She sends me blue valentines. Michelle Williams
...Eppure, questa qualità “orfana” e abbandonata della Williams, il suo trattenere una specie di dolore muto nei tratti delicati, la sua capacità di aderire alla gestualità anche un po' trasandata, ma gentile, di una ragazza qualunque, già in incubazione a quei tempi, sarebbero stati scoperti molto più tardi e tirati fuori nel migliore dei modi dalla straordinaria sensibilità di Kelly Reichardt e dall'onestà di Derek Cianfrance.
To send me blue valentines/Like half forgotten dreams/Like a pebble in my shoe/As I walk these streets/And the ghost of your memory/Is the thistle in the kiss/And the burgler that can break a roses neck/It's the tatooed broken promise/That I hide beneath my sleeve/And I see you every time I turn my back
Tom Waits, Blue Valentine, 1978
“Per molto tempo mi sono sentita come una ferita aperta ambulante, dovunque andassi. C'è questa citazione di Joan Didion [la scrittrice inglese] in cui dice che si sentiva afflitta fin dalla più giovane età da un sentimento di perdita. Sono venuta al mondo così? O è una specie di talento?”
Michelle Williams, cit. in New Zealand Herald
C'è qualcosa nel viso dolce di Michelle Ingrid Williams che la legherà per sempre alla bambina di Kalispell, Montana, che si trasferisce in California. Un'ombra di malinconia che a lato della sua figura minuta, negli ultimi 20 anni, si è andata ad annidare nei ruoli imposti e in quelli scelti, dentro e fuori schermo. Un buon esperimento è guardarsi una manciata di foto dai red carpet negli ultimi 3 anni: la Williams di oggi, attrice affermata, sotto gioielli e vestiti di rito, tra poco nuova Marilyn, sembra una bambina adulta, seria ma non abbattuta, che ha visto molte cose, non le ha comprese tutte, ma tira avanti con un sorriso coraggioso.
Facciamoci sotto e iniziamo dall'inevitabile pietra dello scandalo: Dawson's Creek. Un telefilm non proprio buonista, certamente inoffensivo e politicamente corretto, con cui il tempo che passa non è stato molto gentile, e che per gli altri protagonisti resta un episodio con cui venire a patti: su cui operare un rovesciamento situazionista (il feroce nichilista ellisiano di Le regole dell'attrazione, il killer di Criminal Minds e le autoparodie di jamesvandermeme per il buon James Van Der Beek), oppure da seppellire sotto le borsette di Vuitton e il sorriso meccanico della moglie robotica-scientologyca-kidmanica (Katie Holmes, e prima o poi dovremo affrontare l'agghiacciante nesso tra la trasformazione mediatica della giovane moglie di Tom Cruise in consorte robotica e la parallela mutazione al botox della prima moglie Kidman, dopo La
donna perfetta e Invasion. Ma non qui e non oggi).
E Michelle? Emancipata dai genitori a 15 anni, affrontava nella sua prima porta d'accesso a Hollywood, dopo piccolissimi ruoli, l'immagine speculare della sua vita: la timida biondina che viene scagliata nei pressi della chiassosa San Diego, cominciando a sognare un futuro di attrice come la Diane di Mulholland Drive, nel telefilm in questione, tra i 18 e i 23 anni, diventa la classica lost girl Jen Lindley, che viene instradata dalla lussuriosa Grande Mela a una tranquilla cittadina di provincia per calmare i suoi bollenti spiriti, finisce per mostrare che ha solo bisogno d'affetto, supera intelligentemente la sua sana avversione per la religiosità bacchettona della nonna e come risultato finale, schiatta orrendamente di un male incurabile (il che ha un po'il sapore di una punizione, ma come dicevamo, Dawson's Creek non è stata propriamente una storia coraggiosa). Eppure, questa qualità “orfana” e abbandonata della Williams, il suo trattenere una specie di dolore muto nei tratti delicati, la sua capacità di aderire alla gestualità anche un po' trasandata, ma gentile, di una ragazza qualunque, già in incubazione a quei tempi, sarebbero stati scoperti molto più tardi e tirati fuori nel migliore dei modi dalla straordinaria sensibilità di Kelly Reichardt e dall'onestà di Derek Cianfrance.
