Russell Crowe, Rusty Never Sleeps
Pistolero, poliziotto, gladiatore, matematico, peso massimo, capitano e ladro gentiluomo: Russell Crowe (7 aprile 1964, Wellington, Nuova Zelanda) è sempre lì, braccia da muratore, sorriso rubacuori e spirito selvaggio, corpo-cinema in miracoloso equilibrio fra divismo e Metodo, intuito e studio del personaggio. Nei cinema e a Cannes 63 con Robin Hood di Ridley Scott, al suo quinto film con l'attore neozelandese
RUSSELL CROWE, Rusty Never Sleeps
“It's a long way to the top…”
Ronald Belford Scott
Russell Crowe nasce il 7 aprile del 1964 a Strathmore Park, nella periferia di Wellington in Nuova Zelanda, da Alex Crowe e Jocelyn Yvonne Wemyss, addetti al servizio di catering negli alberghi e sui set cinematografici. La famiglia vanta antenati Maori, il che spiegherebbe in parte il carattere selvaggio di Rusty (così Crowe viene soprannominato dai colleghi), mentre il nonno materno, di origini gallesi, ha lavorato nel cinema come operatore di macchina. Nel 1968, Russell e il fratello maggiore si trasferiscono insieme ai genitori in Australia ed è proprio lì che il giovane gladiatore inizia a recitare nella serie tv Spyforce.
Terminati gli studi alla Auckland Grammar School in Nuova Zelanda, stringe amicizia con Dean Cochran, che diventerà poi il chitarrista della sua band, i 30 Odd Foot of Grunts. Dopodiché, supera i test d’ingresso del prestigioso National Institute of Dramatic Arts di Sydney e viene scritturato da compagnie teatrali locali per interpretare ruoli in musical come Grease e The Rocky Horror Show. Nel frattempo, ottiene una parte nella soap opera australiana Neighbours.
Il 1990 è l’anno del debutto sul grande schermo, nel romantico The Crossing, sul cui set incontra la futura moglie Danielle Spencer, seguìto da Giuramento di sangue di Stephen Wallace, insieme al Terry O'Quinn di Lost e alla cronenberghiana Deborah Kara Unger. La fortuna arride
al buon Russell, che viene notato da Sharon Stone e ingaggiato nella parte del reverendo, ed ex pistolero, Cort in Pronti a morire di Sam Raimi. Quindi, dopo alcuni insuccessi, tra cui lo scombiccherato ma interessante Virtuality di Brett Leonard (sorta di remake futuristico dell'ottimo Verdetto finale di Russell Mulcahy/Steven E. de Souza, sempre con Denzel Washington), in cui il Nostro si faceva notare per il suo villain istrionico e schizofrenico, Crowe viene definitivamente accolto nel gotha di Hollywood, per merito del grande (neo)classico Curtis Hanson e del suo L.A. Confidential, portando sullo schermo il bruto poliziotto Bud White uscito dalla penna di James Ellroy.
Ormai la strada per il successo è tutta in discesa per l’attore neozelandese: dapprima Insider - Dietro la verità, capolavoro di Michael Mann che lo costringe a ingrassare di venti chili per interpretare l’ingombrante (leitmotiv di molti personaggi croweiani, non solo fisico ma soprattutto ideologico) cinquantenne Jeffrey Wigand e che lo ripaga con la prima nomination all’Oscar, poi vinto da Kevin Spacey di American Beauty; dunque è il momento de Il gladiatore di Ridley Scott, (non)autore con cui stringerà un sodalizio che durerà per altri quattro film: il sottovalutato Un’ottima annata, il saggio sull'imprenditoria (afro)americana American Gangster, il teorico e incompreso Nessuna verità e Robin Hood, nei panni dell’Uomo in Calzamaglia. Sarà proprio il suo Massimo Decimo Meridio a farsi carico della sostanza mitopoietica del film e a valergli l’Oscar per il Miglior Attore nella notte del 25 marzo 2001. Lo stesso anno è in Rapimento e riscatto di Taylor Hackford, thriller d’azione che verrà purtroppo ricordato per la storia d’amore con Meg Ryan e non per le sue qualità filmiche. Il 2002 è l’anno della terza nomination agli Oscar, col bellissimo A Beautiful Mind di Ron Howard, in cui Crowe (attore neoclassico per eccellenza) interpreta il matematico Premio Nobel per l’economia John Nash; con Howard girerà anche l’altrettanto splendido Cinderella Man, ispirato alla vera storia del campione dei pesi massimi James J. Braddock, eroe proletario che ben si attaglia all’immagine e alla vita dell’attore di Wellington. Due anni prima, Crowe è il capitano Jack Aubrey nel grandioso Master and Commander di
Peter Weir, che gli permette di tornare alla dimensione epica e leggendaria de Il gladiatore.
Recentemente ha interpretato il bandito Ben Wade nel misconosciuto Quel treno per Yuma di James Mangold, al limite – ma mai al di là – del gigionismo e della cinefilia, e il giornalista Cal McAffrey nel thriller settantesco State of Play di Kevin MacDonald, scritto da teorici della contemporaneità come Matthew Michael Carnahan (The Kingdom) e Tony Gilroy (la trilogia di Bourne).
Pistolero, serial killer, poliziotto, ricercatore, gladiatore, matematico, peso massimo, capitano, broker, cowboy, burocrate, giornalista, ladro gentiluomo, Russell Crowe è sempre lì, braccia da muratore, sguardo truce e sorriso rubacuori, corpo-cinema in miracoloso equilibrio fra divismo e Metodo, intuito e studio del personaggio. Un Clark Gable nel corpo di Marlon Brando. E viceversa.
Crowe risponde a Steve Kroft nel programma 60 Minutes a proposito della sua parodia in South Park.
Il discorso di ringraziamento di Crowe alla consegna dell'Oscar per Il gladiatore.
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