Il cinema umanista di John Sayles
L'opera indipendente di John Sayles è un'eccezione nel corpo del cinema americano. La poetica umanista e la passione per il cinema come arte del racconto conferiscono ai suoi ritratti corali un'emozione e una sincerità ormai impossibili da ritrovare nella produzione hollywoodiana. Un ritratto del regista newyorchese dopo l'omaggio di Pesaro 2003
Dall'esordio di Return of the Secaucas 7, 1980, a Casas de los Babys, appena finito di girare (in Italia siamo fermi a Limbo, 1999, e chissà se uscirà Sunshine State, 2002), i film di John Sayles sono luoghi di riflessione, inquietudine e smarrimento accesi da un piacere della narrazione e del racconto impossibili da ritrovare nella produzione mainstream hollywoodiana. Basta guardare ai suoi progetti, alle sue sceneggiature dall'impianto corale, al suo stile rigoroso e di ampio respiro per capire che il cinema di Sayles si fonda sulla consapevolezza che l'unico modo per spiegare la realtà consiste nel sublimarla in un racconto e che, in tale visione delle cose, la priorità spetta sempre ai personaggi e alle loro vicende.
Qualcuno potrà obiettare che per queste ragioni i suoi racconti sono troppo semplici, il suo stile poco originale o le sue trame appiattite dalla linearità - come se la coerenza stilistica e la semplicità espressiva fossero difetti. Certo: se ci limitassimo all'idea comune del cinema indipendente come un agglomerato di provocazioni stilistiche, allora John Sayles potrebbe apparire irrimediabilmente fuori tempo. Ma Sayles, che lavora anche come sceneggiatore (spesso non accreditato) per Hollywood, che fa il romanziere e nella vita ha svolto qualsiasi tipo di mestiere, regista indipendente lo è diventato per scelta e necessità, e non solo per ragioni estetiche o ideologiche. Semplicemente, egli lavora fuori da Hollywood per assicurarsi l'agognato final cut: i suoi film sono prodotti dalla moglie Maggie Renzi, spesso sono finanziati con soldi propri, interpretati da attori al minimo della paga sindacale, scritti, diretti, montati, e a volte anche interpretati, da Sayles stesso.
Alla base di tutto risiede un incondizionato amore per il cinema come arte del racconto che rappresenta l'eredità più diretta della cultura cinematografica anni Settanta dalla quale Sayles proviene. E non è un caso che il suo esordio nel mondo del cinema alla fine del decennio sia avvenuto presso la New World Pictures di Roger Corman, per la quale Sayles ha scritto le sceneggiature di horror e fantasy come Piranha, L'ululato (Joe Dante, 1978 e 1981) e I magnifici sette dello spazio (Jimmy T. Murakami, 1980). Per Sayles, però, cinema significa anche confronto tra persone, e il piacere del racconto, così come il lavoro sui generi (la commedia di Promesse, promesse, 1984, e la fantascienza di Fratello di un altro pianeta, 1984, il melò di Amori e amicizie, 1992, e il western di Lone Star, 1996), non è mai disgiunto dall'interesse per i suoi personaggi, individui soli e fallibili legati da rapporti familiari e sociali spesso traumatizzanti.

Prima del cinema, per Sayles, vengono le persone, uomini e donne comuni ai quali la sua scrittura precisa e ironica conferisce il dono rarissimo della sincerità. Sayles è un autore umanista: i suoi personaggi sono veri, le sue storie sofferte, le sue riflessioni sulla società americana pungenti e drammatiche. Spesso i suoi film sono ritratti di comunità sul punto di esplodere, dove la coralità dell'impianto non toglie singoralità alle azioni dei singoli. L'analisi sociale da un lato e il ruolo della memoria personale dall'altro sono, infatti, gli elementi di base del cinema di Sayles: lo stile classico, generato dall'adesione totale alla forma racconto, veicola storie che analizzano il concetto di alterità (sessuale in Lianna, 1983, storia di un amore lesbico, e razziale in Fratello di un altro pianeta, con un alieno nero che precipita ad Harlem); le fratture sociali e culturali dell'America, dalla Virginia delle prime lotte operaie di Matewan (1987) alla New York attuale di City of Hope (1991), dal Texas degli scontri tra bianchi, ispanici e neri di Lone Star alla Florida dei parchi Disney di Sunshine State; le frustranti relazioni tra i membri di famiglie che hanno perduto, o non hai mai posseduto, l'armonia. Il tutto nel segno di un passato che, evocato nel mito o ricostruito fedelmente, getta inquietanti ombre sul presente.
Anche laddove Sayles abbandona l'America, il suo cinema non perde le proprie linee guida. Al contrario, le evidenzia e riconferma: Il segreto dell'isola di Roan (1995) è un racconto per bambini dove il passato è rievocato nelle forme fiabesche del mito popolare irlandese, mentre in Angeli armati (1997) l'atavica indifferenza della natura e la cieca violenza degli uomini condizionano il protagonista - un dottore che cerca i suoi studenti mandati a lavorare presso gli indios messicani - nella riscoperta di un passato che è simbolo di impegno sociale ed emancipazione.

Alla fine del viaggio c'è sempre la presa di coscienza dell'individuo di fronte alla realtà (della propria famiglia, del proprio paese): una Alamo da dimenticare per i protagonisti di Lone Star, una morte da accettare serenamente per il dottore di Angeli armati, un errore da pagare per i protagonisti di Otto uomini fuori (1988), assolti dall'accusa di aver truccato alcune partite di baseball, ma esclusi per sempre dalla Lega.
Fin dai tempi dei bilanci esistenziali degli ex sessantottini protagonisti di Return of the Secaucas 7, la riflessione sui fallimenti passati segna la psicologia dei personaggi saylesiani, ma, anche, al tempo stesso, la loro volontà di ricominciare. L'America è, sì, un paese che non ha mai vissuto l'età dell'innocenza, un miscuglio di razze, culture, violenza e ingiustizia, ma nelle vicende personali dei suoi abitanti, secondo il punto di vista partecipe di Sayles, una seconda possibilità è ancora possibile. In questo senso, nello "scandaloso" finale di Lone Star, con i due ex amanti che decidono di tornare insieme nonostante siano fratellastri, risiede tutta la politicità del cinema di Sayles; mentre in un altro finale, quello ambiguo e sospeso di Limbo, con i tre protagonisti lasciati in balia di un aereo che potrebbe salvarli o ucciderli, converge tutta la creatività della sua penna, la sua voglia di coinvolgere, emozionare e creare suspense. In una parola: raccontare.
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