Mickey Rourke: la grandezza del martirio
Questa è la storia di un corpo che si fa sempre più strato sensibile dell’anima. Un corpo che sa cogliere, come nessun altro forse, il punto culminante in cui avviene la rottura. La sottrazione e l’esagerazione, la compressione e l’esplosione. La salita e la caduta. Fino a The Wrestler, l’insostenibile elegia di un uomo, che vuole ritornare a casa
Have you ever seen a one trick pony in the field so happy and free?If you've ever seen a one trick pony then you've seen me
Have you ever seen a one-legged dog making its way down the street?
If you've ever seen a one-legged dog then you've seen me
Ore disperate di Michael Cimino: quando Michael Bosworth entra in scena per la prima volta, mani e piedi legati, torna in mente l’intera carriera di Mickey Rourke. Una costrizione fisica, una compressione dell’energia che fa il paio con una condizione esistenziale. Un corpo impedito e trattenuto, legato al palo, costretto a una sedia, un corpo che cova e si carica, per esplodere prima o poi, per mandare all’aria la previsione, il tranquillo e regolare moto delle cose. Ecco, Mickey Rourke è un corpo che freme sotto pelle, appare immobile, per poi scattare, rompere le regole senza alcun motivo ideale, se non quello di ritrovare la propria necessaria verità.
Sì. La storia di Mickey Rourke è la storia di un corpo che si fa sempre più strato sensibile dell’anima. Come un Dorian Gray non più di carta, ma di carne e ossa.
Rumble Fish (Rusty il selvaggio) di Coppola: quando ‘il ragazzo con la moto’ cade per mano della polizia si compie un rito magico e si dà una profezia. Quel corpo, così perfetto da mozzare il fiato, è votato al martirio. E’ scritto. E il destino non è qualcosa che riguarda il futuro. E’ qualcosa che ha a che fare con ciò che è stato. E’ il compimento di un cammino che ha avuto inizio in un tempo lontano. Il destino nasce dal passato.
Then you've seen me, I come and stand at every door
Then you've seen me, I always leave with less than I had before
Then you've seen me, bet I can make you smile when the blood, it hits the floor
Tell me, friend, can you ask for anything more?
Tell me can you ask for anything more?
Il passato. Philip Andre “Mickey” Rourke nasce non si sa quando (chi dice nel 1956, chi nel ’57, ma l’unica fonte ufficiale parla del ’52) a Schenectady, New York, da padre irlandese e madre francese. Il padre abbandona la famiglia ben presto e Mickey cresce a Miami, dove la madre lavora in polizia. Frequenta le scuole, ma si appassiona al pugilato, prende ad allenarsi, prepara i primi incontri come peso gallo, ne vince venti, ne perde sei e riporta in combattimento due commozioni celebrali, che gli sbarrano la carriera e la strada del professionismo. Cos’altro resta da fare a un ragazzo che ha fatto del suo corpo la ragione di vita? L’attore, probabilmente. Mickey si trasferisce a New York, studia recitazione con un’insegnante che viene dal celeberrimo Actors Studio, Sandra Seacat. Ma il metodo non arriverà mai a spegnere l’istinto. Si fa le ossa e alla fine degli anni ’70 ottiene una parte in 1941 – Allarme a Hollywood di Steven Spielberg e nel 1980 ottiene un parte secondaria ne I cancelli del cielo di Cimino. Il suo personaggio si chiama Nick Ray (gioventù bruciata?), il film è un colossale fallimento e un immenso capolavoro malato. I segni si addensano come nuvole nere e corrono lungo l’orizzonte… Un’altra apparizione in Brivido caldo, l’esordio di Kasdan e due ruoli di primo piano in Rusty il selvaggio e Il papa di Greenwich Village di Stuart Rosenberg. I tempi sono ormai maturi. Cimino risorge da un inferno durato cinque anni e dirige L’anno del dragone (1985). Rourke è il protagonista assoluto.Have you ever seen a scarecrow filled with nothing but dust and wheat?
If you've ever seen that scarecrow then you've seen me
Have you ever seen a one-armed man punching at nothing but the breeze?
