America oggi: l'umanesimo di Jason Reitman
Ritratto di un giovane talento che, con soli tre lungometraggi all'attivo, s'è dimostrato capace di essere sempre a stretto contatto con la società americana, tra ipocrisie della middle-class, temi scottanti e rapporti affettivi come ancora di salvezza
Ricevere quattro nomination agli Oscar nel giro di tre anni può essere considerato un record. Ancor più se si è solo un giovane regista-sceneggiatore con tre lungometraggi all'attivo. Certo, molti potrebbero pensare che tale trattamento sia una diretta conseguenza dell'essere uno dei tanti "figli di" a Hollywood, ma se poi si guarda ai tre film in questione, si capisce che non è il caso di Jason Reitman. Anzi, meglio non nominare i Ghostbusters in sua presenza.
Classe 1977, nato in Canada, ma cresciuto sui set, Jason è figlio del regista e produttore Ivan Reitman (suoi i Ghostbusters, appunto, e altri blockbuster come Kindergarten Cop) e dell'attrice Genevieve Robert. Difficile, allora, non innamorarsi del cinema, se lo si respira ogni giorno in casa. Reitman, però, decide di non approfittare dei suoi legami e di "farsi da sè". Dopo qualche particina da attore nei film anni Ottanta del padre, Jason inizia a dirigere cortometraggi autofinanziati, vendendo pubblicità per calendari da tavolo. Un self-made man, quindi, un prodotto di quella società americana che tanto sta a cuore al regista, nella buona e nella cattiva sorte.
«È disgustoso!» esclama Nick Naylor, guardando un dolce ricoperto di cheddar e infilzato con una bandierina americana, come fosse il suolo lunare. «È americano.» ribatte uno dei suoi amici MOD (Merchants of Death). Uno scambio di battute - tratto da Thank You for Smoking, il suo primo lungometraggio del 2005 - apparentemente semplice, ma che in realtà può fare da polso della filmografia di Reitman. Sin dagli esordi, il regista ha guardato alla società americana con occhio critico, tracciandone un ritratto in cui i vizi superano di gran lunga le virtù, toccando questioni scottanti come la pena di morte, la disoccupazione, l'aborto, mettendo in luce le ipocrisie di una middle-class ben pensante che predica bene, ma razzola molto male. Basti guardare Consent (2004), il suo ultimo cortometraggio, in cui due giovani al college trattano su cosa sia consentito durante l'imminente rapporto sessuale, appellandosi a immaginari avvocati che, nella camera da letto del ragazzo, contrattano su baci e carezze fino alla firma dell’accordo da parte dei “clienti”. Un ironico ritratto che viene elevato all'ennesima potenza in Thank You for Smoking, a partire dai titoli di testa, disegnati come fossero tanti pacchetti di sigarette, mentre la musica in salsa country incita a fumare fino all'ultimo letale tiro. Nel film, Reitman lancia un'occhiata sarcastica ai giochi di potere che regolano il commercio di beni di consumo made in USA come tabacco, alcool e armi, pur non demonizzando i lobbysti che li rappresentano, anzi, Nick Naylor e amici paiono molto più umani dei politici che popolano Washington e delle conduttrici televisive in stile Ophrah, che sfruttano casi pietosi per fare audience. Saranno pure spietati, ma in fondo i MOD fanno questo mestiere solo per vivere e pagare gli alimenti a ex-mogli. Reitman non risparmia neanche la stampa e l'industria dell'entertainement, rappresentati dalla rampante e discinta giornalista e dall'agente zen di Hollywood: l'etica diventa per questi personaggi una semplice parola vuota di significato, niente più che qualcosa a cui appellarsi quando si versa in cattive acque, mentre è prassi usare notizie confidenziali, ottenute con metodi poco ortodossi, e sfruttare la popolarità di star e stereotipi per pubblicizzare marchi di sigarette. Ma se si punta sul sarcasmo in maniera quasi paradossale in questo primo film, i successivi sono, invece, caratterizzati da toni più dolceamari nella loro ironia. Esemplare in Juno (2007, nomination agli Oscar come miglior regista) la sequenza in cui la sedicenne protagonista si reca al consultorio per abortire e sulla via incontra una sua compagna di scuola. Il dialogo tra le due, a tratti surreale, rispecchia perfettamente il dibattito pro-life e pro-choice che da anni divide l'America. Juno sembra decisa a non avere il suo bambino, ma sarà proprio il piccolo, insignificante particolare (le unghie che già crescono in un feto di poche settimane) di cui parlava l'amica a farle cambiare idea. L'ironia diventa, poi, tragica in Up in the Air (2009). Reitman ha voluto che dei veri lavoratori licenziati di recente recitassero nel film, accettuando così l'atmosfera di crisi che permea la pellicola dalla prima all'ultima scena. La recessione diventa materia su cui ironizzare, ma mai in maniera irrispettosa per coloro che la vivono. Se si scherza, non è nel modo politically uncorrect che caratterizzava il primo film, ma in toni sommessi.
