Ryan Gosling, l'interprete autore


Se c’è un tratto che distingue Ryan Gosling da altri grandi attori della sua generazione è l’irrequietezza che lo porta, anche all’interno della stessa pellicola, a vivere più personaggi contemporaneamente in un unico ruolo. Copilota di autori emergenti, lavora se necessario in direzione contraria alla messa in scena: non solo attore, ma autore dei propri personaggi, supera così i difetti dei film che interpreta, raccontando, con sguardi che fanno persino male, altri mondi e altre storie

A vederlo in Drive, solo l’ultimo di una galleria di personaggi tormentati, ai limiti della follia o già precipitati in un vortice di disperazione, nessuno lo accosterebbe più al bambino prodigio del Mickey Mouse Club, che si divideva gli sketch con l'altro fenomeno del momento, Justin Timberlake, esploso  con l'incredibile performance nei panni di Sean Parker in The Social Network.
Eppure l’universo disneyano sembra sempre in qualche modo presente nella carriera artistica di Ryan Gosling, seppur come riferimento negativo da cui allontanarsi il più possibile. Tanto che sin dagli esordi nel Cinema, quello con la C maiuscola, (giunto dopo una buona dose di gavetta televisiva culminata in Young Hercules), il trentunenne canadese sembra aver introiettato nelle sue scelte artistiche il percorso esistenziale del Danny di The Believer.

Nella storia del ragazzo ebreo che rigetta una cultura ingombrante arrivando ad incarnarne l’esatto opposto sembra di leggere la stessa parabola attoriale di Gosling, che dopo un’infanzia da mousketeer, idolo delle ragazzine, si è trasformato con una volontà ferrea, quasi militare, in un interprete di nicchia, sempre alla ricerca di personaggi estremi, e, parallelamente, in talent scout di cineasti a cui fare da copilota, come dimostrano i sodalizi profondi con Nicolas Winding Refn o Derek Cianfrance.

Ed è forse proprio dal prezioso Blue Valentine che si dovrebbe partire per capire il "Ryan’s touch", quel suo modo di accostarsi a personaggi inequivocabilmente loser, lasciandosi pervadere dal loro dolore, senza affettazione, giocando gran parte delle sue performance su una istintività nervosa che trova espressione in lunghe sequenze improvvisate, in cui la vita irrompe brutalmente nella narrazione precostituita rendendo ogni emozione più intensa, ogni parola pronunciata più credibile.

Ecco, se c’è un tratto che distingue Ryan Gosling da altri grandi attori della sua generazione è proprio l’irrequietezza che lo porta, anche all’interno della stessa pellicola, a vivere più personaggi contemporaneamente in un unico ruolo: così il suo Dean, scisso tra un recente passato da eroe romantico e un presente grigio, con sprazzi di violenza domestica, ma ancora pronto a sacrificarsi per un amore che non ha mantenuto le promesse.

Blue ValentineNei suoi liberi dialoghi con Michelle Williams (altra magnifica interprete capace di lasciar trasparire sul proprio volto ogni sussulto emozionale e che, come Gosling, tenta di rimuovere un passato da star della tv) si alternano senza soluzione di continuità i turbamenti di un’intera esistenza, dall’ebbrezza dell’innamoramento alla frustrazione della crisi, offerti allo spettatore nella stessa misura e con grande trasparenza, senza ingentilire i dettagli sgradevoli o canonizzare quelli più ruvidi.

La performance di Blue Valentine, incredibilmente snobbata dall’Academy che gli ha negato quella nomination invece concessa alla sua coprotagonista (dimostrando così di non comprendere quanto le due prove si compenetrassero), è senz’altro uno dei momenti più alti della carriera di Gosling, insieme a due pellicole altrettanto marginali nel panorama hollywoodiano, dove l’attore riesce a trovare un equilibrio tra la sua personale ricerca espressiva e quella tendenza a épater les bourgeois (che a volte finisce per cacciarlo in film sbagliati, come i deludenti Stay-Nel labirinto della mente di Marc Forster e All The Good Things di Andrew Jarecki).


I film in questione sono Half Nelson e Lars e una ragazza tutta sua, due ritratti di outsider, estremamente diversi eppure speculari, che gli sono valsi una candidatura agli Oscar e una ai Golden Globes.
In Half Nelson, quella scissione interiore del personaggio che appare un tratto distintivo della recitazione di Gosling diventa programmatica. Appassionato professore di storia e coach di basket nelle ore diurne, di notte Dan Dunne beve e si fa di crack, bazzicando locali malfamati e spacciatori dei sobborghi, per poi tornare in classe ogni giorno a spiegare ai suoi ragazzi la Storia come metafora del cambiamento e del conflitto tra opposti.

Qui l’attore trova una delle sue migliori partner, la piccola e incredibile Shareeka Epps, nei panni di Drey, ragazzina di colore destinata a diventare sua confidente e pusher. Anche qui, come accadrà in Blue Valentine, i confronti tra i due non avvengono tanto sul piano delle parole, quanto negli interstizi tra le battute, carichi di mute richieste d’aiuto, come lo sguardo lancinante che chiude la scena più potente del film, quando Dan passa all’allieva incredula i soldi per la dose.


Tonalità decisamente più rasserenanti attendono invece Gosling nel film di Craig Gillespie: per trasformarsi nel timido impiegato che vive la sua educazione sentimentale con una bambola gonfiabile, Ryan mette su peso, rende più morbidi e rotondi quei tratti asimmetrici del volto che ne denunciano subito lo scarto, anche fisico, con i canoni della star, e si cimenta con un registro più leggero, ma sempre a modo suo: in Lars e una ragazza tutta sua Gosling sembra lavorare contro il film, aprendo all’interno del contesto fiabesco ricercato dal regista degli squarci di malessere assolutamente distanti dall’atteggiamento rassicurante incarnato dalla comunità, che adotta la bambola nella vita cittadina per amore di Lars, tratteggiando così una parabola edificante sulla diversità. L’attore vanifica con la sua performance gli intenti di Gillespie, riscrivendo di fatto (e a ragione) un suo adattamento dell’opera, riuscendo a portare a un livello superiore una commedia altrimenti poco interessante.

E forse proprio per questo suo apporto alla narrazione era destino che incrociasse la strada di un attore che cineasta lo è diventato in maniera ufficiale: in The Ides of March (in uscita il prossimo dicembre) George Clooney sfrutta la duplicità di Gosling per farne il simbolo di una (nuova) perdita di innocenza, mostrandone - come nota la recensione veneziana - "la trasformazione da giovane idealista in cinico politicante".

Non solo attore ma autore dei propri personaggi, Ryan Gosling ha sviluppato una qualità che gli permette di non rimanere invischiato nei difetti dei film che interpreta: che siano il dramma sentimentale ricattatorio di The Notebook (difficile superare indenne il binomio Sparks-Nick Cassavetes), le oscillazioni di tono della rom-com Crazy, Stupid, Love,  i deliri infarciti di leziosi montaggi per analogia formale di Stay o il cinema roboante e accessorio di Drive, lui riscrive il proprio ruolo, raccontando, con sguardi che fanno persino male, altri mondi e altre storie.

 

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Sono presenti 2 commenti
 
  1. Complimenti!!!
    L'articolo incarna perfettamente ciò che penso dell'attore Gosling, grande personalità che riesce ad mergere al di là della storia. Il ragazzo si farà. :-)

    Inviato da Cinzia il 06/10/2011
  2. ok, bellissimo articolo, detto tutto ciò...un uomo da sposare!

    Inviato da carli il 06/10/2011
 

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