If you've ever seen a one-armed man then you've seen me
A volte viene da pensare che Mickey Rourke e Michael Cimino siano la stessa persona. C’è una strana consonanza: due carriere simili, dal successo alla scomparsa, dall’onore all’ostracismo, la stessa tensione alla metamorfosi, l’insostenibile desiderio di obbligare il proprio fisico al limite, sino alla trasformazione. Una consonanza che diviene fuoco ne L’anno del dragone. Il cinema bigger than life di Cimino trova il suo interprete perfetto in Rourke, una vita sempre oltre. Il personaggio di Stanley White è davvero colossale: fragile e
spaccone, mostruosamente egoista e infinitamente “onesto”. E’ sangue e candore, violenza e dolore, giustizia e vendetta, sconfitta esistenziale e statura morale. “Vivrò abbastanza a lungo per pisciare sulla tua tomba”. White è l’eroe che non può più tornare ad esser “bianco”. E Rourke, nella tensione “eccentrica” del cinema di Cimino, diviene davvero un corpo esplosivo, che corre a rotta di collo senza più sentire i colpi e le ferite della fortuna... Un personaggio sempre più western e sempre più americano…Ma la tensione è eccessiva. Non è tollerabile. Va ingabbiata nel ruolo. Ed ecco che arriva 9 settimane ½ di Adrian Lyne. L’uomo dal fascino misterioso, il seduttore sognato dalle donne. Ma sempre e comunque un corpo, qui fatto oggetto del desiderio, prima della condanna definitiva. E non è un caso che nel successivo Angel Heart di Alan Parker le cronache si siano concentrate soprattutto sulla scena di sesso tra Rourke e Lisa Bonet. Ormai, agli occhi della gente, l’attore si è ridotto ad amante e non ci si accorge a pieno di quella capacità, sempre più incredibile, di passare in pochi istanti dal controllo più assoluto alla dinamicità dirompente, dalla sottrazione all’esagerazione. La capacità di saper cogliere, come nessun altro forse, il punto culminante in cui avviene la rottura. Mickey Rourke sembra inseguir sempre un cinema della crisi, con una costanza ai limiti del masochismo, ma anche con una consapevolezza fuori dal comune per un attore. Consapevolezza che diviene vera e propria cifra autoriale. Homeboy è diretto da Seresin, ma è un film di Rourke, protagonista, sceneggiatore, spirito guida. Un pugile suonato, la materializzazione dello spettro del fallimento, la giovinezza perduta, il passato nascosto, le ferite incancellabili della carne, i segni sul volto, il passo pesante, lo sguardo sfocato, la mascella devastata, il cranio in frantumi, il sangue versato e drenato, il cuore dolente. E’ un’epica sommessa, che canta a voce bassa i suoi perdenti.
spaccone, mostruosamente egoista e infinitamente “onesto”. E’ sangue e candore, violenza e dolore, giustizia e vendetta, sconfitta esistenziale e statura morale. “Vivrò abbastanza a lungo per pisciare sulla tua tomba”. White è l’eroe che non può più tornare ad esser “bianco”. E Rourke, nella tensione “eccentrica” del cinema di Cimino, diviene davvero un corpo esplosivo, che corre a rotta di collo senza più sentire i colpi e le ferite della fortuna... Un personaggio sempre più western e sempre più americano…Ma la tensione è eccessiva. Non è tollerabile. Va ingabbiata nel ruolo. Ed ecco che arriva 9 settimane ½ di Adrian Lyne. L’uomo dal fascino misterioso, il seduttore sognato dalle donne. Ma sempre e comunque un corpo, qui fatto oggetto del desiderio, prima della condanna definitiva. E non è un caso che nel successivo Angel Heart di Alan Parker le cronache si siano concentrate soprattutto sulla scena di sesso tra Rourke e Lisa Bonet. Ormai, agli occhi della gente, l’attore si è ridotto ad amante e non ci si accorge a pieno di quella capacità, sempre più incredibile, di passare in pochi istanti dal controllo più assoluto alla dinamicità dirompente, dalla sottrazione all’esagerazione. La capacità di saper cogliere, come nessun altro forse, il punto culminante in cui avviene la rottura. Mickey Rourke sembra inseguir sempre un cinema della crisi, con una costanza ai limiti del masochismo, ma anche con una consapevolezza fuori dal comune per un attore. Consapevolezza che diviene vera e propria cifra autoriale. Homeboy è diretto da Seresin, ma è un film di Rourke, protagonista, sceneggiatore, spirito guida. Un pugile suonato, la materializzazione dello spettro del fallimento, la giovinezza perduta, il passato nascosto, le ferite incancellabili della carne, i segni sul volto, il passo pesante, lo sguardo sfocato, la mascella devastata, il cranio in frantumi, il sangue versato e drenato, il cuore dolente. E’ un’epica sommessa, che canta a voce bassa i suoi perdenti.
Then you've seen me, I come and stand at every doorThen you've seen me, I always leave with less than I had before
Then you've seen me, bet I can make you smile when the blood, it hits the floor
Tell me, friend, can you ask for anything more?
Tell me can you ask for anything more?
Johnny il bello (1989) potrebbe essere il manifesto del cinema di Mickey Rourke. Al grande Walter Hill non possono sfuggire le implicazioni teoriche di un film di genere: la paura e desiderio dello sguardo, la morbosità della visione, il punto di vista e la soggettiva. Ma quello che resta più di ogni altra cosa è ancora una volta quest’ossessione mortale per la bellezza, per la deformazione e la trasformazione del corpo, il segno chirurgico che incide le sue ferite sulla carne, sulla superficie. Ancora una volta un loser votato, in piena coscienza, all’autodistruzione come l’alcolizzato Chinasky in Barfly (1987) di Schroeder/Bukowky. Il senso dell’onore che porta al martirio. L’ennesima stazione di una via crucis, l’ulteriore tappa di un cammino che porta a una santificazione laica. Non è certo un caso la scelta di Rourke di confrontarsi con il personaggio di un santo ‘vero’, in Francesco (1988) di Liliana Cavani.
