Olivier Assayas: sublimazione e obliquità
In occasione della presentazione alla presenza dell'autore de L'eau froide che si terrà oggi alle 21.15 al cinema Eden di Arezzo, nell'ambito della rassegna cinematografica "Cuori ribelli" organizzata da Sentieri selvaggi e Cineforum 2, ripubblichiamo un profilo dedicato a Olivier Assayas, scritto da Massimo Causo nel 2005
Dal disordine alla pulizia… Diciotto anni di cinema, dal 1986 al 2004, per l’ultimo vero figlio della nouvelle vague: nel disequilibrio armonioso di un film come Clean, Olivier Assayas trova la definizione migliore del suo filmare, le ragioni di uno sguardo tutto sbilanciato su un accadere emotivo, sempre teso sulla discrasia tra lo spazio che si occupa nella vita e lo sforzo spesso sovrumano di produrre un senso per le proprie emozioni… Era stata un’esperienza strana, nel 1986, trovarsi di fronte a un film come Désordre, nato dallo schianto tra un impulso emotivo e una tensione morale, dissonante nel suo tenere in campo il disordine di una gioventù che tagliava trasversalmente la realtà: la musica, l’impazienza, l’irrazionalità delle emozioni, la fragilità dei sentimenti, la paura di ciò che si è e di ciò che si sta diventando… Era stata un’esperienza strana (un paio di cortometraggi prima e il retaggio di un padre sceneggiatore di nome Jacques Rémy), perché pareva qualcosa di simile al battito del polso di un adolescente: cinema che si scopre pronto a una consapevolezza di sé, sguardo (d’autore e di spettatore) che svela un’identità…
Veniva dalla critica (benedetti “Cahiers du Cinéma”…), il trentenne Olivier, e tutto sommato non avrebbe mai messo da parte il labile senno di chi si sforza di restituire un senso alle cose… Il suo cinema nasceva come passione, attraversava come linfa cinefila il bisogno di raccontare e raccontarsi per mezzo dello schermo. Come critico, non a caso, era andato in cerca di uno sguardo il più possibile vergine e incondizionato, tanto da spingersi nello sconfinato territorio asiatico, divenendo, proprio per i “Cahiers”, uno dei primi appassionati esploratori di ciò che, sul fare degli anni ’90, andava definendosi come la “nouvelle vague” asiatica: Hong Kong e soprattutto Taiwan, dove conosce il grande Hou Hsiao-Hsien, che più tardi ritrarrà in un incredibile saggio per immagini (HHH – Portrait de Hou Hsiao-Hsien). Ecco come e perché Maggie Cheung diviene Irma Vep e poi la Emily di Clean, esempi straordinari di esistenza che si fa cinema, parentesi non conclusive che contengono momenti di vita di coppia oggi terminati, a descrivere uno dei tanti innamoramenti dal cui pulsare nasce la necessità del cinema di Assayas. Ecco da dove proviene la troppo spinta modernità di un capolavoro scritto sopra/dentro il mondo dei manga, in generosa avanscoperta come Demonlover : nel 2001 a Cannes fu un’odissea nello spazio dell’immaginario che spiazzò tutti (e pochi apprezzarono), se lo recuperate oggi in DVD avrete l’occasione di godervi il fulminante trip di un viaggio dieci anni in avanti, nel futuro del cinema. Uguale e contrario al passato del cinema muto (i serial di Feuillade) presentificato nel non meno formidabile Irma Vep…
Olivier Assayas, del resto, è capace di scrivere il suo cinema solo sulla trasversalità, sul divenire di scenari e figure che si traducono, cambiano di stato, mutano di luogo, producendo obliquità a fronte di un orizzonte troppo piano per essere vivo. Basterebbe rivedere oggiL’eau froide – quello che forse resta tuttora il suo capolavoro – per capire cosa s’intende: Assayas è capace di (de)scrivere il malessere come attimo di transizione, sublimando la gioventù (di una generazione, di un mondo, dei suoi protagonisti) nell’idealità di un’esistenza che non riconosce più il suo scenario, non sa collocarsi, non materializza una forma per sé e per i residui delle sue emozioni. Rileggete Clean alla luce di questa vana idealità e scoprirete come Olivier Assayas è ancora lì, coi suoi personaggi, sospeso sul luogo negato di una vita che attende di transitare. Chissà dove, chissà perché…
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