La passione e la memoria: Tullio Kezich
E’ scomparsa ieri una delle figure centrali della storia del cinema italiano. Non solo critico cinematografico ma anche scrittore, sceneggiatore, autore traduttore e adattatore teatrale, Kezich ha il merito di aver invogliato generazioni future alla pratica della scrittura cinematografica rimanendo un maestro indiscusso nel saper combinare, con un invidiabile equilibrio e un linguaggio semplice, la lettura critica e l’informazione
Personalmente, devo dire due volte grazie a Tullio Kezich. Per motivi opposti. La sua biografia su Fellini, pubblicata nel 1987, è stato il primo libro di cinema che ho letto. All’epoca, avevo 18 anni, del regista avevo visto solo La dolce vita e, dopo essere stato trascinato al cinema controvoglia da mio padre, L’intervista. Quel libro ha anticipato anche l’intervista di Truffaut a Hitchcock e, nella naturale fusione tra attività artistica e dimensione privata del regista oltre a un linguaggio diretto e colloquiale, mi ha invogliato a confrontarmi con la scrittura cinematografica.Il secondo grazie glielo devo per una ragione ben diversa. Siamo più o meno negli stessi anni, precisamente nel 1988. All’epoca, tra le mie folli aspirazioni c’era quella di fare il regista. Da quando avevo 15 anni scrivevo una massa di sgangherati copioni e alcuni di questi venivano girati da me e un altro ragazzo con una telecamera sua e una che prendavamo in prestito dalla scuola. La migliore di queste aveva la VHS dentro (quella della scuola). La peggiore, aveva una batteria che durava poco più di mezz’ora. Con questi mezzi, prendevamo in ostaggio alcuni compagni della nostra classe e altri studenti di altre costringendoli il sabato pomeriggio a recitare invece che a fare il solito giro a Via del Corso. Così all’epoca,.avevamo realizzato 2 film e avevamo l’aspirazione di diventare registi.
Una sera, assieme ad altri amici di famiglia, venne a cena Kezich. Invogliato da un comune amico, Andrea Saba, venni convinto a fargli vedere il film. Si sedette in cucina, dove c’era la tv con il videoregistratore e feci partire il film. Lui rimase lì, immobile. Con la curiosità che lo contraddistingueva, mi chiedeva diverse informazioni del tipo “Come avevamo girato quella scena”, “Quanto tempo ci abbiamo messo a farlo” ma al di là della sua gentilezza, quello che non riusciva a mascherare, era il suo sguardo. La sua faccia diceva tutto. Era inorridito. Quell’espressione non me la sono mai scordata. E quando, dopo di allora, ho provato a fare un altro tentativo, rivedevo la sua immagine che faceva di no con la testa. Per fortuna, grazie a lui, ho capito appena maggiorenne che la regia non faceva proprio per me. E Kezich me lo fece capire nel modo più educato e perentorio possibile.
Alle proiezioni stampa romane era lui con un grido o una frase tipo “Ndemo” che sollecitava di far iniziare il film. A quel punto la pellicola cominciava davvero. Tullio Kezich era una presenza fissa non solo lì ma anche nei festival internazionali, in particolar modo quello di Venezia che ha seguito ininterrottamente per 62 anni, dal 1946 quando era inviato per “Radio Trieste” al 2008. Era al tempo stesso un punto di riferimento per chi volesse iniziare a fare critica cinematografica e se oggi questa attività esiste lo si deve principalmente a lui e ad altri grandi quotidianisti della vecchia guardia come Morando Morandini, Giovanni Grazzini e Callisto Cosulich che l’avevano trasformato in un mestiere.
Ultimamente si lamentava spesso, a ragione, che lo spazio riservato alle recensioni era sempre più limitato a favore invece di eventi e gossip. Lui che aveva iniziato a inviare le prime corrispondenze già dal 1941 a “Cinema e Film”, che era stato una prestigiosa firma per la Settimana Incom e poi per “Panorama”, “La Repubblica” e “Il Corriere della Sera” vedeva che quest’area si assottigliava sempre di più. Eppure forse è stato tra i giornalisti che hanno avuto una delle capacità di sintesi più incredibili condensando in un pezzo breve trama, sguardo sul regista, riferimenti letterari oltre a un invidiabile equilibrio tra critica e informazione. Basta leggere l’inizio della recensione di Prima pagina di Billy Wilder: “Scritta nel 1929 da Ben Hecht e Charles Mac Arthur, The Front Page è la più bella commedia sul mondo dei giornali e un testo canonico del teatro americano. Ha già avuto due celebri versioni cinematografiche, quella diretta da Lewis Milestone nel ’31 (e mai arrivata in Italia) e quella in cui Howard Hawks cambiò sesso al personaggio del reporter, affidandolo a Rosalind Russell: La signora del venerdì (1940)". Non si faceva mancare neanche dell’ironia e una punta di cattiveria come nel caso di Com’è dura l’avventura di Flavio Mogherini: “Com’è dura l’avventura del critico cinematografico quando gli fanno trovare sotto l’albero film del genere di Com’è dura l’avventura. Del quale, per rispetto a Flavio Mogherini, non si vorrebbe neppure citare il nome del regista”.Kezich è stato grande amico di Fellini e Olmi è stato produttore in un momento di grande fermento per il cinema italiano fondando la casa di produzione “22 dicembre” (tra i titoli c’era Il posto di Olmi in cui lui era anche attore), lavorando come sceneggiatore per Lattuada (Venga a prendere il caffé da noi) e lo stesso Olmi (I recuperanti e La leggenda del santo bevitore, Leone d’Oro a Venezia nel 1988). Inoltre, come ha ricordato Alberto Crespi nel suo ricordo pubblicato sul sito dell’ “Unità”, ha presentato in Rai una di quella rassegne cinematografiche che hanno fatto storia, “Sui sentieri del West” dove John Ford, Howard Hawks, John Wayne, Henry Fonda e James Stewart stavano diventando volti familiari nelle case degli italiani. Più recentemente le sue presentazioni dei film in tv erano apparse su “Cine Classic” sempre interessanti, approfondite e ricche di aneddoti.
In questa sterminata attività, non vanno poi dimenticate la sua attività in Rai dove produce film come San Michele aveva un gallo dei Taviani e il Sandokan di Sollima, una delle fiction più popolari degli anni ’70, e la sua attività teatrale dove ha fatto rappresentare numerosi lavori tra cui quelli tratti da Svevo e Pirandello. Uno di questi, Il fu Mattia Pascal, è stato uno dei testi più rappresentati negli ultimi 30 anni.
Ci mancherà Tullio Kezich. Ci mancherà il suo linguaggio diretto, la sua passione (ricordo una conversazione con lui entusiasta di Un eroe borghese di Placido in linea con la tradizione del miglior cinema politico italiano), la necessità di informarsi su tutto e l’idea che il cinema è davvero una cosa seria. Ciò era evidente anche nelle sue ultime pubblicazioni, come la biografia su Dino de Laurentiis scritto con la moglie Alessandra Levantesi, critico de “La Stampa” e, ancora più recentemente il bellissimo Noi che abbiamo fatto La dolce vita edito da Sellerio, cronaca di quelle giornate vorticose tra l’estate del 1958 e l’autunno del 1959, una specie di diario della nascita del capolavoro di Fellini.
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