E poi viene la notte. Come se non bastasse vivere più la devastazione sullo schermo, nella finzione, occorresse provarla nella realtà, viverla sulla propria pelle, senza compromessi o mezze misure. Il ritorno sul ring (otto incontri, nessuna sconfitta), il volto distrutto, un matrimonio andato a monte, alcool, comportamenti ingestibili, voci incontrollate, debiti e solitudini. Rourke non scompare dal cinema, ma sembra non trovar più il suo posto, una casa, amici disposti ad accoglierlo, a seguirlo nelle sue ossessioni. Un paio di puttanate (Harley Davidson and the Marlboro Man, Nove settimane e 1/2 – La conclusione), il rifiuto della ribalta, dei ruoli ‘eccellenti’, gemme sepolte (Bullet di Julien Temple), sorprese ‘incomprensibili’ (Double Team di Tsui Hark, Animal Factory di Steve Buscemi). Ma Rourke, nonostante tutto, sembra mantenere la sua linea: un tentativo costante, compiaciuto, di essere monstrum, offrirsi nudo agli sguardi (all’odio quasi) come orrore e meraviglia. Come a dire: guardatemi, “io son gerbido, e i giorni una maceria”. Qualche apparizione fugace, ma indimenticabile (La promessa di Sean Penn), due registi come Robert Rodriguez (C’era una volta in Messico, Sin City) e Tony Scott (Man on Fire, Domino) che sembrano di nuovo prestargli fede e gli aprono la strada per l’ultimo, incredibile atto.
These things that have comforted me, I drive awayThis place that is my home I cannot stay
My only faith's in the broken bones and bruises I display
- Ti fa male? - Solo quando respiro...The Wrestler è il capolavoro del cinema di Mickey Rourke. Perché The Wrestler è (di) Mickey Rourke. Aronofsky ha l’intelligenza di comprendere la posta in palio e fa quello che deve. E si limita a far da testimone a un’interpretazione mai vista, perché preparata una vita intera. Rourke fa esplodere da solo ogni confine e barriera e condensa in un’unica prova tutto il senso della sua esperienza di autore, attore, uomo… Un altro film sulla crisi (economica, psicologica, sentimentale, di età), sull’inesorabilità della sconfitta, sull’esibizione ostentata e (im)pudica del corpo, sul martirio più necessario che volontario, sull’esigenza del mettersi in gioco e affrontare la morte, le mille morti quotidiane. Ma soprattutto The Wrestler è l’insostenibile elegia di un attore che vuole ritornare a casa, che cerca, ancora nel cinema, un posto sicuro, uno spazio di libertà e calore, un rifugio da abitare, dopo anni di esilio forzato, di lontananza dolorosa. E’ fuori dal cinema, fuori dal vostro sguardo e dai vostri cuori di spettatori, che mi faccio male. La definitiva confessione prima dell’ultimo volo d’angelo. E noi non possiamo far altro che rispettare il suo desiderio. Lo seguiamo con gli occhi increduli, pieni di lacrime, mentre riempie e lascia vuoto lo schermo. E restiamo immobili ad aspettare che ritorni a casa. Ancora una volta.
Have you ever seen a one-legged man trying to dance his way free?
If you've ever seen a one-legged man then you've seen me
(Bruce Springsteen, “The Wrestler”)
Rusty il selvaggio
L’anno del dragone
Angel Heart – Ascensore per l’inferno
Johnny il bello
Sin City
Sono presenti 4 commenti
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dopo 9 sett. 1/2, harley e marlboro man, orchidea selvaggia.... mickey è stato per molto tempo credo immagine un immagine maledetta ! belli e dannati che per invidia devono fare sempre una brutta fine....tiene ancora duro il nostro mickey, che non si sa' all'anagrafe quanti hanni ha ? cosa certa che per noi vecchi resta un mito del grande schermo, la sua carriera discontinua e il suo vivera all'estremo " anche in un camper" senza una lira... è passato da un estremo all'altro e adesso eccolo qui grande!
Inviato da xmen il 10/11/2010 -
grandissimo articolo! e quella sequenza de L'anno del dragone mette davvero i brividi
Inviato da kurtz il 09/03/2009 -
un grande mickey rourke,purtroppo negli ultimi anni si e' lasciato un po' andare,ma io ho sempre sostenuto che sarebbe tornato alla grande.ho sentito dire da molti:-(e'un uomo fallito,un drogato edi tutto un po').... questo e'per far capire quanto la gente sia igorante. E infatti eccolo qua pronto per prendere un oscar(in barba a tutti i mal pensanti).<br />mi ricordo l'intervista di ''quelli che il calcio'' di qualche tempo fa dato su una rete rai:e' stato preso in giro e sminuito dalla ventura e da gene gnocchi con commenti fuori luogo ed una conoscenza del personaggio veramente scarsa.Ecco perche' mickey era spazientito.<br />grande mickey un mito come al solito,per me e' un gradito grande ritorno.
Inviato da mazzocchi sanio il 09/03/2009
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