John C. Reilly, the "All American Actor"
Se la vera differenza tra gli attori americani e quelli europei risiede proprio nell’aver compreso a fondo la natura “minimale” della recitazione cinematografica - al cospetto della tonitruante tradizione teatrale del vecchio continente - allora John C. Reilly è l’incarnazione perfetta dell’attore americano che “non recita”. Vive in scena. Dal debutto sul grande schermo nel depalmiano Vittime di guerra sino al recente Cyrus dei fratelli Duplass: lo straordinario percorso di uno dei corpi attoriali più “scrivibili” degli ultimi decenni

Uno dei tanti frammenti dell’immenso capolavoro di Terrence Malick La sottile linea rossa: il sergente Welsh e il sergente Storm sono seduti a parlare, in una breve tregua seguita all’atroce battaglia di Guadalcanal. Lì vicino, dietro una tenda, c’è l’ospedale di campo con soldati americani che gemono e muoiono sofferenti. Storm dice: «Non importa quanto tu sia pronto, quanto tu sia attento…se ti ammazzano o no è solo questione di fortuna. Non fa alcuna differenza chi sei o quanto tosto tu sia: se sei nel posto sbagliato al momento sbagliato, sei fottuto. Guardo quel ragazzo morire, e non sento niente. Non m’interessa più di niente…». Una frase/fantasma che squarcia lo stomaco, detta con sguardo rivolto verso il vuoto, verso un fuori campo opprimente. Una frase che sembra custodire il cuore pulsante di cento anni di cinema e letteratura americana (dal western primigenio di Fenimore Cooper e John Ford fino ai noir/western metropolitani di Michael Mann o Cormac McCarthy). Una frase detta da un personaggio che vedremo poco in quel film e pronunciata con una impassibilità di straziante e pulsante umanità. Storm è interpretato da John C. Reilly. E basterebbe guardare e riguardare in un loop incessante questa meravigliosa scheggia di cinema per porlo nell’Olimpo dei grandissimi.
John Christopher Reilly nasce a Chicago il 24 maggio 1965 da padre irlandese-americano e madre lituano-americana, nel
più classico dei meltin pot a stelle e strisce. Vive la sua giovinezza nel mito dei grandi antidivi anni ’70 (Pacino, De Niro, Walken, Hoffman, Nicholson, Hopper e tutti gli altri figli di Marlon Brando…) e si forma come attore sui palcoscenici studenteschi, scrivendo e dirigendo piéce di buon successo. Nel 1987 si diploma alla Goodman School of Drama di Chicago e proprio una sua produzione, Walking the Bogiee (che verrà vista ed apprezzata da Brian de Palma) gli varrà il suo primo ruolo sul grande schermo: quello di Herbert Hatcher in Vittime di guerra del 1989. Guarda caso il ruolo di un soldato, il primo di una ricchissima galleria di “all american boys”. Reilly entra a far parte in pianta stabile della nutritissima schiera di quei charcters actors hollywoodiani che hanno da sempre fatto grande il cinema americano. Quegli attori “tutto volto”, che vivono solo nei loro personaggi e di cui la gente ricorda raramente il nome, ma ne riconosce immediatamente le fattezze. E come in un flash di memoria vengono in mente i familiari volti di Ben Johnson e Walter Brennan nei film di Ford, o di Slim Pickens e Warren Oates in quelli Peckinpah: le vere "facce" del cinema americano. Ecco, John C Reilly - insieme forse a John Turturro, Steve Buscemi e W. H. Macy - è il volto più vero del nuovo cinema americano. Una fisicità normalissima la sua: né bello né brutto, sorriso dolce e sguardo spaesato che ne fanno uno dei corpi/cinema più “scrivibili” degli ultimi decenni. Un corpo che non tracima mai il perimetro del cinema e che, non scontando derive divistiche, rimane sempre ossessivamente confinato al di dentro del personaggio che interpreta e del film che lo inquadra. Un corpo la
cui invisibile normalità sembra quasi materializzarsi dalle pagine di un racconto di Carver. Ed è questa la più grande prerogativa della sua raffinatissima recitazione: una strabiliante naturalezza di parole e movimenti che ricorda tanto da vicino gli attori della scuderia cassavetesiana. Avesse avuto vent’anni di più, Reilly non avrebbe certo sfigurato a duettare con Geena Rowlands in uno dei tanti ruoli da loser scolpiti da Cassavetes sui Volti di Seymour Cassel, Ben Gazzara o Peter Falk.
