1993 è l’ anno in cui iniziano altre due serie di successo. Una è Due South, di cui Haggis è sceneggiatore e regista di alcuni episodi. Ambientata a Chicago, è lo scontro tra due stereotipi culturali attraverso la storia di due poliziotti, uno canadese e l’ altro americano, che si ritrovano a collaborare per risolvere una serie di problemi legati al crimine. L’ altra serie, Walker Texas Ranger di cui Haggis è l’ideatore, con Chuck Norris nella parte di un classico eroe solitario americano, è un successo planetario, ben oltre ogni aspettativa. Nel 1996, paradossalmente, il ben più coraggioso ed interessante Ez Street, sulla vita di un gruppo di mafiosi irlandesi e di poliziotti più o meno corrotti che vivono in una città immaginaria al confine tra Stati Uniti e Canada, non ottiene il successo sperato. Trasmesso dalla CBS e accolto con favore dalla critica, Ez Street è oggi considerato l’ antesignano dei Soprano.
Sempre nel 1993 aveva intanto diretto il suo primo lungometraggio, Red Hot, un rock-movie ambientato in Russia con Balthazar Getty e Carla Gugino.
La svolta della sua carriera arriva nel 2004. Clint Eastwood legge la sua sceneggiatura di Million Dollar Baby, e gli chiede di poter dirigere il film.
Tratto da un racconto dello scrittore F.X.Toole, “Million Dollar Baby” vince 4 Oscar e segna l’ ingresso definitivo di Haggis nel mondo del cinema. Storia spietata e commovente di una ragazza troppo “vecchia” per diventare una pugile professionista, che si ostina e riesce, con una caparbietà e un coraggio quasi patologici, ad arrivare ai vertici della carriera sportiva, il film parla di fallimenti e di perdite, ma è anche, seppur in modo discreto, uno sguardo impietoso sul sistema americano, sul suo fallimento. Fallimento che è evidente nell’apparizione della sciagurata, ignobile famiglia d’origine della ragazza al suo capezzale. Ma è anche un giudizio severo sul sistema sanitario americano, e un delicato anche se fermo riferimento all’ eutanasia.
L’ anno successivo, con Crash, a 50 anni, Haggis dirige il suo secondo film come regista.
Costruito intorno a una miriade di personaggi che vagano, scontrandosi inconsapevolmente “solo per potersi toccare”, in una Los Angeles che li racchiude e li stritola, vera protagonista del film, Crash ricorda nella sua struttura a mosaico e nell’ “isteria” collettiva che pervade i suoi protagonisti, altri due film ambientati nella Città degli Angeli, America oggi di Robert Altman, e Magnolia di Paul Thomas Anderson.
Così si rimane in attesa di un terremoto ristabilizzatore o di una pioggia di rane purificatrice, che però non arrivano.
Crash è un film sulla paura e sulla paranoia, sul terrore isterico che anche un tatuaggio su un braccio può provocare, sulla perdita di contatto umano che porta inesorabilmente alla paura. E allora, forse, l’ unica “soluzione” è un tamponamento a catena, dove i corpi tornano a toccarsi, e le persone ad agire come esseri umani.
Uscito in America a maggio del 2005, troppo presto, si pensava, per una seria candidatura agli Oscar, e prodotto con un budget limitato, il film incassa a sorpresa oltre 53 milioni di dollari. Crash riesce a catturare l’ attenzione raccontando qualcosa che tutti gli americani, e non solo loro, conoscono. Il razzismo inteso non più come semplice discriminazione quotidiana, ma come angoscia, timore di tutto quello che ci circonda. Paura e disperato bisogno del contatto.
Nel 2006 Haggis scrive la sceneggiatura di The Last Kiss diretto da Tony Goldwyn, remake americano di L’ultimo bacio di Gabriele Muccino.
Nello stesso anno si occupa di sceneggiare un progetto ambizioso e coraggioso: due film diretti da Clint Eastwood Flags of our Fathers e Lettere da Iwo Jima che raccontano la stessa battaglia, quella di Iwo Jima, nel 1945, da due diversi punti di vista, quello americano e giapponese. Dello stesso anno è la sceneggiatura di Casino Royale di Martin Campbell, ennesima “puntata” della saga di James Bond.
Nel 2007 viene presentato a Venezia Nella valle di Elah, di cui Haggis è sceneggiatore, regista e produttore.
Storia livida, nei colori e nelle parole, di un risveglio forzato, che porta un padre militare in pensione a combattere contro i suoi stessi principi secolari, per scoprire la verità sulla morte di suo figlio e soprattutto sulla sua vera identità, Nella valle di Elah è molto più che un film antimilitarista.
Come con Crash Haggis ha materializzato i pregiudizi e gli incubi metropolitani. Qui la paura ha la faccia da bravo ragazzo di Mike Deerfield, che appare immobile e come in attesa in una foto scattata prima della sua partenza per l’Iraq.
La paura è la sua; la sua telefonata nel cuore della notte e nel cuore dell’America, da un posto lontano, troppo lontano perché suo padre possa capirlo e aiutarlo.
E’ la paura del padre, che non sa capire, non può decifrare i frammenti dei filmati girati e ritrovati nel cellulare di Mike.
Ed è proprio in quelle immagini spezzate, malconce, che si nasconde la verità. Quasi in omaggio all’amato Blow Up, e ribaltandone il messaggio Haggis sembra dire che, almeno in guerra, le immagini possono dire, possono “rivelare”.
La paura è ancora quella di migliaia di ragazzi che questa guerra ha trasformato e sta trasformando in assassini. E’ la paura da anfetamine che trasforma chi torna a casa; la morte “annunciata” della ragazza, uccisa dal marito poco dopo l’uccisione del loro cane, nella stessa vasca e allo stesso modo. E’ la paura drogata e insensata dei commilitoni di Mike, e del loro assurdo omicidio.
Ancora una volta, anche se solo per qualche istante, riappare la paura “razziale” di Crash, e allora un messicano è il colpevole più probabile; ma la realtà è un’ altra: “Cosa faresti se sapessi che il Diavolo è uguale a te?”
Urla al vecchio sergente il soldato messicano fermato dalla polizia. E il Diavolo ha la faccia imperturbabile e spaventosa dei bravi ragazzi bianchi.
La paura, l’angoscia e la colpa scandiscono le scene del film, che ha una struttura spazio-temporale tesa ma diversa da quella di Crash. E i corpi degli attori protagonisti sembrano plasmarsi su queste sensazioni. Tommy Lee Jones è perfetto, nel suo roccioso, millenario dolore. E una de-glamourizzata Charlize Theron regala un personaggio, quello della detective vessata dai colleghi, di rara intensità e misura.
Con Nella valle di Elah, Haggis prende una posizione decisa, univoca nei confronti della politica estera americana e della guerra in Iraq. Lancia un messaggio d’ aiuto per niente subliminale e pieno di rarefatto pathos. La bandiera capovolta è il grido silenzioso di tutti i figli che, come Mike, si sono persi per sempre.
La Valle di Elah, come racconta l’anziano sergente al bambino della poliziotta (il piccolo si chiama David, proprio come il suo figlio maggiore dell’ ex-sergente, morto durante un addestramento militare dieci anni prima, ed ha paura del buio) , è il posto della Paura, il posto in cui David ha sconfitto Goria perché ha sconfitto la sua paura. Ma è anche il posto in cui nessun genitore dovrebbe lasciare solo suo figlio.
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