Ma andiamo con ordine: alla maratona Dawson segue qualche anno di titoli di scarsa importanza, compare in Prozac Nation (2001) accanto a Christina Ricci, in alcune pellicole indipendenti, comincia a farsi notare con La terra dell'abbondanza (2004) di Wim Wenders. Nel 2005, ne I segreti di Brokeback Mountain, conquistandosi una nomination agli Oscar come miglior attrice non protagonista, sarà Alma, il primo ruolo che in un certo senso raffigura quella che probabilmente sarebbe stata la vita di una giovane donna di certe americhe rurali: la semplice moglie-ragazzina di un cowboy del Wyoming che lavora in un supermercato, pretende una casa più spaziosa, cova per anni il risentimento verso il suo uomo che ama disperatamente un altro, si vede naturalmente inquadrata nello status di moglie e di madre e tace ferocemente decisa a conservarlo.
Da qui in poi potremmo idealmente iniziare un racconto triste e felice, e potremmo chiamarlo “il silenzio di Ms. Williams”: un percorso cinematografico che sembra poter fare abbastanza a meno della parola, si articola però in una serie di ritratti parlanti, di un'attrice-atleta che cresce di pellicola in pellicola senza cedere all'atletismo fine a se stesso, senza ansia da prestazione, ma conservando una strana umanità, una ragazza che in qualche modo comincia a incarnare sullo schermo le mille facce di una giovane donna dolente, fragile ma impulsiva, tenera con gli indifesi e indifesa verso i compagni di vita. Non sempre amabile anche se bellissima (The Hottest State, nel 2006, dal bel romanzo di Ethan Hawke, altro attore che a suo modo ha rappresentato una generazione che pian piano si rassegna a crescere e a perdere le illusioni) capace di risse e veemenza ma soprattutto di rimandare con lo sguardo sempre a un'altra da sé (che ci verrebbe voglia di andare a ripescare da un altro suo film) e di tornare di tanto in tanto alla finta superficialità da diva che le fa da corazza - la breve versione di Edie Sedgwick, modella e attrice di Andy Warhol e flirt di Bob Dylan, nella vertiginosa realtà parallela di I'm not there (2007) per Todd Haynes, la Claire seconda moglie di Synecdoche New York (2008) per Charlie Kaufman.
Complici, sicuramente, per il nostro immaginario inguaribilmente scosso dalla commistione tra bellezza e morte, come ben sapeva “Nevermore” Edgar Allan Poe -
la storia d'amore con il talentuoso e sfortunato Heath Ledger, la nascita della figlia Matilda (omaggio al libro di Roald Dahl), la morte di Heath (veramente “bello e dannato”, ma soltanto nel senso di My Own Private Idahodi Gus Van Sant e non nel vocabolario della spazzatura gossip), il composto e sincero rifiuto da parte della Williams di sottoporsi al pandemonio mediatico scatenatosi di conseguenza. Non è detto che la biografia di un'attrice debba per forza aggiungere qualcosa al suo lavoro espressivo – ma è un fatto che negli ultimi anni Michelle Williams sembra aderire sempre più dolcemente, sempre più dolorosamente alle icone quotidiane e sperdute che interpreta nei suoi film: soprattutto nel bellissimo Wendy and Lucy (2008), "western dallo spirito bressoniano" che segna la sua prima volta nelle mani di Kelly Reichardt, straordinaria e unica storyteller dell'America dei diseredati. Wendy è una vagabonda forzata, una nomade per necessità, una per cui la sopravvivenza non contempla l'abbrutimento morale e la perdita della dignità: i poveri contemporanei sono dappertutto, lavano magari i loro stracci quando possono. Proiettata verso l' Alaska, in cerca di un lavoro da caporalato (ma nella capacità di vivere con poco
, non tanto diversa dal Chris di Into the Wild) attraversa l'Oregon senza nient'altro che una sorella, il cane Lucy, saprà rinunciare anche a lei che ama sopra ogni cosa, non smetterà di riconoscere un briciolo fortuito di calore umano, quando sfiorerà la sua incrollabile solitudine. Il produttore è Todd Haynes, che la Williams cita tra i suoi registi preferiti, e l'esperienza con la Reichardt - con il suo cinema ha un'affinità elettiva - sarà rinnovata nel 2010 con Meek's Cutoff, grande affresco western decostruito in cui la sua Emily, capace di imbracciare un fucile, è contemporanea anche in costume e riesce a comunicare un senso febbrile di sfida e di coraggio anche intenta ai mestieri della pioniera ottocentesca.