Cos'è che allora si può ancora salvare in una società simile? La risposta sembra arrivare dalle storie dei protagonisti stessi. Sono loro i veri narratori del film con i loro pensieri e riflessioni, che si concretizzano sullo schermo in immagini simili a flash, proprio come se fossero suggestioni mentali associate in maniera quasi casuale. Reitman si concentra su di loro, li immerge nell'ambiente, li ritrae in modo semplice, ma al tempo stesso usa la macchina da presa con i suoi movimenti in maniera avvolgente, come a proteggerli dalla frenesia del mondo esterno, tentando di entrare nel loro subconscio. Nick Naylor e Ryan Bingham, il protagonista di Up in the Air, sono due uomini-bambini, dei Peter Pan che danno al loro lavoro la massima priorità. Juno McGuff è, invece, poco più che una ragazzina, una sedicenne che, però, quando si trova in una situazione difficile comincia a comportarsi in maniera matura, una saggia che fuma la pipa in poltrona e che si dimostra molto più adulta degli adulti stessi («Non so se sono pronto a essere padre» annuncia Mark, il futuro genitore adottivo). Tutti e tre sono accomunati da una difficoltà nello stabilire dei rapporti con le persone che amano, ma saranno proprio questi rapporti a salvarli, sembra dire Reitman. Il legame tra Nick e il figlio si fa via via più profondo, portando Naylor a prendersi le proprie responsabilità, a interrogarsi su cosa è giusto o sbagliato perchè, nonostante il figlio sia il più maturo dei due, deve poter essere un buon modello. Questo rapporto si ritrova anche tra Ryan e Natalie, l'aspirante tagliatrice di teste che gli viene affiancata. Il confronto con la giovane ingenua dai saldi principi porta Ryan a mettere in dubbio il suo stile di vita: improvvisamente si accorge che anche lui è in grado di provare dei sentimenti,
è travolto in maniera inaspettata dall'amore per una donna e, solo attraverso questo percorso di crescita, alla fine capirà che «la vita è meglio in compagnia». Juno stessa trova conforto nel rapporto con la sua famiglia, sempre di supporto, nonostante il padre avrebbe preferito che la figlia fosse stata arrestata per spaccio di stupefacenti piuttosto che rimanere incinta. Sono loro che le indicano la giusta via, in particolare se messi a confronto con la famiglia, appena nata e già distrutta, dei futuri genitori adottivi. La famiglia. Uno dei capisaldi della società americana sembra essere la risposta. Non importa se è una famiglia allargata, disfunzionale o metaforica, ciò che conta è la stabilità che riesce a dare, la sensazione di non essere soli in questo mondo.
«Siamo animali solitari. Passiamo la vita a cercare di essere meno soli.» affermava Steinbeck. E Reitman, con il suo umanesimo, sembra averlo capito perfettamente.
Jason Reitman e gli altri registi candidati all'Oscar nel 2010 parlano del loro mestiere
Jason Reitman parla di Up in the Air
Consent (2004)
Titoli di Thank You for Smoking (2005)
Video musicale tratto da Juno (2007)
Trailer di Up in the Air (2009)
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Conferenza di Reitman alla DePauw University (Inglese)
Sito ufficiale di Thank You for Smoking (Inglese)
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