L'urlo selvaggio di Benigni - "La tigre e la neve"
C’è una strana aria, pesante eppure dolcissima, in questo, “impossibile” e poetico, La tigre e la neve. C’è un riso commosso, quasi mescolato a un possibile pianto, come quello che suscitava Troisi nel suo ultimo film. Quasi un grido nascosto, un urlo sotterraneo soffocato dalla volontà di manifestare a tutti i costi il proprio gioioso ottimismo.

“La poesia non è di chi la scrive ma di chi…la usa”, diceva magnificamente Massimo Troisi nel suo ultimo film di amore/morte/vita, quel Il postino che, uscito nelle sale a ridosso della sua scomparsa, non ha mai ricevuto un’attenzione meno sbrigativa dei commenti emotivi di allora.
C’è una strana aria, pesante eppure dolcissima, in questo, “impossibile” e poetico, La tigre e la neve. Come se Roberto Benigni si sentisse claustrofobicamente soffocato dal mondo, come se il mondo, il dolore, le ingiustizie, fossero un qualcosa di troppo grande per un comico, qualcosa dove le armi della risata sono forse, ormai, spuntate. E allora, come se fosse il suo ultimo film, come se fosse davanti a un plotone d’esecuzione pronto ad eliminare la gioia, il piacere, il divertimento, eccolo lanciare un ultimo grido impotente e selvaggio, come solo la poesia sa esserlo. Poesia rubata, certo, ai tanti poeti omaggiati nel film, perché appunto la poesia “è di chi la usa”, e se la si usa per amore allora il fine è quello giusto.
Commuove La tigre e la neve. Ma non (solo) per la storia di questo piccolo gigantesco uomo che combatte la sua personale guerra con il mondo per salvare una (la) vita. Non solo perché Benigni sempre più diventa Chaplin, ma non nel senso dell’omaggio, ma nel suo ritrovarsi, suo malgrado, complice l’età?, complice un mondo dove è sempre più difficile ridere? insomma, per dirla in maniera cruda, Benigni fa sempre meno ridere, anche se nel film ci sono momenti e battute molto divertenti, proprio come il Chaplin della “maturità”. Ma il riso che strappano le sue battute non è più quello viscerale e strappabudelle dell’epoca de Il mostro o Johnny Stecchino. E’ un riso commosso, quasi mescolato a un possibile pianto, come quello che suscitava Troisi nel suo ultimo film. Ecco se s’è davvero una cosa che strappa il cuore in questo magnifico e irritante home movie poetico, è proprio questo grido nascosto, questo urlo sotterraneo che sembra soffocato, consapevolmente, dalla volontà di manifestare a tutti i costi il proprio gioioso ottimismo, la propria forza di amorevole volontà di vita.
Ma, come dicevamo, questo è un home movie. Stride con l’idea (necessaria) di mostrarlo in 8-900 sale in tutt’Italia. Questo è un film che andrebbe visto sul divano di casa, con la persona più cara al proprio fianco, come quando si rivedono i propri film “di famiglia”. Benigni ha realizzato il più colossale home movie della storia, 30 milioni di euro, con scene di guerra, effetti speciali, ecc… ma quello che resta nel cuore (e negli occhi) sono le immagini rubate nelle stradine dietro casa sua, in quel giardino che sembra quello di casa sua…in un intimismo così forte che il passaggio catapultato nella Tunisia diventata Iraq appare ancora più esplosivo. Dal nostro giardino, dalle stradine del nostro quartiere, del piccolo mondo in cui viviamo ogni giorno, ai luoghi che vediamo solo in diretta tg, con le esplosioni che sembrano videogiochi e che lì invece sono sangue e carne a brandelli reale.

Ma non piace più, Benigni. L’applauso timido e quasi “di rispetto” che la platea della stampa ha riservato al suo film è significativo. Qualcuno, più rozzo e ignorante degli altri, lo stroncherà (il Foglio, il Riformista, che certo non hanno l’impatto mediatico di Famiglia cristiana e Sorrisi e canzoni Tv…), gli altri lo accetteranno con riserve. E’ comprensibile. Questo è un film di uno che da vent’anni insegue nei sui film sempre la stessa donna, divenuta ormai un archetipo, quasi “immateriale”. E’ un uomo che dalle commediacce sboccacciate degli esordi, è divenuto il campione di un cinema di amore e poesia, due parole enormi, pesanti, che invece dovrebbero essere leggerissime, e che Benigni tenta contro tutto e tutti di far sbocciare ancora, come se a forza di ripeterle e farle sentire, alla fine potessero realmente penetrare nell’animo delle persone. E la poesia, come l’amore, è di tutti. E Benigni sembra esserlo anche lui.
Ma è bloccato. Prigioniero. Gli hanno legato mani piedi e chiuso la bocca. Come se il fatto di essere diventato un personaggio famoso lo inchiodasse in una dimensione cristologica, che lo costringesse a un personalissimo calvario, dove il comico, il poeta, deve passare per forza nel vicolo cieco del dolore della disperazione della morte, per poter effettuare con la forza dell’amore quel miracolo che ridà la vita. E Attilio (come Bertolucci padre?), nel film, letteralmente ridà la vita a Vittoria. La rimette al mondo al prezzo di un lavoro costante e testardo, ma anche di un “accecamento” sostanziale. Attilio vede le miserie e la distruzione, ci sta dentro, le vive sulla sua pelle. Ma è talmente preso dall’amore per una persona da, quasi, non accorgersi (non avere “il tempo” per farlo) di cosa gli sta accadendo attorno. E’ come se l’amore gli avesse costruito tutto intorno un mondo ovattato, come se il gioco che lui stesso faceva al bambino nel campo di concentramento de La vita è bella, dove tutto era un gioco, appunto, ora qualcuno lo stesse facendo a lui. Le bombe cadono, la gente muore, le mine gli esplodono sotto i piedi, le medicine non ci sono (ma non ci sono non per via della guerra, ma per il “blocco” sancito contro l’Iraq di Saddam Hussein, quello sì un vero crimine di pace…), ma Attilio ha un solo unico amore/desiderio, ridare vita a Vittoria. Al punto da non accorgersi neppure della disperazione del suo grande amico e poeta Fuad, che gli muore suicida davanti agli occhi senza che lui sappia o possa dire o fare qualsiasi cosa. Ecco il paradosso di Benigni, oggi. Di cui non sappiamo se sia consapevole, eppure è palese: è talmente accecato d’amore, di volontà di usare l’amore come grimaldello sociale, politico, culturale, da non vedere l’odio e le macerie che questo lascia in giro per il mondo.
Troisi/Postino, nel suo ultimo messaggio d’amore al mondo/cinema, moriva recitando una poesia, ma nelle piazze della rivolta alle cose ingiuste del mondo. Benigni - salvata la sua diletta che come nel chapliniano Luci della città non lo saprà mai - resta nel suo giardino, a lottare con i brandelli di una famiglia puzzle difficile da ricostruire. Noi magari avremmo voluto che Attilio restasse in Iraq, nell’ospedale “teatro di guerra” con Andrea Renzi, e si trasformasse realmente da poeta in chirurgo dando una mano a Medici senza frontiere… ma anche le famiglie di oggi sono dei teatri di guerra complessi e pieni di insidie…
Ma possiamo criticare le scelte di un uomo capace di farci vedere la bellezza di un cielo stellato sotto le bombe? E allora accettiamo i difetti di questo film come quelli delle persone che amiamo… E peggio per chi non sa godere di quella lotta che Attilio fa con le sventure del mondo per salvare una vita, anche una sola. Ma forse lo si dovrebbe fare con tutte le vite possibili….
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