Il cinema che incanta gli occhi, Youssef Chahine

Cineasta innamorato della vita e del cinema, con una militanza poetico-politica mai venuta meno, anzi ri-spinta tra classicità e sperimentazione verso territori filmici tutti da esplorare, Chahine si è avvicinato, con sguardo moderno e libero, al cinema e alla sua memoria senza confini con un discorso personale e teorico, per re-inventare, a contatto con il popolo, le sue storie e la Storia, recente o epica, di una nazione, sempre ricorrendo a una sontuosità figurativa, all'elaborazione di complessi percorsi teorici nascosti in inquadrature di grande respiro narrativo. Il segreto del suo cinema sta qui, nel far coesistere il piacere del racconto, l'attenzione al realismo e alle vicende dell'essere umano, con una composizione stratificata dei quadri, densi di rimandi pittorici, filosofici, storici mai esibiti ma naturalmente disposti. Il cinema da costruire, inquadratura dopo inquadratura, qui e sempre. Elaborando set e percorsi semantici complessi, ma con grande naturalezza e respiro.

Un ricordo del grande regista egiziano scomparso, a cura di Giuseppe Gariazzo.

alexandrie..._new_yorkUn flash riaffiora dalla memoria. Youssef Chahine a Cattolica, presidente della giuria dell’ottava edizione del MystFest, il Festival internazionale del giallo e del mistero che negli anni Ottanta radunava nella cittadina adriatica personaggi di primo piano del cinema e della letteratura per giornate di confronto serrato sulla classicità e le mutazioni di un genere in continua contaminazione nei corpi di altri generi e sguardi. Era l’estate del 1987, Chahine aveva da poco superato i sessant’anni (era nato ad Alessandria d’Egitto nel 1926), e due operazioni al cuore (raccontate, insieme al suo costante esserevivere di cinema, nella trilogia autobiografica immersa nel cinema, nel desiderio, nella Storia e nella politica composta da Iskandariya lih?, Alessandria, perché?, 1978, Al-dhâkira, La memoria, 1982, e Iskandariya, kaman wa kaman, Alessandria, ancora e sempre, 1990); la sua filmografia, immensa per quantità e qualità, aveva già quasi quarant’anni (il primo film, la commedia familiare Baba Amin, Papà Amin, è del 1950), e sarebbe continuata fino al 2007 (quando la Mostra di Venezia ospitò, in concorso, Heya fawda, Il caos, nuovo, magnifico atto d’amore, di passione, di energia per il cinema e le sue memorie nel racconto corale della vita nel quartiere cosmopolita del Cairo Choubra, fra mélo, corruzione, assalto al commissariato delle torture da parte della popolazione infuriata e innamorata; film che, per le condizioni di salute sempre più gravi, Chahine firmò insieme a Khaled Youssef, suo assistente dal 1992), per interrompersi, dopo 36 lungometraggi e 9 cortometraggi (fra cui quelli per i film a episodi Luci su un massacro, del 1998, 11 settembre 2001, del 2002, e Chacun son cinéma, il film prodotto dal Festival di Cannes nel 2007 per i suoi sessant’anni), quasi in sovrimpressione con la scomparsa fisica del regista (pochi giorni fa, all’età di 82 anni).

ChahineNon fu un azzardo, incontrare Youssef Chahine a Cattolica, magari alla proiezione mattutina riservata de La casa II di Sam Raimi. Lui, maestro riconosciuto del cinema egiziano, e suo regista più celebre a livello internazionale, in un festival dedicato al più puro cinema di genere. Perché Chahine con i generi del cinema ha sempre vissuto, in essi si è sempre avventurato, nella più rigorosa e appassionante tradizione del cinema del suo paese (l’unico di tutto il mondo arabo che si dotò di una vera e propria industria, di un imponente, sensuale, erotico, sovversivo star-system fin dagli anni Trenta), portando però uno sguardo moderno in quella sterminata produzione filmica nazionale, un nuovo modo di avvicinarsi ai generi, di fruirli. Con continuità e militanza poetico-politica, mai venuta meno, anzi ri-spinta con rinnovato vigore tra classicità e sperimentazione verso territori filmici tutti da esplorare nelle sue opere più recenti (da Il destino, Al-massir, 1997, uno dei rari film di Chahine distribuiti in Italia, sulla vita di Averroè, a L’altro, El akhar, 1999, ovvero le sue tematiche aggiornate ai tempi del computer e di internet, fino a Iskandariya… New York, Alessandria… New York, 2004, splendente commedia musicale nuovamente sensualmente teoricamente autobiografica), Chahine si è avvicinato, con sguardo moderno e libero, al cinema e alla sua memoria senza confini con un discorso personale e teorico, per re-inventare, a contatto con il popolo, le sue storie e la Storia, recente o epica, di una nazione, sempre ricorrendo a una sontuosità figurativa, all'elaborazione di complessi percorsi teorici nascosti in inquadrature di grande respiro narrativo. Il segreto del suo cinema sta qui, nel far coesistere il piacere del racconto, l'attenzione al realismo e alle vicende dell'essere umano, con una composizione stratificata dei quadri, densi di rimandi pittorici, filosofici, storici mai esibiti ma naturalmente disposti.