In Mammoth (2009) Lukas Moodysson la adotta per farne quasi una versione benestante della sua indimenticabile Lilja (for ever): peccato, Mammoth è fiacco, malgrado il talento del regista svedese, e la coppia Ellen e Leo (Michelle Williams e Gael García Bernal) si fa dimenticare presto. Poco male: in Shutter Island (2010) per Martin Scorsese l'attrice è veramente un'icona dell'amor perduto, nelle visioni di un altro Leo, Di Caprio, brucia nelle sue braccia, nei flashback sorride radiosa come una casalinga anni '50, matricida insospettabile, e in Blue Valentine (2010) il bravo Derek Cianfrance le offre una parte perfetta (nominata all'Oscar, ma purtroppo non premiata – per chi scrive, la performance della Williams d'altronde è esattamente opposta a quella perfezionista della Portman-Cigno. E a proposito di Oscar 2010, si guardi assolutamente l'abbraccio catturato da un fotografo, un istante di cinema toccante quasi miracoloso rapito in mezzo alla varia mondanità da cerimonia, tra la Williams fragilissima e Jake Gyllenhall, che la stringe piano per non romperla, compagno di set in Brokeback Mountain, testimone degli eventi e padrino della figlia).
Blue Valentine è un film bello e sincero, totalmente privo di certa coolness artificiosa in cui degenera qualche volta il Sundance Film Festival, il racconto su come si entra e si esce dall'amore col collo spezzato, più e meno adulti, di due persone che crescono insieme, uno sguardo pudico (altro che “torride scene di sesso” d'egitto, come hanno fatto presto a titolare i giornali! mai nudi sono stati più onesti, teneri e amari, grazie anche alla incredibile alchimia della Williams e di Ryan Gosling) e un diario minimale su due persone normali e innamoratissime e della loro parte in questa vita, con tutte le sue imperfezioni, le sue nevrosi, i suoi irripetibili magic moments, il suo non risolversi mai definitivamente. In Italia non è ancora uscito. Per fortuna che ci sono gli Unknown Pleasures...
Oggi Michelle Williams ha i capelli corti “come Jean Seberg”, vive a Brooklyn con sua figlia e divora libri. A breve la vedremo diretta da Simon Curtis in My Week with Marilyn nei panni di Marilyn Monroe, e soprattutto accanto a Seth Rogen in Take This Waltz, secondo film, dopo l'ottimo Away from Her, della canadese Sarah Polley: quasi coetanea, e padrona di casa di un personale paradiso delle attrici che meglio rappresentano il presente, scosso dalle promesse degli anni '80, passato per la disillusione dei '90 e imbevuto del delirio secolare degli anni 2000. Ma questa è un'altra storia.
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Complimenti Margherita. Un articolo favoloso: scritto bene ma, soprattutto, profondamente sentito . Condivido tutto. Anche l'interpretazione del fascino della Williams, che ho amato in Dawson's Creek (ah, citiamolo Joshua Jackson, l'unico che si è reinventato in Fringe) e che amo sempre di più come attrice e mia musa di stile. Da ragazzina cresciuta, come mi sento io. Brava!
Inviato da Melania il 07/04/2011 -
Bellissimo pezzo.
Inviato da Mimiko il 14/03/2011 -
Così è come andrebbero scritti gli articoli/profili degli attori ( o dei registi, o di chiunque altro). Con le informazioni, con la scrittura, le immagini e, soprattutto, col cuore.
Che meraviglia!
Inviato da Dreamers il 10/03/2011
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