Piccoli ruoli per iniziare quindi: da Non siamo angeli di Neil Jordan fino a Ombre e nebbia di Woody Allen. E poi l’incontro della vita: quello con Paul Thomas Anderson. Inizia una memorabile collaborazione che lo porterà a vestire i panni di “ragazzi americani” diversissimi, eppure sempre credibilissimi. In Sydney - primo film da regista dell’autore californiano - veste i panni di John Finnegan, un figlio senza padre ingenuo e sofferente alla ricerca di una personale “frontiera”. L’apoteosi dell’all american boy: lo vediamo comparire nella prima scena del film mentre è accovacciato e infreddolito vicino a un diner. Lo guardiamo attraverso gli occhi di Sydney (Philip Baker Hall) scoprendolo proprio attraverso la soggettiva di quello che “diventerà” suo padre. E Reilly inghiotte totalmente il suo personaggio, regalando un saggio di recitazione disperata e minimale (sembra un ossimoro, ma non lo è) che tocca nel profondo ogni "nota" emotiva. E poi, subito dopo, il porno
attore anni ’70 in quell’incredibile escalation cinematografica che è Boogie Nights: film dove miti, corpi, immagini, pulsioni, cinema e sentimenti vengono frullati con una geniale spudoratezza. E John è lì, a duettare con Mark Wahlberg e a fargli da spalla/specchio nel suo percorso di perdizione/conoscenza. E ancora in Magnolia, dove il poliziotto Jim è il vero Caronte del film, che ci scorta nel girone infernale andersoniano verso l’agognata catarsi biblica. L’infinito candore che Reilly infonde in un personaggio che passa dall’umiliazione all’estasi amorosa, dalla consapevolezza del “male” sino alla forza del perdono, è di una efficacia sconvolgente. P.T. Anderson è il miglior regista della sua generazione anche perché ha compreso benissimo l’importanza di ogni singola, anche piccolissima, scelta di casting.
Ma John C. Reilly è anche molto altro. È l’attore che nello stesso anno, il 2002, riesce a ritagliarsi tre interpretazioni in altrettanti film candidati all’Oscar come Best Pictures. Una specie di record. E per di più con ruoli straordinariamente differenti tra loro: dall'ingenuo Amos Hart nel musical Chicago (che gli vale anche una candidatura all’Oscar per la sua magnifica performance musicale), allo sfumatissimo ruolo del marito di Julianne Moore in The Hours, fino al “mostruoso” poliziotto/gangster irlandese Happy Jack nello scorsesiano Gangs of New York. Eclettismo attoriale che lo fa rimbalzare dagli “alti” palcoscenici teatrali di Sam Shephard (True West e candidatura al Tony Award) alle deliranti commedie con Will
Ferrell dove si ridefinisce il concetto stesso di comicità demenziale (Ricky Bobby e Fratellastri a 40 anni); da quella ferocissima satira sull’ambiente musicale che è Walk Hard di Jack Kasdan, fino al ruolo di chioccia per giovani registi indipendenti come i fratelli Duplass nel recente Cyrus. Insomma, se la vera differenza tra gli attori americani e quelli europei (al di là delle coltissime disquisizioni su Metodo o non Metodo) risiede proprio nell’aver compreso a fondo la natura “minimale” della recitazione cinematografica - al cospetto della tonitruante tradizione teatrale del vecchio continente - allora John C. Reilly è l’incarnazione perfetta dell’attore americano che “non recita”. Vive in scena. Basta solo guardarlo ancora con il suo vecchio cappello da cow boy, nel dolcissimo show/testamento altmaniano di Radio America, insieme a Woody Harrelson a cantare e vivere ancora di Bad Jokes...
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