"Penso che se questo film facesse nascere delle discussioni sarebbe una buona cosa" - Incontro con Spike Lee
La conferenza stampa di Spike Lee (in compagnia dello sceneggiatore James McBride e del nostro Pierfrancesco Favino) in occasione dell’uscita del suo ultimo film, Miracolo a Sant’Anna, diventa un momento di riflessione sul ruolo del regista/autore rispetto al materiale narrativo che mette in scena nelle proprie opere, anche quando si scontra con rielaborazioni storiche che possono creare polemiche. VIDEO
Ci sono state alcune polemiche sull’interpretazione che viene data nel film delle dinamiche che portarono alla strage di Sant’Anna di Stazzema, cosa ne pensate?
Spike Lee - Penso che se questo film facesse nascere delle discussioni su alcuni avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale sarebbe una buona cosa. Ci possono essere varie interpretazioni di un evento ma il fatto è che il 12 agosto del 1944 la sedicesima divisione delle SS massacrò degli innocenti, 560 civili italiani tra cui vecchi, donne e bambini. Questo è il fatto.
James McBride – Innanzitutto vorrei precisare che si tratta di una storia di finzione, mi è venuta voglia di raccontarla la prima volta che ho messo piede a Sant’Anna di Stazzema, come sapete tutti ci sono diverse versioni su come sono andati i fatti, ma la cosa che mi ha stupito è che quando sono stato a Sant’Anna nessuno parlava di quella strage che era stata compiuta cinquanta anni prima. Ci sono voluti tantissimi anni e forse un romanzo e un film per trovare tanta gente che finalmente discuta di questa cosa.
Quali sono gli aspetti di questa storia che racconta che di più l’hanno colpita?
SL - Prima di tutto il romanzo di James McBride che reputo fantastico e che aveva tanti ingredienti: era un romanzo di guerra, l’inizio faceva pensare ad un thriller, perché c’è questo misterioso omicidio e poi alla base di tutto credo che sia una storia che parli di fede, di religione, di credere in Dio e poi c’è questo incontro meraviglioso tra i soldati della Buffalo Soldier e gli italiani che vivono nel piccolo paese della Toscana.
Il suo personaggio è quello di un partigiano che porta dentro se stesso un carico considerevole di dubbi e interrogativi morali. Come si è preparato per interpretare questo ruolo?
Pierfrancesco Favino - La mia preparazione affonda da una parte in una conoscenza naturale di questa situazione, un po' nella mia passione per Fenoglio e ovviamente in uno studio che riguarda le varie differenze tra le diverse aree partigiane, per esempio la zona della Garfagnana era completamente diversa da quella di Montepulciano.
Da attore sono contento del mio ruolo perché mi ha dato la possibilità di ricreare la vita di un uomo che ha combattuto per quattro anni, sacrificandosi per il proprio ideale e ancora si domanda se sia giusto uccidere altri uomini. Spero che in qualsiasi guerra del mondo ci siano uomini che sparano avendo ancora il dubbio su quanto stanno facendo.
Cosa ne pensa delle reazioni che hanno avuto le associazioni dei partigiani in Italia?
SL - Mi dispiace che i partigiani italiani si siano arrabbiati ma non chiedo scusa a nessuno. E’ vero che durante la guerra non erano sempre ben visti dai civili che finivano per subire le rappresaglie delle loro azioni. Ma è stato lo stesso nella battaglia per difendere i diritti civili in America. Inoltre in Italia ora si dicono tutti partigiani, allora non era così. Sono questioni ancora aperte, come questa ipotesi intorno all’eccidio di Sant’Anna, e lo dimostra la discussione che già si è aperta intorno al film. E’ sempre bene però che accada questo, meglio parlare di soggetti del genere che del Grande Fratello.
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