Il cinema da costruire, inquadratura dopo inquadratura, qui e sempre. Elaborando set e percorsi semantici complessi, ma con grande naturalezza e respiro. Erano gli anni Cinquanta e “il pubblico scopriva un cinema più libero, le scene erano girate in esterni, fuori dagli studios, e mostravano il reale", ricordava Chahine a proposito di un suo film, Sirâ'un fi al-wâdi (Lotta nella valle, 1954, che vide esordire Omar Sharif). Ma questa dichiarazione si può applicare a tutto il suo cinema, immerso in testi in cui coesistono realismo, melodramma, musical, avventura, cinema epico e in viaggio, autobiografia e biografia della nazione-cinema. L'opera di Chahine è di monumentale splendore e in essa, con quella spontaneità frutto di una costante attenzione per la preparazione, i dettagli, i movimenti di macchina, nemica ogni forma d’improvvisazione, hanno sempre trovato spazio la lotta a ogni repressione e la riflessione sull'uomo. "Sono nato socialista, sono nato povero e ho sofferto molto per riuscire a trasmettere certe cose. Come non avere simpatia verso il contadino disprezzato, verso l'operaio maltrattato? Ho da molto tempo in me questo senso di libertà. Volevo comunicarlo, insegnare almeno il rispetto per gli altri. Questa dimensione sociale nei miei film era spontanea", ricordava ancora il regista. La sua militanza politica si manifesta costantemente per il tramite di una esemplare coerenza filmica. Ed è grazie a uno sguardo rigoroso e moderno sul cinema che è stato possibile rendere memorabili certi ritratti.

il_destinoTre opere, realizzate in periodi diversi, estratte certo con difficoltà da una tale filmografia, sono testimoni preziosi del lavoro compiuto in oltre mezzo secolo da questo cineasta innamorato della vita e del cinema. Bâb al-hadîd (Stazione centrale, 1958) è il film con cui Chahine avvicina e porta alla visibilità la popolazione ai margini del Cairo, interpretando anche il ruolo di Kenaoui, lo zoppo venditore di giornali alla stazione centrale, luogo dove si svolge il dramma, dove si sognano desideri irraggiungibili, dove si sopravvive lavorando clandestinamente. In questo spazio circoscritto si scatenano odi e amori, pulsioni represse e tensioni, qui il melodramma incontra il noir, i personaggi principali condividono le inquadrature e la narrazione con altri che non risultano mai secondari, nella creazione di un equilibrio intorno ai personaggi che, poco o tanto, stazionano in un luogo pubblico di transito e brevi soste, un luogo che, come nel caso di Kenaoui, è anche abitazione improvvisata. Chahine mette in relazione continua corpi (portatori di volta in volta di sensualità, erotismo, disagio, violenza) e spazi (i binari e gli interni/esterni della stazione), facendoli respirare e comprimendoli in una messa in scena sorprendente nella calibrata sobrietà.

Al-usfûr (Il passero, 1973), ambientato durante la guerra dei Sei Giorni del giugno 1967, è uno dei capolavori di Chahine, dove la riflessione politica sul conflitto con Israele e sulle responsabilità e gli errori del governo egiziano presieduto da Nasser (dimissionario dopo quella sconfitta) viene esplorata facendo ricorso a una struttura a incastri, sonnambolica e lucidissima, che unisce l'indagine poliziesca, il ritratto della sinistra egiziana, lo spaesamento dei personaggi, le attese e la rivolta, l'urgenza di non sottostare alle regole del potere. Al-usfûr, come i personaggi che rappresenta, si manifesta per movimenti nervosi e sensuali, si mette in strada per stare in mezzo al popolo che si ribella al discorso di dimissioni pronunciato da Nasser. Il film fu censurato in Egitto per quasi un anno, poi Sadat, succeduto a Nasser (morto nel 1970), decise di farlo uscire, ma solo per il mese del Ramadan, quando si poteva fare un'unica proiezione al giorno.

Il destino (Al-massir, 1997), straordinario lavoro sullo spazio, contiene la classicità di tutto il cinema, ma spinta fuoritempo, perché solo così può essere riguardata, ripensata, rifilmata e farsi nuovamente flagranza, attualità e modernità. "Allora sì, questo film è una commedia, un western, è Dumas, è quello che si vuole, ma chiama alla resistenza. Se si ha paura, non si fa più niente", dichiarava il regista nel press-book del film che fu presentato a Cannes, in occasione della consegna della palma d’oro alla carriera. Nel raccontare la vita del filosofo Averroè nel dodicesimo secolo, la resistenza sua e dei suoi adepti alle minacce integraliste, il viaggio oltre le frontiere per tramandare i libri e la conoscenza, Il destino è invito al movimento collettivo e alla coralità del musical, alle danze e alla musica da vivere con tutto il corpo (irresistibile, neppure il figlio divenuto integralista saprà resistere a quel richiamo), sovrimpressione intima di parola e immagine, viaggio per foreste, sentieri, acque, aperto al rischio e al ritorno in patria, nel segno dell'essere emigrante, del confrontarsi con le culture. Film che invita a viaggi avventurosi, a dis-perdersi e ritrovarsi. Per un cinema, quello di Chahine, che incanta gli occhi, fa lavorare la mente, smuove i sensi e gli organi.

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