S.O.B. – SONS OF BLAKE
Per conferma, e allo stesso tempo per smentire, Edwards progredendo si è saputo rivelare il figlio più portato e devoto di se stesso. Più che cannibalizzare il proprio immaginario, Blake Edwards continuava a sbattere contro gli stessi muri, frantumandoli e passandoci attraverso. Il grande Blake con la sua opera ci ha spiegato come il cinema nasca dal desiderio inceppato tra le pulegge del dispositivo. Ora quella risata non c’è più, ma la lacrima rossa sgorgata dalla puntura del dito nell’occhio rimane
“Come entriamo?”
“Bussa alla porta e dì che sei morto.”
“Non fa ridere…”
E come spesso e malauguratamente accade, solo una volta che la morte ne ha fermato in maniera definitiva i contorni del lemma sulle enciclopedie, ci si rende conto invece di quanta vita sia fluita da quelle mani, da quegli occhi, da quel cuore. Non si andrebbe troppo lontani dall’affermare il vero se si scrivesse che non esiste un fotogramma di qualsiasi commedia americana degli ultimi trent’anni che non debba tutto o pressoché tutto a Blake Edwards.
Così come ci è toccato leggere e sentire di Tiffany e dell’Ispettore Clouseau tirati in ballo per anni a paragone praticamente di qualunque fremito sentimentale newyorkese o qualunque capitombolo, per conferma e allo stesso tempo per smentire Edwards progredendo si è saputo rivelare il figlio più portato e devoto di se stesso. Il gioco funziona addirittura a salti di decadi: non solo il decisivo La Pantera Rosa sfida l’Ispettore Clouseau (1976) potenzia e moltiplica esponenzialmente gli Spari nel buio (1964), ma a vedere uno dietro l’altro 10 (1979) e Skin Deep (1989) si ha la precisa impressione che Il piacere è tutto mio funga da integrazione, progressione al discorso intrapreso dieci anni
prima.
D’altra parte, proprio John Ritter in Skin Deep finisce ad un certo punto intruso ad un Party in abito da sera, lui unico vestito in uno sgargiante costume da corsaro, ancora irrimediabilmente e maestosamente fuori luogo fuori spazio fuori tempo, a vent’anni di distanza da Hrundi Bakshi (1968). Più che cannibalizzare il proprio immaginario, Edwards continuava a sbattere contro gli stessi muri, frantumandoli e passandoci attraverso, proprio come fece schizzando con la sua sedia a rotelle a propulsione sul palco degli Academy Awards nel 2004, per ritirare il suo (unico) Oscar alla carriera in corsa dalla mano di Jim Carrey prima di schiantarsi contro una parete di cartone, distruggendola.
La necrofilia che il critico Adrian Turner imputava a Edwards in occasione di Sulle orme della Pantera Rosa (1982) ovviamente non teneva conto d’un capolavoro come S.O.B., di poco precedente (è del 1981), in cui amici, amori e colleghi si dividono smembrandolo il cadavere di un produttore cinematografico non ancora nemmeno morto, e a cui alla fine della storia toccherà crepare per davvero per vedere la sua salma trafugata sul serio. A quel punto, assemblare 40 minuti di film con sketch scartati e sequenze alternative degli altri episodi della Pantera Rosa per mettere su un episodio della saga di Clouseau nonostante Peter Sellers fosse appena trapassato, non sarà parso a Edwards discostarsi poi di molto da quello che ci stava già raccontando su Hollywood.
Ad un genio che, tra i film degli esordi, ha filmato le visioni etiliche di Jack Lemmon nello strepitoso I giorni del vino e delle rose (1963), dando poi una risposta al finale “aperto” di quel film 15 anni dopo con Così è la vita! (1986), non sarà mancato tantissimo il set quando decise di rifugiarsi unicamente nelle sue personali visioni su tela, dedicandosi a dipingere, scolpire, tornare alla ribalta giusto per dirigere a metà anni ’90 la versione musical del suo Victor/Victoria con coreografie di Rob Marshall e l’amata moglie Julie Andrews a riprendere il ruolo della pellicola del 1982.
Era nato il 26 luglio 1922, aveva un notorio caratteraccio che non gli aveva impedito di circondarsi degli stessi collaboratori per quasi l’intera carriera (una decina di film interpretati d
alla Andrews - vedi galleria fotografica -, pressoché tutte le colonne sonore firmate dal magnifico Henry Mancini…), e allo stesso tempo anche l’umiltà di rapportarsi con Francois Truffaut (il suo remake de L’uomo che amava le donne con Burt Reynolds è del 1983) e di interessarsi, pare, a una sua versione di Donne sull’orlo di una crisi di nervi di Almodovar, rimasta sulla carta. Sembra sia morto il 15 dicembre 2010, ma forse è solo l’ennesimo trabocchetto o camuffamento per beffare Cato.
Alla stregua di Dudley Moore che se vuole riuscire a fare l’amore con Bo Derek è costretto ad alzarsi dal letto e rimettere continuamente la puntina del giradischi all’inizio del Bolero di Ravel (forse la sequenza più esemplificativa di tutta questa filmografia), Blake Edwards con la sua opera ci ha spiegato come il cinema nasca dal desiderio inceppato tra le pulegge del dispositivo. Con una risata irridente e sdegnata, il grande Blake infilava il suo bastone tra le ruote del meccanismo: ora quella risata non c’è più, ma la lacrima rossa sgorgata dalla puntura del dito nell’occhio rimane.
Ma quale Edison? Quale Griffith? Quale Al Jolson?
Faremo noi la storia del cinema!
Un monumento cinematografico all’umana immoralità!
Una profezia in celluloide del castigo a venire!
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